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SULLE TESI DI LAUREA IN ARCHITETTURA

 

 
di Francesco La Regina
 
Ordinario di Restauro dell'architettura
 
Facoltà di Architettura
 
Università di Napoli "Federico II"

 

 

La recente nota del collega Aldo Capasso mette il dito nella piaga delle condizioni in cui vengono svolte le sedute delle commissioni per le tesi di laurea. Credo personalmente che ciò riflette il più generale clima di sciatteria e di imbarbarimento in cui è sprofondata da tempo l’intera comunità napoletana, non solo quella universitaria. Voglio invece occuparmi “dall’interno” delle modalità con cui tali sedute si svolgono, tentando di sciogliere i principali nodi che le mortificano e soffocano.


In primo luogo, la costituzione delle suddette commissioni. Io credo che, al pari di come avviene nelle Università di altre nazioni europee, non solo il presidente ma tutti i membri della commissione debbano essere “non relatori”. Accade infatti, per motivi che preferisco non indagare, che ogni relatore tenda ad identificarsi con i propri laureandi, sicché il dibattito sulle modalità con cui è stata redatta la tesi diventa molto spesso un confronto se non addirittura uno scontro di tipo personalistico. Conseguentemente, per amor di pace e per convenienza, alla fine ognuno sostiene le ragioni dell’altro, per cui si premiano con il massimo dei voti tesi di laurea che non possiedono i requisiti minimi richiesti a soggetti che vogliono fare gli architetti, figure professionali ben definite dalla legge e dalla prassi. Propongo pertanto che i membri delle commissioni di laurea vengano scelti fra docenti non relatori, i quali procedono alla valutazione delle singole tesi nell’anonimato di chi le ha redatte e dei rispettivi relatori, al fine di assicurare un giudizio obiettivo e non influenzato dalla personalità del relatore; inoltre, le valutazioni di ognuno dovranno essere motivate ed accompagnate da una breve relazione scritta.


In secondo luogo, il contenuto delle tesi di laurea. Presso la nostra Facoltà, possono essere redatte sia tesi di laurea di tipo progettuale, sia tesi di laurea che consistono in ricerche teoriche (storiche per lo più, ma anche tecnologiche, strutturali, estimative o di altra natura). In sede di Consiglio di Facoltà, ho ripetutamente posto la necessità di obbligare tutti gli studenti a redigere tesi di natura progettuale, ovvero professionalizzanti, chiarendo che il progetto può essere di innovazione e/o di conservazione, alla scala edilizia come a quella urbanistica. Questa mia proposta è sempre stata rigettata, in quanto – si sostiene – anche una ricerca storica o di altra natura presuppone un progetto di ricerca, né si può obbligare chi si laurea in architettura a fare il professionista. Ritengo tale posizione inaccettabile, in quanto la laurea in architettura in Italia ha ancora valore legale e di fatto consente a chi la consegue di redigere progetti e dirigere cantieri, con il carico di responsabilità penale e civile che ciò comporta. L’attività professionale di un architetto non può essere assimilata a quella di un qualsiasi ricercatore che opera nei diversi campi delle discipline che concorrono settorialmente ad approfondire aspetti (quasi sempre teorici) della cultura e della prassi architettonica. Chi lavora nella ricerca universitaria o di altri enti pubblici, lo fa come studioso, mentre chi svolge attività di architetto lo fa come professionista. Può anche fare l’uno e l’altro, senza tuttavia mai confondere i rispettivi campi di intervento. Ogni docente, sia esso un compositivo o uno storico o un esperto di estimo o altro ancora, può fare da relatore e definire il taglio della tesi, ma questa deve comunque tradursi in un progetto architettonico.


Infine, i criteri di giudizio della commissione per la valutazione delle tesi di laurea. Oggi si assiste ad una poco edificante rincorsa da parte dei singoli componenti al fine di ottenere il massimo punteggio ai candidati di cui sono relatori: 11 punti non si negano a nessuno, al punto che i 110 e lode rappresentano ormai più la normalità che l’eccezione. Tanto più grave ed inquietante appare tale situazione, quando è a tutti noto che i nostri giovani laureati difficilmente trovano lavoro e, quando riescono in qualche modo a stabilire rapporti lavorativi, dimostrano insufficienze e lacune che solo i più bravi e volenterosi riescono a colmare. Tanto da far sospettare che la ipervalutazione dei processi formativi e delle tesi di laurea presso la nostra Facoltà rappresenti nient’altro che un alibi per le inadempienze e le carenze dell’offerta didattica. Ora, tali criteri possono essere modificati e corretti soltanto risolvendo il problema della formazione delle commissioni per le tesi di laurea e risolvendo definitivamente la questione del contenuto delle tesi in oggetto. Un parametro essenziale, al riguardo, riguarda la professionalità della tesi, dato che attualmente le tesi presentate sono carenti proprio da questo punto di vista, mentre è importante che il candidato dimostri di essere in grado di progettare e dirigere un cantiere.


Immagino già le reazioni che questa mia andrà a suscitare, in una Facoltà come la nostra in cui una parte dei docenti sostiene per inerzia posizioni ormai cristallizzate ed anacronistiche, ritengo tuttavia che un processo di rinnovamento e riqualificazione della nostra istituzione debba necessariamente comprendere, fra l’altro, anche una radicale modifica nel modo di laureare i giovani aspiranti. Giusta la lezione di Gramsci, al pessimismo dell’intelligenza oppongo l’ottimismo della volontà, poiché non credo di illudermi se ritengo che altri colleghi la pensano come me.

Cordiali saluti

 

 

 

 

 

 

 

 

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