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Università: ricerca e comunicazione ovvero come rendere inaccessibili i risultati

francesco donniacono

di Francesco Donniacono

Le polemiche conseguenti i tagli economici, previsti dai decreti legge del Ministro dell’Università e ricerca scientifica Mariastella Gelmini, hanno acceso la discussione e le proteste sull’Università portando al centro del dibattito argomenti quali il merito e la valutazione del merito, il lavoro svolto da ricercatori e professori ed il reale valore e significato di questo. È evidente che il vero obbiettivo è capire se sono giustificati gli investimenti o presunti tali – investimento è l’incremento di capitali per la produzione di beni materiali ed immateriali, attualmente sono garantiti e non sempre l’impegno ad onorare le spese fisse -  che lo stato fa sull’Università.
Da più parti si sono suggerite e si suggeriscono risposte e possibili soluzioni. In sintesi le proposte sono: abbandono delle commissioni locali e valutazione mediante commissioni nazionali o commissioni internazionali o nuclei di valutazioni interdisciplinari; il dibattito è in pieno svolgimento.
Tutto questo per oggettivare quanto più possibile il fatto che il ricercatore tal dei tali è effettivamente il soggetto più idoneo a ricoprire quel ruolo, che le sue ricerche sono utili e di sicuro valore. Che il professore, in qualità prima di ricercatore e poi di docente, con la sua attività apporti conoscenza e competitività rispettivamente ai suoi allievi ed al sistema produttivo – cultura, beni e servizi – di cui è parte integrante.

Ma l’Università ed i suoi componenti rappresentano, o dovrebbero rappresentare, la punta avanzata del sistema produttivo la cultura, i beni ed i servizi di una nazione. La conoscenza e divulgazione dei lavori di ricerca dei suoi componenti, i livelli raggiunti, le conquiste scientifiche, lungi dall’essere solo uno strumento per l’avanzamento delle carriere per il “meritato” balzo in avanti, rappresentano il riferimento al quale qualsiasi soggetto, professore, ricercatore, studente, imprenditore o semplice cittadino, deve indirizzarsi.
Degli esempi potrebbero forse spiegare meglio ciò che intendo. Immaginiamo un cittadino, attento all’ambiente ed alle fonti energetiche alternative, che vuole realizzare un impianto di produzione di energia per la propria utenza: è naturale che egli si rivolga a un consulente ma prima ancora, utilizzando le risorse messe a disposizione dal web tipo Google, dia forma ad un suo giudizio in merito. Dai motori di ricerca il nostro avrebbe le risposte più disparate. Prime tra tutte quelle di tipo commerciale, che certamente lo aiuteranno per i costi, successivamente quelle riguardanti le componenti tecniche e scientifiche tali da aiutarlo nelle sue scelte e nel suo rapporto con il consulente. La cosa strana di quanto descritto è che le pubblicazioni dei vari ricercatori e professori, che hanno scritto e divulgato in merito, sono tratte dai siti personali degli stessi, dagli atti dei convegni o seminari tenuti, ma mai, o quasi, dai siti delle università o dipartimenti ai quali afferiscono. Analoga cosa succede se il cittadino, al quale è diagnosticata una forma di malattia lieve o grave che sia, vuole conoscere dettagli a proposito della stessa e quindi procede come sopra descritto. Troverà informazioni dalle case farmaceutiche, atti di convegni e forse qualche trattato scientifico dal quale tutto ciò deriva.
Detto ciò è lecito un interrogativo: ma i risultati delle ricerche ed il lavoro di quanti operano nell’Università non rappresentano un bene comune e quindi accessibile a tutti?
A questa domanda sembrerebbe possibile dare risposta, infatti il MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – attraverso il CINECA - Consorzio Interuniversitario senza scopo di lucro formato da 32 Università italiane, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS il Consiglio Nazionale delle Ricerche - CNR e il Miur – punto di riferimento per il sistema accademico nazionale, cuore tecnologico del sistema di comunicazione tra Università e Ministero dell'Università e della Ricerca, ha creato un sistema basato sul web dal nome altisonante SAPERI - Sistema Anagrafe Pubblicazioni e Ricerche -, che consente di creare un catalogo dei prodotti della ricerca degli Atenei Italiani a partire dalle informazioni inserite sui "Siti individuali docenti" presso il Ministero. Quindi con un semplice sillogismo e certi della correttezza dell’iniziativa ci si domanda:  tutto questo sapere è accessibile?
No, non è accessibile.
Eppure non si tratta di segreti di stato, il diritto d’autore è garantito dalla certificazione che lo stesso MIUR e CINECA danno della pubblicazione; ma allora, perché tutto questo sapere non è condiviso?
A ben vedere i dati da qualcuno sono accessibili, e, precisamente dai Direttori delle singole strutture dipartimentali, anzi è pubblicata dal CINECA una guida ad uso dei Direttori denominata “Manuale per l’utente  Versione 1.2 del 24 novembre 2006”. Perché, dunque il “sapere di SAPERI” è accessibile  solo dai Direttori dei dipartimenti e dagli stessi autori che credo conoscano bene quello che hanno scritto? Perché non è possibile consultare gli scritti e le pubblicazioni che hanno dato sicuro merito, ad esempio, ai presidi delle Facoltà di Architettura di Napoli, di Milano, di Roma ad essere tali? Ai direttori delle Clinica Ospedaliera del Policlinico di Napoli, Milano, Roma ad essere tali? Perché operare una censura ai più sulla divulgazione dei risultati dell’Università e ricerca?
Sembra rivedere il monaco, del romanzo di Umberto Eco il Nome della Rosa, Jorge da Burgos nella sua biblioteca labirintica ed ascoltare il vecchio Adso da Melk citare: “Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.”

 

novembre 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

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