ArchigraficA

il libro degli amici

 

Ancora dell'Università e della scuola

Mi sembra molto utile riproporre il dibattito che segue perchè ci sono state delle aggiunte nel tempo. Ho riproposto, sotto sollecitazione di Vittorio Losito, due videoi che illustrano l'intervento che è anche riportato più sotto. Il dibattito si è arricchito di considerazioni e mi sembra opportuno riproporlo all'attenzione, aggiungendo anche i commenti interessanti che Elene Di Palma ha aggiunto. Forse la formula visiva è più immediata e comunicativa.

Giacomo Ricci

Che ne facciamo di questa università? 1/2

Giacomo Ricci

Che ne facciamo di questa università? 2/2

Elene Di Palma

Caro Giacomo,

ho ascoltato la tua dischiarazione di sdegno. E' condivisibile, purtroppo, ma per fortuna è sempre un piacere rivedere il tuo viso e ascoltare la tua voce, nonostante le note tristi e i mezzi asettici della nuova incomunicabilità.

La rabbia monta in più di una direzione, e ciò che più mi sconforta è la difficoltà di riuscire ad orientarla precisamente contro qualcuno o qualcosa. Queste ultime elezioni, venute a seguito di una crisi di portata globale, del rinnovato riconoscimento in conto terzi della corruzione della classe politica  quasi taciuta a causa del predominio di squallide vicende private, di un paio di leggi anticostituzionali passate col beneplacito della "fiducia" parlamentare e quasi pronte ad ottenere anche il beneplacito di una Corte Costituzionale dichiaratamente di "sinistra" e artefice di complotti eversivi ma che si fregia di ribadire la propria solidarietà al Premier con cui si è goduta una sobria cenetta, sono state il coronamento non del fallimento di un progetto politico, ma del crollo delle mie illusioni già traballanti.
E non trovo "il colpevole", trovo i colpevoli. Sono tanti, sono la maggioranza, sono ovunque, e ciò che è ancora più grave è che spesso ci coinvolgono, e a causa di questo coinvolgimento ci strappano il diritto di replica, ci impediscono di dire che siamo fuori dal coro, si arrogano il diritto di accusarci di protestare solo perchè non siamo riusciti a far parte del gioco.
Tu citi il nepotismo universitario e alcuni casi plateali, ma un analogo meccanismo perverso ha portato te sulla tua sedia di associato, Franco ad insegnare all'Università per sette anni, me a vincere un dottorato. Se la ruota avesse continuato a girare a nostro favore, non sono certa di poter affermare che il nostro stato d'animo sarebbe stato quello dello sdegno. Come facciamo a dimostrare che per noi si è trattato di merito e per gli altri di demerito? Possiamo dirci inconsapevoli? Abbiamo mai fatto nomi e cognomi di chi ci sta intorno e che abbiamo visto agire scorrettamente con i nostri occhi? Ricordo che ti era stata inviata una lettera che conteneva dettagli su una famiglia in vista della prima e seconda Università di Napoli osceni quanto quelli che citi nel tuo intervento, con gerarchie altrettanto biunivoche, e basterebbero le memorie di nostri amici per mandare in discredito quanto meno tutti i dipartimenti di tecnologia dell'architettura d'Italia, eppure sono argomenti buoni solo per allietare qualche drammatica cena postconvegno nonsense a carico dei fondi universitari.
Credo che il sussulto che mi scuote quando ascolto un telegiornale, o semplicemente quando mi guardo intorno e mi accorgo che la realtà è peggiore di quella che mi mostra lo schermo, sia ormai più simile a quello che provo quando mento, e temo, per qualche istante, di essere stata smascherata, che non allo sdegno. Non lo faccio più, cambierò cambierò cambierò, ma dura un attimo. E' un sussulto di autosdegno, che reprimo respirando piano, mandando giù un po' di saliva.

Anche stamattina pensavo - lo penso sempre più spesso da quando sono incinta - che siamo animali strani, in senso strettamente etologico. Pur con qualche correzione, consideriamo ancora validi il darwinismo e la teoria dell'evoluzione delle specie, siamo più che consapevoli di appartenere al mondo animale e di essere il frutto della combinazione genetica di un ovulo e uno spermatozoo (mi viene in mente che Daniel Pennac sostiene che i nostri figli sono più vecchi dei nostri antenati, sono loro i veri dinosauri, perchè racchiudono il patrimonio genetico di tutti coloro che li hanno preceduti). Siamo quindi un prodotto della natura, e la natura non è socialmente equa, piuttosto è casuale, irrazionale, procede per tentativi e si fa beffe della giustizia, butta nell'arena chi è più debole e scova soluzioni di fortuna dall'era dell'intricato miscuglio primordiale. Chi si salva non è il migliore in assoluto, è solo il più attivo e il più fortunato in quel contesto. Perchè gli uomini dovrebbero promuovere la giustizia e l'equità sociale? Non è solo un'altra presunzione di superiorità?
E sai come mi è venuto questo pensiero? Ho constatato per l'ennesima volta e amaramente, perchè fondamentalmente sono un'egoista, che il mio corpo è un luogo inospitale, un trabicolo che mi crea problemi più o meno da quando sono nata, e che adesso, ovviamente, rischia di crearne anche a mio figlio, e che la natura è parziale e cieca, e non ci ha fatti per niente tutti uguali. Se fossi sana questo pensiero non mi avrebbe nemmeno sfiorata.

Ti abbraccio, e spero di vederti presto da vicino,
Elene

Giacomo Ricci

Università e società civile 1/2

 

Giacomo Ricci

Università e società civile 2/2

 
di seguito sono riportati gli scritti letti nei video e i commenti
   
giacomo ricci

Non ho nessun piano di rifondazione della nostra Università. O, almeno, quello che riesco a formulare è tanto semplice da essere totalmente impraticabile: mandare a casa tutti gli inefficienti, i furbi, i tracotanti, gli ignoranti. Staremmo certamente molto meglio, infatti,  se potessimo farla finita con la furbizia di pochi e mettere mano alle varie situazioni insopportabili che non possiamo più far finta di non vedere.


E, dunque, non ci  sarebbe altro da fare che  chiudere il discorso come scrive più avanti Gregorio Rubino: “Pinocchio è stato definitivamente corrotto dal gatto e la volpe e non c’è più nulla da fare”. Così lui ha archiviato, da tempo, il discorso sull’Università ritenendola situazione tanto degenerata da essere completamente insanabile. Diagnosi che mi sento di condividere ma -  come dire? - non riesco a rendermi conto del livello cui siamo giunti e che i nostri occhi continuano a vedere; non riesco ad impedire che  sentimenti di sdegno montino in maniera prepotente dentro di me.  Ci siamo abituati alla puzza,  e questo è il male peggiore, almeno per un uomo di cultura. Da napoletano mi viene da citare una bella frase che suona pressappoco così: “Siamo arremanuti senza scuorno!” Senza “scuorno”,  senza vergogna, per ricordare quella bella sigla che Arbore, autoironicamente,  mise alla sua scalcagnata e simpaticissima orchestra dove i cori si facevano rigorosamente all’unisono, strafottendosene della raffinatezza polifonica, ed ogni ritmo era ricondotto sempre allo stesso  calipso più o meno sincopato.


Ed arrivo al dunque. Mi sono accorto, con piacere, che dentro di me non sono ancora totalmente anestetizzato, narcotizzato dalla crisi economico-finanziaria, dalla vita sociale, dalla politica-spazzatura, dallo schifo televisivo fatto di tette di plastica, labbra al polistirolo e botulino e sorrisi a 64 denti che attraversano la faccia dalla nuca all’orecchio, passando per il naso. E’ accaduto  quando ho visto,  in TV, una brevissima indagine sul Policlinico di Bari, che ormai è diventato una specie di barzelletta tanto se ne parla come situazione paradossale che ha ampiamente attraversato quel limite che separa i comportamenti socialmente ammissibili dalla totale, spudorata indecenza. Mi sono chiesto, assistendo ancora ad una volta al truce nepotismo imperante in quelle strutture universitarie, come faccia un professore a non nascondere la faccia dalla vergogna quando il solito giornalista di turno gli sbatte in faccia la circostanza di essere stato presidente di commissione in un concorso per ricercatore che ha avuto solo due candidati, suo figlio e un altro. Quest'ultimo si è ritirato perché ha trovato più conveniente altro incarico. Quando, nello stesso dipartimento, c’è il direttore-ordinario-padre, il figlio-associato e la moglie-del-figlio-assegnista in una perfetta doppia rispondenza tra gerarchie familiari e posizioni accademiche (padre-figlio-nuora = ordinario-associato-assegnista). In quest’ organigramma il figlio associato, naturalmente, deve la sua posizione accademica al concorso di cui è stato membro-interno-presidente  il collega della stanza a fianco a quella del  direttore; per gli assegni di ricerca si procede con commissioni interne, no comment, quindi.


Situazione che crea non poco imbarazzo.  Ma più che di imbarazzo, perdonate la parolaccia, io mi sento di dire  che siamo proprio nella merda. Siamo tutti nella merda (università, politica, popolazione, uomini di cultura, popolino basso, ecc.) perché l'immagine che diamo al mondo civile del nostro sistema universitario è questa. E’ questa la vergogna maggiore. Da oggi in poi diranno, con buona pace della Lega Nord: “italiani, pizza, mandolino, putipù e nguacchi concorsuali comme vuo’ tu”.  
Io la vergogna la sento  sulla pelle e  non riesco ancora  a credere che quei professori (direttori di dipartimento, presidi) abbiano proseguito tranquillamente a farsi intervistare e a articolare una sorta di discorso giustificatorio. Per essi è  ovvio che il comportamento deve essere quello e non un altro.  Mi è sembrata situazione di totale arroganza e strapotere,  poco diverso dallo ius primae noctis di uso altomedievale o dalla prepotenza dei capitani di ventura diventati feudatari  che esercitavano, allo stesso tempo, l’amministrazione della giustizia e la pratica del delinquere. Ma chiamare questi “professori”  baroni è quasi un complimento e possiamo esser certi che quei loschi figuri del tempo passato, nel vedersi messi al loro livello,  non mancherebbero di risentirsi,  visto che potrebbero vantare, a dispetto dei nostri,  se non altro, una autorizzazione imperiale al loro modo di agire.


Come mi piange il cuore vedere i ricercatori di fisica (Roma, La Sapienza) costretti in un sottoscala con il loro laboratorio, tra scatoloni vecchi, polvere e scaffali vuoti con materiale in disuso da anni (fisica, una disciplina e una facoltà  che ai miei tempi, metà anni sessanta, rappresentava l'aristocrazia intellettuale, la fascia più colta, intraprendente e innovativa – che il mondo ci invidiava -  del Sistema Universitario Nazionale!); come si sta male nel vedere  un professore, candidato al premio nobel,  fare lezione a non più di dieci ragazzi in un'auletta, anche questa in un sottoscala,  che mi ricorda quelle (banchetti di formica, sedioline per asilo, lavagnetta con pochi gessetti) delle scuolette napoletane della Ferrovia e di Capodichino quando nel 1972 insegnai nella più periferica  succursale di un istituto tecnico.
Per non parlare del primo policlinico napoletano (seconda università). Basta solo andarci per vedere l’inenarrabile: un solo montacarichi che serve a tutto, ma proprio a tutto, per trasportare il pubblico, i degenti, gli operandi, gli operati, i cadaveri, i feriti, quelli che vanno nei vari laboratori di analisi e ne vengono, il personale (quando va in sala operatoria e quando ne viene), il cibo per i degenti, la spazzatura che esce dalle sale ma anche i rifiuti speciali di sala operatoria …


Come mi arrabbio ferocemente a vedere una giovane fisica italiana di poco più di trent'anni che fa  lezione (brillantemente) in America, con incarico prestigioso di insegnamento e titolare di fondi di ricerca per circa quattro milioni di dollari (ma forse ricordo male le cifre, sono maggiori). Mi arrabbio perché qui da noi non sarebbe mai possibile, mai concepibile, in questa gerontocrazia accademica tanto piena di sé, stolidamente inamovibile, supponente ed autoreferenziale. Chi mai, in Italia, le avrebbe affidato,   giovane laureata solo da qualche anno,  non dico trecentomila ma tremila, trecento o solo trenta  euro per farle condurre una ricerca d’avanguardia  nell'ambito universitario?


Tagliamo, tagliamo i fondi, tagliamo gli sprechi; tagliamo  il cervello e le palle. Ma, d’altro canto, se queste sono le premesse, il  sistema non è difendibile. Se da un lato i tagli indiscriminati indignano, dall’altro non possiamo fare a meno di dire che l’università s’è ridotta a passerella per qualcuno che si autorappresenta, in perfetto autocompiacimento,  nel suo raggiunto ruolo di ordinario, direttore, preside, rettore  e tanto gli basta. Ma basterebbe che si guardasse attorno per rendersi conto che tutto il sistema ha irrimediabilmente perduto  significato e prestigio e non sappiamo come difenderlo e che, ci piaccia o no, l’asse Gelmini-Brunetta-Tremonti è imbattibile (se non dal partito trasversale dei professori perché i baroni non sono solo di sinistra). I loro tagli sembrano inevitabili perché il sistema è marcio e va potato senza pietà.  I baroni pugliesi – che rappresentano solo la punta dell’iceberg – non solo sono  un danno per sé, per i figli e parenti, per il policlinico, per gli allievi (vi immaginate che cosa mai possono pensare di loro?). Il danno maggiore lo fanno a tutti noi. Io credo che comincerò a provare vergogna del mio mestiere, ed è l’ultima cosa che mi aspettavo di vivere dopo trentasei anni di carriera. Nell’immaginario popolare, nella vulgata, sono come loro, siamo come loro, indipendentemente dai meriti di ognuno, dall’eccellenza – che pure da qualche parte esiste – del nostro sistema universitario di didattica e di ricerca.
Tutto, naturalmente,  viene giocato alla faccia dei giovani e del loro  futuro ai quali lasciamo in eredità alcool a fiumi, la strage sulle strade, discoteche da sballo, spinelli (micidiali) ed altre schifezze che procurano psicosi e danni cerebrali irreversibili e un bel mondo, gonfio gonfio di munnezza, percolati, idrocarburi e rifiuti tossici radioattivi. Non c'è che dire: la storia (se mai ci sarà una storia futura, viste le condizioni del pianeta) si ricorderà certamente di noi.


Vorrei sottrarmi, per quanto possibile, a questo miserrimo destino. Vorrei veramente non essere nato in questo secolo e in questo paese che non vorrei cominciare a disprezzare per la sua profonda incultura. Per la fine complessiva che abbiamo fatto. Non c'è da invocare la magistratura (una specie di Zorro nostrano capace di portare "giustizia"); c'è da riscoprire - checché se ne pensi – nuovamente un profondo senso dell'etica, il significato delle cose e del dovere  (dell'insegnamento, della cultura, della persona, del paese, dello studio, dell'intelligenza, dell'intelligenza giovanile che è quella capace di far meraviglie, di accendere l'immaginazione, di scoprire il mondo e la vita). Come fare è tutt’altra storia. Tanto per cominciare, i  tagli li dovremmo fare tra noi, tra il personale docente che non funziona più o che non lo ha mai fatto.
Scusate per l'inevitabile retorica. Ma Pinocchio è definitivamente corrotto ed è un burattino, ha rinunciato alla sua possibile umanità. E’ una marionetta che farebbe ridere, come Totò al teatro dei pupi,  se i tempi fossero diversi. In epoca di crisi i burattini possono fare solo pena. Ma è molto più probabile che facciano incazzare, terribilmente.

 

giacomo ricci

Università e società civile

Sono d’accordo con tutto, anche – e soprattutto – con il fatto che il meccanismo che ci ha portato ad entrare all’Università è lo stesso  che poi adesso condanniamo. Non posso – sottolineo non posso – essere d’accordo sul fatto che se le cose fossero andate bene non avremmo protestato. E non sono d’accordo sulla convinzione che la natura non fa questioni di merito ma favorisce, per così dire, quelli che si danno più da fare e non i migliori.
Allora: cerchiamo di vedere perché.
Sul fatto che il meccanismo infernale nel quale ci siamo messi – più o meno stabilmente, più o meno consapevolmente – fosse lo stesso che ora condanniamo non posso che ammetterlo. I concorsi, tutti, in tutti i tempi, per tutti i gradi e di ogni genere sono FALSI.  Lo sanno anche le pietre per strada e i bambini, tranne, forse, quelli al di sotto dei tre mesi. Ma se è vero il darwinismo esteso di cui Pennac si fa portatore, che tu citi, allora anche  loro sono perfettamente informati a livello genetico di come stanno le cose. 
Tu chiedi: e allora? 
Come si fa a dire chi merita e chi no? Io ti rispondo con una frase semplice: l’attenzione alla produzione reale, la cosiddetta “chiara-fama”.  Ed è un discorso che si dovrà imporre per forza. Perché non possiamo più sostenere un sistema (quello universitario) insufficiente, incapace e stupido (perché coloro che dirigono sono stupidi).  Non ce lo possiamo più permettere. Non possiamo più spendere  soldi a bizzeffe per una cosa che non ci fornisce qualità e prodotti spendibili sul mercato internazionale. Ecco il perché.   I meccanismi che ci hanno portato te, me e Franco a lavorare con l’Università sono ovviamente quelli che conosciamo e che sono stati gli stessi per tutti. Ma non è questo che importa; quello che importa è, appunto, il risultato. E il fatto che il sistema dovrebbe essere cambiato, pena la sua stessa sopravvivenza.
Facciamo tre nomi a caso del mio passato di studente: Renato De Fusco, Cesare De Seta, Salvatore Di Pasquale. I tre nomi non sono tanto a caso: cosa abbiamo di dire su di loro? Che certamente, anche al tempo loro hanno fatto dei concorsi che hanno seguito sempre la stessa logica. Ma cosa ci rimane di De Seta, di De Fusco, di Di Pasquale? Di De Seta, tra le tante cose che ha prodotto,  una memorabile – dico memorabile sottolineando la parola – monografia su Napoli che non ha l’eguale in tutto il panorama critico-scientifico contemporaneo; di De Fusco ho soltanto l’imbarazzo della scelta, una produzione sterminata la sua, profondissima, elegante, intelligente. Mi piace ricordare un suo piccolo libretto, accanto a tutto il resto, La riduzione culturale, una idea che non credo di esagerare se definisco geniale di interpretazione della storia e del mestiere del critico, una metodologia brillante di definire i fatti e le cose da parte dello storico-critico che non ha l’eguale nel panorama culturale contemporaneo. Non so perché ma mi sento di affiancare questo lavoro di De Fusco a  quello splendido libretto, anch’esso genialissimo, di Barthes La camera chiara. Si tratta di intuizioni folgoranti, di veri e propri “lasciti” culturali che ci hanno formati, conformati, che hanno dato, al nostro cervello, intelligenza, sapienza, modo di regolarsi tra le cose ed interpretarne il senso.  Di Salvatore Di Pasquale potrei parlare per intere giornate. Mi basta osservare che è stato l’unico, architetto, ad interpretare un fenomeno come quello della cupola brunelleschiana, non soltanto in base a calcoli ed ipotesi di laboratorio tipico dell’ingegnere ma a dedurre filiazioni, interpretazioni e soluzioni leggendo, con un’attenzione che nessuno prima di lui aveva avuta, il De Re Aedificatoria di Alberti come stesura scientifica interpretativa delle metodologie seguite da Filippo nell’erezione della cupola. Si tratta, di una lettura critica talmente originale e intelligente che se venisse approfondita e provata con il dovuto impegno, darebbe una svolta completamente diversa alla interpretazione storiografica della cupola, di Brunelleschi e al De Re Aedificatoria albertiano che diventerebbe, oltre che l’attento trattato stilistico di cui la storia dell’architettura non può fare a meno, anche un vero e proprio manuale, un report validissimo sul piano delle metodologie costruttive assolutamente originale e unico.
Ti pare poco?
I signori che ho elencato si sono ampiamente riscattati dal peccato originale da cui noi tutti proveniamo.  Hanno dato conto di se stessi coram populo, in mezzo alla gente, al mondo intero, alla comunità scientifica della loro valentia.
E vengo, ciò detto, al punto che più mi preme. Il punto profondamente leopardiano del tuo discorso che, devo dire, sempre, mi tenta da presso. Mi preoccupa, mi sollecita, mi butta nella disperazione.
E ti cito Dante. Non perché voglia far citazioni ma perché fu uno dei punti sul quale  mio figlio Francesco, all’esame di maturità, fondò  il suo discorso critico. Citò Ulisse, Canto che non mi ricordo; le sue parole: “Fatti non foste per vivere come animali ma per inseguir virtude e conoscenza”. (Forse non è proprio scritto come lo riporto ed è grave ma è il senso che vale in una mail frettolosa). Da qui Francesco partì per tracciare una interpretazione esistenzialistica della cultura che lasciò stupefatti i membri della commissione, me, affacciato all’aula, seminascosto dalla porta (che origliavo tentando di non dare nell’occhio) e il presidente. Francesco, per suoi interni conflitti e agitazioni esistenziali, era stato malamente trattato dai suoi professori del Liceo, assolutamente non compreso nella sua complessità (anzi, nelle sue tipiche contorsioni intellettuali) e, liquidato, considerato un “mediocre” e ammesso agli esami con una valutazione più che deficitaria. Il presidente della commissione si complimentò con lui e lo additò come uno dei meglio preparati di tutto l’Istituto. Ebbe il massimo. Io mi commossi e imparai, da lui e dal presidente che lo aveva giudicato, qualcosa di più e di importante.
E vengo al problema che sentii da lui enunciare con una  chiarezza che non avrei mai supposto: tutta la questione dell’uomo moderno si agita, si mena tragicamente intorno a questo punto: la natura leopardianamente è una madre degenere, non cura i suoi elementi più preziosi, non  fornisce loro spazio protetto , ma lascia che i bruti strappino il loro spazio di  sopravvivenza a coloro che sono più deboli e meno fortunati,  essi più furbescamente riescono a tracciare un percorso tra le difficoltà che essa stessa impone, lasciando che gli  altri che soccombano, senza alcuna pietà.
La natura non è giusta, né caritatevole. E il suo agire ruota  attorno al caso. Almeno così sembra – da qualche tempo – agli uomini moderni. Essi credono di essere stati sbattuti, assolutamente per  caso, nel mondo e, per caso ancora, andare avanti tra le difficoltà  e per caso ancora, ottenere risultati.  Ma la contraddizione resta tutta: da un lato ammettiamo la presenza di una fantomatica natura  che in qualche modo siamo portati a personalizzare ma che, dall’altro, in omaggio allo scientismo di un’intera stagione culturale – iniziata con l’Illuminismo ma, checché se ne pensi, ancora in piedi) non possiamo che identificare  con un insieme di fenomeni  che avvengono per caso e che, sempre  per caso,  in essi viene effettuata una scelta e questa scelta porta ad un’idea, più o meno chiara, di “evoluzione” (Darwin che tu citi). Da un lato, insomma, la fantasia del moderno individua un processo oggettivo  casuale intorno al quale si genera la vita, ma la generazione della vita mostra, comunque, una razionalità, una conseguenzialità che travalica i singoli e la loro coscienza e questi conservano, pur essendone parte, una visione “più giusta” dell’intero processo. Insomma, per esprimerci con la logica classica più schietta: il tutto genera le parti e ne controlla razionalmente il processo di crescita. Ma questa razionalità non ha coscienza delle singole parti o se ne fotte. Le singole parti non comprendono la razionalità del tutto – che ai loro occhi sembra assolutamente irrazionale – ma posseggono qualità di ragionamento ben più ampie e comprensive del tutto. Il tutto contiene la parte ma non la comprende. La parte non comprende il tutto ma lo spiega. Come si esce fuori da questo rompicapo? O ci vuole una logica diversa o c’è qualcosa nell’individuazione degli attori del processo che non va bene, che non funziona. Ma, ai fini del nostro discorso,  tutto questo atteggiamento ha generato, tra l’altro,  un disincanto totale con delle evidenti conseguenze: il  mondo è dei cinici,  dei prepotenti, la giustizia (quella complessiva, quella che da ad ognuno ciò che effettivamente merita) non è di questo mondo. Forse è vero.  Certamente è questo sentire disincantato e “cinico” che autorizza la spavalderia dei dirigenti. Essi stanno lì con la loro faccia di culo come se ci dicessero, senza alcun pudore:  “chi se ne fotte che mi dicono che sono arrogante e prepotente e una merda. Io sono quello più bravo e, dunque, gli altri si fottano. E lo ostento”.  E i fans applaudono e imitano l’atteggiamento ritenuto vincente  e, per così dire, “fico”, “magico”. (Tieni presente quanto del linguaggio calcistico è stato mutuato nella politica, circostanza che ha aumentato il mio disprezzo connaturato per questo sport).
Questo, in estrema sintesi, l’atteggiamento diffuso nella stragrande maggioranza dei casi nel sociale. Così nessuno si fa vergogna di apparire per quello che è: calcolatore o puttana (a seconda del sesso) o calcolatore e puttana (se di sesso ambiguo). Bisogna avere un grande senso della religione per farsi una convinzione contraria. Non posso fare a meno di pensare Cristo che alzando la pietra da terra invita chi è senza peccato a scagliare la prima. Io sono ritornato cristiano per il senso di profondissima umanità che c’è in queste sue parole. Mi ha indicato, una volta per sempre, la strada da seguire. La natura sia capricciosa e stizzosamente irriverente verso i singoli. Ma la nostra maniera di essere al mondo qual è? Siamo anche noi pronti al giudizio? O, piuttosto, tracciamo, nella caoticità del mondo, un sentiero basato sul rispetto degli altri? E rispetto degli altri significa rispettare i ruoli, e essere adatti ai ruoli, farsi da parte se non si è all’altezza, prendere l’impegno e la difficoltà su di sè se si può affrontare e portare a termine il compito, superare la difficoltà.
Dante, per bocca di Ulisse, ci dice che siamo stati fatti per inseguire “virtude e conoscenza”. Sta a noi stabilire il giusto, il come, il perché, la strada. E’ qui il senso dell’azione politica corretta. In Italia, da qualche tempo a questa parte, il senso dell’azione politica si è smarrito, proprio per il prevalere di quel modo di fare  che non ritrova nel mondo il senso di giustizia che si aspetterebbe. A contrastare atteggiamenti “pesudonichilisti cazzimmosi” di questo tipo dev’essere una civiltà intera: essa si  deve imporre, deve imporre il suo senso della vita, il suo senso del giusto. La vera azione giudiziaria non è quella condotta dai magistrati, è quella culturale quando la cultura diventa condanna di ciò che è socialmente inammissibile, eticamente intollerabile. E’ questo il più macroscopico e stupido errore dell’intera sinistra italiana.  E’ a questa azione etico-culturale  che io invito i miei simili. Non so ancora come si fa ma lo sdegno, l’indignazione, la voglia di non tollerare più è il primo atto dell’azione da condurre. Noi stiamo per dire BASTA a tutta la schifezza, a tutta la miseria che ci sta attorno. Certo dire  che i Gambardella sono una delle tante famiglie universitarie non serve a niente se non a beccarsi denuncie se per famiglie intendiamo qualcosa che va al di là dei vincoli di parentela. E già questo all’interno dell’Università fornisce qualche problema come ho detto. Il problema è uscire fuori dalla critica ristretta di qualcuno o dalla pratica che si attende nell’azione giudiziaria la risposta. Il problema è:  che fa ognuno di noi per “inseguire virtude e conoscenza” come voleva Dante sette secoli fa circa?
Grazie,   perché le tue interrogazioni complesse e profonde invitano sempre alla riflessione. Forse anche a chiarire, a se stessi, perché si provano dei sentimenti.

   
gregorio rubino

siamo nati nel più dolce dei paesi e viviamo nel migliore dei mondi possibili. Siamo ottimisti, il meglio deve ancora venire...!

Vogliamo parlare dell’università ? Non perdiamo tempo, è da buttare. Come si può riformare una istituzione dove ormai si sono eclissati i rapporti di stima e di fiducia fra i colleghi? Questo di solito succede quando il merito scompare e qualcuno fa il furbo a danno degli altri, reiterando poi all’infinito la furbizia, ma è anche vero, nel nostro caso, che Pinocchio (che comunque tale rimane) è stato corrotto dal gatto e dalla volpe. E chi ancora non vede, non vuole vedere.

Io ormai sono interessato a parlare solo del nostro Sud e vorrei spostare il tema. Ti manderò per la rivista, appena avrò tempo, un testo che avevo preparato per un noto quotidiano al tempo della “monnezza” napoletana, ma che non ha trovato ospitalità sulle pagine regionali. Forse era impresentabile, o forse impertinente, o forse è meglio tacere. Non lo so, giudicheremo insieme, ma è meglio cominciare a porsi la questione.

   
maurizio zenga

La situazione è difficile...Molto difficile, essendoci nel decreto sulla scuola ( a mio modesto parere di "addetto ai lavori" ) alcune cose condivisibili ed altre... ignobili ( come la riduzione delle risorse economiche, già miserrime, a fronte degli aiuti economici promessi alle banche... ).


La contrazione del personale nelle classi elementari, per esempio, mi trova abbastanza d'accordo, così come il voto in condotta o lo studio della educazione civica.
Il problema è che questa sinistra è confusionaria almeno quanto la destra di governo e non dice esattamente su cosa si può e si deve essere d'accordo e su cosa no.
Vuole essere "contro" e basta e, quale occasione migliore di questa per dimostrarlo con la piazza, l'unico luogo dove riesce ad esprimersi?


La CGIL, tanto per dirne una, sta strumentalizzando una faccenda che dovrebbe riguardare il progetto "culturale" di questo Paese trasformandola nella solita questione "pseudoperaista"... Tutti uniti nella lotta...ecc...ecc...


Quando alla fonte di questo disastro "culturale", prima che economico ed occupazionale, della scuola ci sono proprio i sindacalisti di professione, che palle!


Fanno ancora una volta politica per la loro "parte" sulla pelle dei bambini ( che manifestano con loro...Cosa che giudico orrenda e di pessimo gusto ) e degli insegnanti come me, che della  loro straripante onnipresenza in tutti i gangli dell'Amministrazione scolastica, hanno pagato e pagano ogni giorno le conseguenze.


Se Brunetta si preoccupasse di richiamare all'ordine tutti i sindacalisti "fannulloni" distaccati della CGIL, UIL,CISL ecc. dando meno esoneri e meno permessi oppure indagando seriamente su come molti di questi, senza nè arte, nè parte, sono finiti a fare i dirigenti, io gli darei tutto il mio appoggio.


Dovrebbe essere però più preciso e documentato nell'indirizzare le sue accuse.
In realtà la faccenda, come sappiamo, non parte dalla volontà del governo di risanare davvero questo Paese ma piuttosto di raccogliere consenso da una parte di popolazione che non distingue più tra "significato e significante" ( come direbbe De Fusco ).
Avrei preferito a questo punto una manifestazione sulla scuola concretamente di sinistra, con un servizio d'ordine che impedisse le infiltrazioni neofasciste e un gruppo di testa che proponesse una serie di slogan appropriati alla gravità della situazione e non le rime malinconiche tra "ministro Gelmini" e ..." i nostri bambini"...

Direbbe Celentano: ..."la situazione politica...non è buona"...


 


francesco donniacono

Immagino le reazioni di coloro che leggeranno, tutti d'accordo nel sottolineare che è vero, il problema esiste, ma, ovviamente, non riguarda loro. Che centrano con il policlinico di Bari o con situazioni simili?
I ragazzi che manifestano in questi giorni forse, inconsapevolmente, sono strumentalizzati dai soliti professori "progressisti di sinistra" che, sotto sotto, tendono a conservare privilegi e potere, ma la misura è colma.


Cinicamente, comre accade in campo economico, penso che solamente quando non si ha più nulla da perdere si ha il coraggiodi fare dei passi indietro. Oggi si ritorna a parlare di etica del mercato economico. Ecco gli studenti in questo momento non hanno più nulla da perdere, men che mai il futuro, e allora, strumentalizzati o no, che facciano tutto il casino possibile; forse qualcuno si passa  a mano pa' cuscienza.
Per dirla con Giogio Bocca, ma prendo in prestito solo il titolo del libro, Italiani strana gente. Basta qualche tornello, delle leggi che paventano l'arresto se ti beccano a fare un  murales o se butti un frigorifero senza permesso e fuori dagli spazi consentiti per ritenersi europei e civili.
Un paese è civile se ha il coraggio di analizzare e porre rimedio a situazioni come quella dell'università italiana. 

L'età media dei nostri i tutti i professori universitari (nel 2005 compresi i ricercatori, che abbassano la media),  è poco sotto i 51 anni. In Francia l'età media è pari a 45 anni, in Spagna si scende a 44 per andare ancora più giù in Germania e Portogallo, a 42 anni. Salgono in cattedra giovanissimi, 38 anni, invece in Turchia.
In Italia  l' 8% dei professori ordinari ha più di 70 anni, il 50% ha superato 60 anni , il 19% ha piu di 50 anni e solamente 1,7% ha meno di 40 anni. Pazzesco solo quasi due professori ordinari hanno meno di 40 anni.
Noi siamo in Europa ma della   Turchia dobbiamo verificare se sia all'altezza.

   
pepe barbieri

ho ora ricevuto questo tuo sfogo amareggiato: che dire? è difficile contestare le considerazioni di partenza. E sull'uscita che non mi trovo. Se non ora quando? E perchè lasciare esclusivamente ad altri la cura dei nostri mali. Ho sempre apprezzato la paziente ed infinita speranza di Geppetto.

( per questo ti consiglio, se non l'hai letto,  il meraviglioso libro di Manganelli ( adelphi) Pinocchio un libro parallelo.)
   
adriano ghisetti

ho letto con attenzione la tua amara e lucida denunzia. Che tristezza! 
Non posso fare a meno di ricordare che maestri come Pane ed Assunto hanno spesso richamato l'etica come necessità per la nostra azione di docenti e di uomini.
Ma, oggi, dove sono gli uomini?...per non parlare dei docenti!
Ti allego la mia risposta a Rovigatti.

Caro Piero,
sono convinto - e lo vedo in questi giorni - che il doloroso taglio alle spese universitarie sta producendo un effetto benefico. Tu scrivi che il governo deve conoscere meglio la situazione della ricerca;
aggiungo: deve sapere come si spendono i fondi di ricerca ma anche come vengono attribuiti.
Sei convinto che sia giusto distribuire fondi a pioggia? Sei convinto che l'autonomia del nostro ateneo riservi alla ricerca giuste percentuali di quanto riceve dal governo e non disperda verso la fondazione o verso inutili promozioni quali il coro, il caffè concerto ecc. risorse altrimenti destinate?
Mi pare che il sostegno dei professori e dei rettori alle manifestazioni studentesche sottintenda un "lasciamo le cose come stanno" che non condivido.
Con questo non voglio dire che i ricercatori e i precari non abbiano gravi motivi per protestare. Ma, consentimi, non si può fare di tutt'erba un fascio.
Con tutta la stima per il tuo sincero impegno, ti saluto con amicizia
                                                              

   
maurizio zenga

siamo solo all'inizio del tracollo annunciato del nostro sistema scolastico e il tuo sfogo è del tutto comprensibile e certamente condivisibile.


"Devo dire che , dopo l'esperienza che ho vissuto qualche anno fa ( iniziata con il mio forte impegno nel sindacato e finita in tribunale, dove ho perso incredibilmente una causa civile contro l'Amministrazione, assumendo su di me responsabilità che avrebbero dovuto assumersi i sindacati  e pagando di persona, economicamente e fisicamente il mio desiderio di Giustizia e Legalità...) sono molto pessimista sulla possibilità di risollevare la situazione attuale della scuola e dell'Università attraverso le contrattazioni sindacali e le manifestazioni di piazza."

Ti spiego perchè in due parole:

la scuola italiana ( ma credo anche l'Università ), vista dall'interno ovviamente, si regge sul lavoro quotidiano e responsabile di pochi ma qualificati soggetti di provata dirittura morale e di solida preparazione professionale. Costoro, la minoranza, producono Cultura e Conoscenza tanto quanto altri soggetti, che sono la maggioranza del personale, sono in grado di distruggere con atteggiamenti ideologici, metodologie confuse, azioni concrete contrarie ai principi che dovrebbero regolare la nostra Istituzione.
E' un fatto fisiologico collegato alla condizione civile e culturale del nostro Paese che, di fatto, si rispecchia perfettamente nella scuola. Credo in ogni scuola, da Nord a Sud e da Est ad Ovest.
Il problema dunque è di prenderne atto e di fare in modo che la scuola non sia semplicemente un "riassunto" della collettività sociale, una copia in piccolo del modello imposto da questo Governo che sta conformando a sua immagine la società italiana.

Bisogna fare in modo che la scuola ( sia il corpo docente che quello amministrativo ) diventi un "estratto" del meglio, del meglio di questa società, di modo che le nuove generazioni possano prendere esempio da coloro che hanno effettivamente qualcosa da dare e da insegnare.
Come?
Selezionando accuratamente il personale, valutandone attentamente e periodicamente le qualità, le competenze, le risorse umane (come sensibilità, capacità comunicative, creatività ecc.) e dandogli tutto ciò di cui ha bisogno, soldi, attrezzature, spazi e tempo necessari per mettersi al servizio del Paese.
Il resto sono chiacchiere senza senso e, per me che sono nella scuola da 25 anni, una noia mortale, una perdita di tempo, un impedimento al mio lavoro quotidiano già difficile e faticoso.
Quindi, basta con i sindacati che fanno solo chiacchiere e si accaparrano posti di comando, basta con tutta quella masnada di furbacchioni che considera la scuola un trampolino di lancio per la politica ( guarda quanti ex docenti siedono in parlamento...) , basta con tutti coloro che considerano questo mestiere come un "posto di lavoro come un altro"...o un ricovero temporaneo per lavoratori precari, basta con quelli che vogliono "riformare" la scuola senza conoscerla, sia a destra che a sinistra.
Ecco, il mio pessimismo deriva dalla poca speranza che ho di vedere realizzato questo auspicio, almeno nel tempo che ho da trascorrere ancora tra i banchi.

Concorsi pubblici seri, commissioni prestigiose e inflessibili fatte di luminari, fondi statali sufficienti, sono una favola a cui non credo più.

   
piero dasdia condivido, ma ho poche speranze che l'università sia in grado di autoriformarsi.
   
sergio stenti

A proposito della 133 e  su cosa si può ( si deve?) fare nelle nostre sfiancate Università


I mali della Università li conosciamo tutti, purtoppo ne siamo  sia  artefici che  beneficiati  ( acquiescenti o non) per questo non sono sicuro che l'università  possa produrre un'autoriforma:  è possibile  cambiare la logica della  libera cooptazione nei  6000 concorsi attuali ? Non è possibile.
Il pessimismo che mi sostiene non mi impedisce  però di aderire, se ci sono, al gruppo dei volenterosi  ( disinteressati).


La proposta della legge 133 è credo rivoluzionaria: solo tagli economici e poi commissariamento, niente tagli meritocratici  o di qualità, niente riforme, solo  tagli indifferenziati solamente del 3%;  naturalmente è un errore politico, ha tutti contro,  per cui   credo  che il governo tenterà  prima o poi  qualche  aggiustamento. ( AN in parte si dice sia contro) ma ciò è una questione tutta politica,  eppoi  si fa politica anche a livello  delle Università,   13 di esse  infatti si sono già aggregate come università di eccellenza, come interlocutrici del Governo e  Napoli è fuori.

Veniamo alla autoriforma: diminuzione di sprechi,  razionalizzazione dei corsi di laurea, diminuzione delle discipline, aumento della qualità della didattica, miglioramento della qualità dei laureati,  migliore uso della docenza, aggiornamento dei docenti, follow up  per i laureati nei tre anni successivi, ecco mi sembrano alcune questioni  sensibili legate alla didattica e non voglio parlare  qui e ora della ricerca.
Ora mi chiedo : su quali di queste questioni  o di altre simili si può trovare una maggioranza tra gli interessati?

Ho letto le proposte di Antonio Lavaggi, mi sembrano un inizio di razionalità , aggiungerei che mi piacerebbe analizzare  e comparare le voci di spesa del bilancio di facoltà e  provare a costruire un quadro generale  per i prossimi anni :   riduzioni approvate,  pensionamenti previsti, razionalizzazioni possibili.

   
giacomo ricci

Il problema vero è che da un lato ci sono le questioni comeStenti bene sintetizza, ma dall’altro la gerarchia è inamovibile, stolida, stupida, si ripete nelle sue strutturazioni rigidamente accademiche e formali, senza promuovere nessun reale cambiamento. Ed è questo l’unico vero problema al quale tutti gli altri sono riconducibili, la rigidità, inamovibilità, autoreferenzialità della gerarchia che genera tutti il resto (e il marcio). Una rigidità che s’è svincolata da qualsiasi legittimazione scientifica e culturale e rimane tale solo per la sclerotizzazione assoluta dei glangli che la reggono.


In altre parole, non nego la dirigenza. Vorrei che qualcuno ce ne assicurasse la validità scientifica. Il danno avviene quando tutto si regge soltano per raggiungere quel livello di rappresentatività, in maniera assolutamente indipendente dal contenuto che diventa addirittura superfluo.
Tutto ciò rappresenta il marcio. E lo abbiamo sopportato per una vita. La faccenda diventa insopportabile quando ormai ci abituiamo e tutti, con una scrollatina di spalle, diciamo: “E allora?” deponendo le armi.


Questa è la situazione di Bari di cui parlavo sopra, tanto per fare un esempio.


Ora la domanda è: quale può essere un sistema di controllo che spezzi questi circolo vizioso? Chi lo deve esercitare? Come far diventare funzionale una cosa che non lo è più – e tutti lo sappiamo – e rilanciare il meccanismo in maniera positiva?
Ad esempio, una privatizzazione ad oltranza – ritmi di produzione, prodotti, mercato, concorrenza, management spinto esterno al mondo accademico, ecc)nello spirito del liberismo non servirebbe, in qualche modo, a mettere in crisi questa macchina pletorica vuota che è la gerarchia accademica? Come la privatizzazione delle società comunali degli acquedotti, o dell’energia, o della SIP? Proprio in quest'ultimo caso, la proliferazione delle compagnie telefoniche ha portato soltanto confusione e non un reale mercato. Dunque?

 


   
sergio stenti

il seguito:


Dopo tre ore di discussione in un consiglio  straordinario affollato di docenti e anche  di studenti si produce un documento di appoggio al Senato accademico della Federico II e , udite udite, si  decide  "coraggiosamente" di partecipare  ad un forum, il 10.11.08,  sulla 133 con rettori campani e politici campani mentre in facoltà  vengono aperti due "tavoli" per discutere la 133 e altre norme ed un secondo tavolo sul "possibile" miglioramento della  didattica e della  ricerca in facoltà.


Non è proprio un atto rivoluzionario  e nemmeno  un impegno riformista ! si dice che il nuovo preside deve prendere confidenza, acclimatarsi, intanto non si scontentano gli studenti che chiedono e ottengono la sospensione della didattica per 15 giorni a partire dalle ore 16 di ogni giorno: devono  essere liberi di discutere ed eventualmente di partecipare alle manifestazioni indette.


Avevo proposto, inascoltato,  al Consiglio, di chiedere al senato una discussione pubblica sul bilancio della federico II sul fatto che il nostro ateneo spende per spese ordinarie il 101% di ciò che riceve dallo stato ( è quindi in perdita ) mentre per esempio il Politecnico di Milano spende solo il 66% del finanziamento, è quindi in attivo. Se il taglio governativo indiscriminato è insopportabile per gli Atenei, non tutti si trovano  però nelle stesse condizioni di budget !


Che dire, i soldi sono una questione ......molto  molto sensibile !

   
pasquale belfiore

Caro Giacomo, due considerazioni di prima approssimazionea sul decreto del governo per l'Università.


La prima. Parto dalla dichiarazione di Modica (PD) che ho conosciuto negli anni Novanta e con il quale ho lavorato nel Consiglio Nazionale per la valutazione del sistema universitario nella sua fase pioneristica. Ha detto che sul decreto Gelmini il parere del PD (Modica è responsabile per l'Università del PD) "è sospeso". Ottimo. Stimo molto Modica ma qui ritorna la totale incapacità della sinistra non solo a decidere politicamente ma anche a decidere di esprimere un semplice parere. Modica è stato sottosegretario di Mussi. Quest'ultimo sarà ricordato come il ministro per l'Università più parsimonioso - diciamo così - di provvedimenti per l'Università. L'Italia ricorda il suo fulmineo intervento per evitare che la figlia di Ligresti avesse una laurea honoris causa, noi della Seconda Università di Napoli ce lo ricordiamo per il suo incipit all'inaugurazione dell'Anno Accademico 2006-2007 quando tuonò con un "....basta l'Università sotto casa" (che è poi esattamente  il modello organizzativo della SUN, sparpagliata su cinque sedi tra le provincie di Napoli e Caserta. Non si trattava d'una polemica con noi ma di semplice disinformazione. Nessuno gli aveva detto come funzionava  la SUN). Ammesso che il Decreto giunga alla approvazione nella forma che conosciamo, nella  storia dell'Università italiana  si dovrà doverosamente scrivere che il primo tentativo di moralizzare il sistema di reclutamento della docenza è venuto dal governo Berlusconi. Credo che sia una delle ammissioni più imbarazzanti in assoluto che la sinistra dovrà fare.


La seconda. Non sono del tutto convinto che questa dei sorteggi sia la via più giusta. Credo che sia una soluzione provvisoria, che riguarderà solo questa tornata concorsuale, per poi andare a un sistema nazionale, così come più volte è stato detto e promesso. Nella proposta della Gelmini, visti i meccanismi di formazione delle commissioni, sarà frequente il caso di commissari eletti con pochissimi voti e sorteggiati. Costoro saranno magari estranei ai giochi interni alla sede che ha chiesto il posto, magari scompiglieranno accordi e cordate, ma non vengono da un altro mondo. Sono del nostro mondo (universitario), non sono anime belle perchè anch'essi "hanno famiglia" accademica (giovani allievi, colleghi da far progredire in carriera) e non si lasceranno sfuggire l'irripetibile situazione di vantaggio che il caso ha regalato. Decideranno perciò all'insegna del "....se non ora, quando?". Prepariamoci a esiti concorsuali densi di sorprese.

   

davide pastorello

 

Quando sento esprimere dissenso quasi unanime e categorico riguardo a una certa pratica che nondimeno si perpetua, mi domando se non sia possibile migliorare la strategia con cui la si contrasta. E trovo che anzitutto e' importante concettualizzare con precisione gli aspetti negativi della pratica che si vuole abolire. In altre parole: motivare il dissenso. Sembrera' una banalita', ma credo che argomentare una posizione con ragioni (non solo teoriche ma anche pratiche) inattaccabili e' cio' che da' forza, e presumibilmente efficacia, a una critica.

Gli antropologi hanno documentato come nelle societa' tribali, rurali, nelle comunita' piu' piccole, frammentate o relativamente isolate i legami familiari sono la base della societa'. La famiglia nucleare (genitori e figli) o estesa (nonni, fratelli dei genitori e ogni altro parente che vive nella stessa abitazione) e' anche un'unita' di produzione e consumo. Si lavora e si condivide con i propri familiari. A livello piu' esteso il clan, costituito da tutti i parenti di un certo tipo (ad esempio quelli legati al padre: zii, nonni, cugini paterni), e' un gruppo corporato che spesso condivide proprieta' e in generale prevede l'assistenza e la lealta' reciproca tra i propri membri. Ogni societa' distingue i legami parentali piu' importanti e vi attribuisce certe funzioni: un figlio lavorera' la terra del padre, si schierera' nei conflitti dalla parte dello zio paterno, aiutera' il cugino a riparare casa. Il dovere di aiutare, e il diritto di poter contare sull'aiuto di un certo gruppo di parenti sono fatti universali, comuni in tutta la storia delle societa' umane. Ancora oggi in molte societa' diritti e doveri verso un definito gruppo di parenti si puo' estendere a tutte le sfere della vita: religione (un clan venera il proprio totem, secondo i propri rituali), politica (i parenti sono alleati, un clan ha i propri leader) economia (la famiglia condivide le proprie risorse, un clan controlla certi scambi) e cosi' via. Dove i legami di parentela definiscono i ruoli sociali, politici ed economici degli individui non c'e' separazione tra le sfere di cui sopra. E non esiste nessun dilemma riguardo al nepotismo. E' ovvio aiutare un parente, in qualunque campo.

Cosa cambia nelle societa' di massa, urbanizzate e differenziate rispetto alla situazione in cui i legami parentali (comunque siano categorizzati) definiscono ruoli, posizioni, diritti e doveri degli individui? Ovunque nel mondo ancora oggi si da' rilievo alla parentela. Ed e' abbastanza peculiare delle societa' occidentali (Europa, America del Nord, Australia) separare (o tentare di separare) le sfere economica e politica da quella familiare. Sembra anzi che le societa' piu' "civilizzate" (Regno Unito? Nord Europa?) siano quelle in cui la famiglia non costituisca piu' un vincolo e non richieda lealta' o doveri di sorta. Al contrario, nelle societa' meno mature (quelle mediterranee? il terzo mondo?) la famiglia e i parenti sono ancora il gruppo di riferimento naturale per tutta una serie di attivita'.
Cosi', la prima domanda da porsi nel contrastare il nepotismo riguarda un fenomeno intrinseco alla societa' umana, e cioe' la lealta' familiare. Che non e' un superficiale favoritismo per i propri cari: e' un principio fondativo della vita sociale, come spero di aver suggerito.
Cosa c'e' di male quindi se il professore universitario considera anzitutto il proprio figlio per un ruolo nella sua stessa universita'? Che c'e' di immorale nel presidente di commissione che giudica suo cognato il piu' idoneo alla carica? Stanno semplicemente facendo riferimento al loro gruppo sociale piu' prossimo e verso cui hanno doveri piu' sentiti.
Ebbene, c'e' di male (perche' anch'io sono contro il nepotismo) che nelle societa' di massa il principio della lealta' familiare, con i diritti e i doveri che ne derivano, si dimostra nocivo se esteso alle sfere economica e politica. Una condotta che da sempre, e ancora oggi in molte realta', e' sembrata evidentemente la piu' ragionevole, tanto da essere data per scontata, diventa inaccettabile nella societa' moderna . Ma perche'? Accenno a qualche ragione, vi sara' facile trovarne altre.
In societa' fondate sul liberalismo (non solo economico) la lealta' familiare altera il mercato sostituendosi al principio di massimizzazione razionale dell'utilita'.
L'alta differenziazione funzionale della societa' impone la necessita' di ottimizzare i ruoli e le capacita'. Ma se il professore sceglie il ricercatore in base alla parentela, i vantaggi del libero mercato del lavoro (incentivi a qualificarsi e incremento della professionalita', opportunita' diffuse, qualita' del prodotto o servizio creato ecc.) vanno a farsi benedire.
In societa' di massa la famiglia, per quanto estesa, e' un'unita' assai piccola. Adottare tale unita' come base dell'attivita' economica o politica e' una limitazione che esclude troppa parte della societa' e chiaramente discrimina l'accesso e il contributo a tali attivita' secondo un principio irrazionale e svantaggioso.

   
francesco donniacono

Il codice etico


Le linee guida del Governo per l’Università auspicano la formazione di un codice etico che “individui tra l’altro in modo puntuale i casi di incompatibilità e di conflitto di interesse” nella conduzione delle attività delle Università.
Fa riflettere che il richiamo al conflitto/i d’interesse vengano dall’attuale Governo, forse le competenze e la professionalità sul tema da parte di quest’ultimo e del Presidente del Consiglio è tale da pensare di poter proporre soluzioni? Certamente è giusto che tale proposito sia messo in agenda ed è grave che a farlo sia l’attuale Governo, ma questa è un’altra storia.

La presente riflessione nasce dalla analisi dello scollamento che esiste tra i propositi di riforma dell’Università ed il reale comportamento della dirigenza universitaria.
Sono di questi giorni sia le Linee Guida suddette, il documento data 6 novembre ’08, sia le cronache televisive ed i reportage sull’università di Bari, sia le manifestazioni di rivolta di una parte dell’Università, che il concorso ad un posto di ricercatore, svolto venerdì 7 novembre ’08, all’Università di Messina e che cosa ti succede? che al concorso per ricercatore, ci sia un solo candidato: il figlio del professore.

Male, ed ancora peggio che alla domanda sulla legittimità del concorso fatta al prof. Giuseppe Nicòtina, ordinario di Diritto Processuale Civile presso la Facoltà di Economia del medesimo ateneo fino a maggio del 2008 padre del nuovo ricercatore, quest’ultimo risponda: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea in famiglia». L’università come discendenza dinastica!?

Forse non occorre un Codice Etico, delle Linee Guida e nemmeno la delega alla Magistratura, il che non significa non credere in tutto ciò, ma si corre solo il rischio di delegittimare tutto gridando troppo spesso al lupo al lupo.
I Senati Accademici promuovano delle mozioni di sfiducia verso questi comportamenti, isolino indicandoli chi perpetra queste regole, perchè di regole si tratta, i professori facciano altrettanto è nel loro interesse allontanino l’onta del consociativismo, responsabile dello status quo, della casta.

Un tempo appartenere a certe categorie era lusinghiero, oggi se manifesti il proposito di intraprendere la carriera universitaria almeno dalle mie parti la considerazione più frequente è “va’ buon’ aggia capit’”.

p.s.      Le mie considerazioni prendono spunto dall’articolo del Corriere della Sera rintracciabile al seguente        link:
http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_14/messina_concorso_universita_39ea9d2e-b26a-11dd-82fd-00144f02aabc.shtml

gregorio rubino

il gatto e la volpe della nostra storia di pinocchietti sono i responsabili politici di quella famigerata legge 210/98, che ha inaugurato le procedure locali e che ha inficiato in pochi anni l’autorevolezza dell’università italiana. Ma il vero capolavoro (d’ipocrisia) dell’attuale sistema è la questione dei budget, concetto tipicamente commerciale (non è un caso che oggi, tutto quello che facciamo all’università, è definito per antonomasia “prodotto”) e di cui tutti noi conosciamo i meccanismi, che quasi suggerisce agli Atenei la corruzione. Ha ragione Belfiore quando dice che il primo tentativo di moralizzazione è venuto dal governo Berlusconi (ma chi non vuole vedere…). Temo tuttavia che l’elefante produrrà il classico topolino, anche perché l’inciucio ed il gioco delle parti mi sembra ormai evidente (ma chi non vuole vedere…). Ma si, stendiamoci sopra una bella pietra tombale, anche perché, con le prossime centrali nucleari in mano ai privati, non credo che gli italiani andranno molto lontano. E neanche l’Europa, se non apre gli occhi! Altro che università, altro che monnezza di Napoli…

 

gregorio rubino

tirando le somme sull’università, ci accorgiamo che se mettiamo insieme la logica dei budget col meccanismo del reclutamento locale, ci accorgiamo che la corruzione viene da lontano. Ed esattamente da chi ha concepito il meccanismo a tavolino e ne ha fatto una legge. Che certo non impedisce la corruzione, né garantisce l’uguaglianza dei cittadini, come si è visto. Perché una commissione non può essere estratta a sorte davanti ad un notaio? Sinceramente lo ignoro. Ormai conosciamo le conseguenza della legge: a parte i nepotismi e gli abusi, agli occhi della nazione l’università non gode più della reputazione di un tempo. E forse era questo il vero obiettivo. Ma invece di confessarsi in pubblico, azzerare il sistema e darsi regole impermeabili per il futuro, avremo il topolino del decreto Gelmini, in perfetto stile bipartisan, che è inutile commentare. Insomma, il Professore ha “riformato” l’università ed il Cavaliere ci ha steso sopra una pietra tombale. Qui giace. E con questo mi pare che basti.

Volevo infine spiegare, con una osservazione banale (niente a che vedere con Leibniz), perché viviamo nel migliore dei mondi possibili. In condizioni normali, se facciamo la conta in un gruppo casualmente assortito, gli ottimisti sono sempre la maggioranza. Insomma, i pessimisti non godono di molto credito e la cosa era già nota ai contemporanei di Omero. Possono profetare, come la povera Cassandra, ma rimarranno inascoltati. La verità è che la gente vuole essere rassicurata, non ascoltare sventure. La storia del “grillo parlante” fa testo e ce lo ripete sempre anche il Cavaliere. Se poi riflettiamo sulla nostra storia recente, ora che i pessimisti si sono tolti finalmente dalle palle, avremo una versione lampante della nostra “modernità”, alla quale ci abitueremo. Il mondo in cui viviamo è dunque il frutto di una continua selezione ottimistica, come potrebbe essercene uno migliore? Per rimanere in Italia, il meraviglioso ospedale di Mestre è solo un esempio, ma il meglio deve ancora venire, come dicevo. Prepariamoci, ci divertiremo, ormai tutto è spettacolo!

 

 

 

 

 

 

 

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