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Caro Giacomo, la tua telefonata prima e la lettura della mail dopo non mi lasciano scampo: devo anch'io ricordare.


Ricordo Rosario Assunto nella sua casa al quartiere Africano a Roma. Andai con Marisa un pomeriggio di molti anni fa. Ci aspettava vestito di tutto punto. Ci disse per prima cosa che era preoccupato per la piccola Bianchina (forse si chiamava così) che stava male e ciò l'avrebbe costretto ad alzarsi di tanto in tanto.

Moderato stupore da parte nostra perché sapevamo che non aveva figli. Si alzò dopo i primi convenevoli e tornò qualche minuto dopo con Bianchina in braccio, la gatta Bianchina, la cui bellezza ci decantò con parole semplici e convenzionali, forse per significare che, volendole veramente bene, rinunziava a fare il fine e erudito estetologo almeno in quel caso. Conversammo per quasi tre ore.

Nella mia mente è vivissima l'immagine di questo piccolo, gran signore siciliano vestito di grigio, camicia bianca e cravatta nera perché da poco aveva perduto la moglie. Parlammo di giardini e di bellezza, di città brutte e nefandezze estetiche; ebbe un segno di compiacimento quando apprese che noi abitavamo a cinquanta metri da Giannini, il suo primo editore.

Ci raccontò che nei suoi viaggi da Roma a Napoli, almeno fino agli anni Sessanta, chiudeva le tendine del finestrino e si appisolava fino a Pozzuoli, allorquando le riapriva per godere dell'incantato paesaggio dei Campi Flegrei. Da qualche anno, nelle sempre più sporadiche visite napoletane, in prossimità di Pozzuoli chiudeva le tendine perché gli procurava intimo turbamento lo scempio paesaggistico di quei luoghi.

Pasquale Belfiore

 

 

 

 

 

 

 

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