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“ARCHITETTURA COME METAFORA DEL TRAPASSO?”

al nuovo ospedale di Mestre, tra palmizi africani, ombrelloni e tombe luminescenti, la sauna in attesa del medico ... è gratis

 

 

di Maurizio Zenga

Non so in che modo si collochi questa mia riflessione tra le tante che stiamo facendo insieme ad altri amici ma so che qualcosa c’entra con il discorso sull’ Università, sul senso di ciò che all’Università si insegna e si impara e sulla sensazione deprimente che si prova nel  vedersi circondati dai risultati (obiettivamente scadenti) di tanto studio e di tanto lavoro.
Mi spiego meglio: mi piacerebbe  capire perché la gran parte degli architetti che oggi lavorano, quelli cioè che progettano e realizzano edifici importanti, che cambiano la fisionomia e la vita stessa delle città in cui viviamo, producono architetture così orribilmente inutili, brutte, poco funzionali e decisamente inadeguate alle necessità effettive della gente.


Mi è capitato di imbattermi giorni fa, per motivi occasionali, nell’edificio più brutto che io abbia mai visto negli ultimi anni: l’ospedale di Mestre, detto “Ospedale dell’angelo”…Quanto di più cervellotico si possa immaginare (a mio parere) per una struttura ospedaliera.
Una specie di “serra” gigantesca con annesso ospedale, collocata nel mezzo di una piana i cui confini si perdono all’orizzonte di Marghera e Venezia, caratterizzata da svincoli e rotonde di ogni tipo e dimensione la cui destinazione finale è il parcheggio sotterraneo ( a pagamento ) della gigantesca struttura in ferro e vetro la cui percezione a distanza è, credo, un motivo in più per i poveri avventori del nosocomio mestrino per sentirsi…un po’ peggio…


Uno spazio enorme destinato alla “Hall” di questa specie di incrocio tra un centro commerciale di periferia e una stazione aeroportuale da nord Europa, dove campeggiano palme e piante di varia origine ma tutte rigorosamente “collocate” strategicamente come in uno qualsiasi degli alberghi giapponesi di lusso, caratterizzati da una scenografia degli interni “simil-naturale” o in una delle centinaia di case da gioco di Las Vegas, specializzate nella ricostruzione di ambientazioni scenografiche che riportano il visitatore dall’antico Egitto alle savane africane e dai vulcani centro americani all’antica Roma, tutto rigorosamente “verosimile” e creato per stupire il visitatore e proiettarlo in un ambiente decontestualizzato.
Ma a Mestre non si tratta di alberghi o case da gioco ma di un ospedale!
Siamo davvero in un ospedale?


E’ la prima domanda che mi sono fatto passeggiando per i sinuosi vialetti in legno ( ma dove li hanno visti questi architetti? A Kyoto? ) che attraversano il piano terra, dove “pazienti” pazienti, attendono di poter fare una prenotazione o un pagamento aggirandosi tra le fronde di palme e fiorellini che spuntano dal pavimento in cerca della macchinetta che distribuisce i numeri, sotto un sole cocente che scalda la gigantesca “serra” fino al punto che si è reso necessario addobbare le terrazze del primo piano, che affacciano su questa meraviglia “finto-naturale”, con assurdi ombrelloni da bar ( si, proprio quelli che arredano i marciapiedi  delle strade del centro, quelli rettangolari con il fusto in legno e il piedistallo in pietra…) che riparano i poveretti in attesa di una visita o di una prenotazione da un sole infernale.


Infatti, dalle maestose pareti oblique totalmente in vetro e prive di qualsiasi meccanismo di oscuramento che coprono questo enorme giardino fasullo, su cui affacciano gustosi negozietti di ammennicoli vari, bar, ristoranti e anche una banca, entra un sole accecante che finisce proprio ( guarda a volte il caso e la fatalità…) dove le persone sono obbligate ad attendere di essere chiamate per una visita medica o un prelievo.

Ma non volendo scendere in particolari costruttivi o progettuali che mi impegnerebbero, senza che io ne abbia titolo, in una analisi critica lunga e forse noiosa, mi limito ad osservare alcuni dettagli esilaranti a dir poco:
Ti allego delle foto perché altrimenti potresti non credere alle mie parole…
La statua dell’angelo!


Una cosa che non si può descrivere la statua metallizzata (in silver plate?) dell’angelo che troneggia su una colonna colorata che emerge dalla finta boscaglia, accogliendo con una prima immagine di “sacra modernità” il malcapitato di turno il quale, ignaro e ancora forse in buona salute, accede alla vista di questo capolavoro della creatività, percependone la visione lentamente, man mano che la scala mobile di accesso dai garages al piano la svela in tutta la  sua riflettente bellezza…
Ma non finisce qua, perché la botta definitiva viene quando meno te l’aspetti: dopo aver subito la calura asfissiante del pomeriggio in questo ambiente umidiccio in attesa del medico, dopo aver effettuato la visita in una specie di loculo senza finestre (su cui tornerò in seguito) ecco che le luci si smorzano, il sole tramonta e tutto resta nella  penombra. Nella “hall” si riflettono le luci dei piani superiori e tu ti incammini verso l’uscita osservando le luci che, dalle stanze, si riflettono nell’enorme cielo di vetro, pensando alle cose che hai saputo, rassicuranti… ma magari anche no e, assorto nelle tue preoccupazioni, ecco che appaiono le luci artificiali che illuminano il giardino d’inverno…che stavolta vengono però dal basso.


Dal piano sottostante dei garages la luce arriva da alcuni lucernari in plexiglass credo, non saprei come chiamarli, simili a “lapidi” luminose ( non scherzo, guarda le foto che allego )  collocate sul pavimento tra le piante e i vialetti, in un contrasto incredibilmente stridente tra le curve dei percorsi e la regolarità ossessiva dei lucernari rettangolari posti uno in fila all’altro come delle tombe, la cui collocazione è assolutamente evocativa di un cimitero, effetto rafforzato dall’idea ( geniale! ) di collocarle sulla terra  fresca  ai bordi dei vialetti in legno  con un effetto, per chi si accinge ad entrare o ad uscire da questo luogo di sofferenza, molto poco rassicurante…


Altri dettagli esilaranti (si fa per dire e tanto per non piangere…) gli spazi destinati agli ambulatori: alcuni, a detta dello stesso medico in servizio con cui ho scambiato due parole, di tre metri per tre, molti senza neppure una finestra ma solo un aeratore a soffitto e con pareti rigorosamente bianche e luci ancora più bianche, in modo tale da rendere l’atmosfera insopportabile per chi debba lavorarci per molte ore al giorno. Si immagini soltanto ciò che può accadere in presenza di patologie particolarmente gravi, magari contagiose, in uno spazio angusto e non aerato in cui passano quotidianamente decine di persone. Per non parlare dei “percorsi” e degli spazi interni di collegamento: nel cercare il medico con cui avevo appuntamento, ho chiesto informazioni ad un suo collega con ambulatorio adiacente ma questi nemmeno lo aveva mai sentito nominare, da ciò la deduzione ( poi confermata da altro personale ) che le relazioni di lavoro in uno spazio interno costruito sul criterio dei “percorsi funzionali”, un dedalo di corridoi ortogonali  tutti apparentemente uguali, tutti bianchissimi e tutti fortemente illuminati, sono piuttosto difficili e gli stessi operatori, pur lavorando porta a porta, non si riconoscono nemmeno. Probabilmente perché accecati da tanto biancore, da tanta luce riflessa ( persino dai propri camici ) e rintontiti dall’aria condizionata a tutta manetta.
Tanto è vero che, allo scopo di indirizzarti sulla strada giusta, ci sono le “bussoline” (non scherzo, me le hanno indicate così, come le letterine di “passaparola” la trasmissione televisiva…) delle signorine chiuse nelle cosiddette “bussole”, una specie di gabbiotto/edicola simile alla biglietteria di uno stadio, dal quale gentilmente ti vengono offerte le informazioni necessarie a fruire dei servizi dell’ospedale (la signorina “sottovetro” muove appunto le braccia nella direzione Nord, Sud, Est e Ovest come una bussola appunto ).


La mia riflessione finale è, alla luce di ciò che ho descritto: a chi serve una struttura del genere e perché si realizza un’opera come questa che assorbe tante risorse, economiche, territoriali, umane, professionali, per ottenere risultati così scadenti, almeno dal mio punto di vista?
Se lo scopo era quello di decentrare il servizio ospedaliero (che prima era dislocato in città) e di renderlo meglio accessibile al pubblico, dotandolo di collegamenti adeguati, di parcheggi ecc. posso essere d’accordo che le soluzioni siano più o meno quelle adottate in questo caso ma, per tutto il resto e cioè per tutto ciò che l’architettura deve fare per rendere la vita degli uomini che ci vivono e ci lavorano, la migliore possibile, siamo proprio sicuri che questi risultati siano adeguati alle aspettative e alle esigenze di una collettività come la nostra?
Seconda questione: l’Università che ha formato questi architetti (lo studio di progettazione Altieri è a questo indirizzo, se vuoi approfondire clicca qui ) lo ha fatto su basi culturali, tecniche, economiche che rispondono alle richieste di professionalità del nostro Paese? O, piuttosto, lo ha fatto su basi teoriche rimaste sostanzialmente inapplicabili alla nostra realtà socio-culturale?


In definitiva, la questione che sottopongo alla mia e alla tua riflessione è questa:
l’Italia ha effettivamente bisogno di architetti che progettino ospedali? Se si, sono stati formati questi architetti dalle nostre Università in modo da progettare gli ospedali di cui l’Italia ha effettivamente bisogno, in base al suo specifico modello di società e alla sua specifica cultura?
Allora, la responsabilità di questi risultati è degli architetti, di questi architetti e soltanto loro o anche dell’Università da cui provengono che li ha formati su modelli progettuali e ideologici inadeguati alla realtà in cui si trovano oggi ad operare? E tralascio ciò che l’Università dovrebbe fare e che non ha fatto fino ad oggi per una migliore formazione culturale complessiva di coloro che operano in settori specifici essenziali per la vita dei cittadini.
E la politica, gli amministratori che avallano questi risultati strombazzandoli come conquiste di progresso e modernità, hanno anche loro responsabilità in merito a certi risultati? O no?

P.S. calato il sole della sera nella “serra” arriva implacabile il freddo gelido per chi è ancora in attesa seduto sotto gli ombrelloni, non oso immaginare cosa costi alla collettività riscaldare questo spazio enorme e quanto  costerà d’estate tenerlo fresco con l’aria condizionata.
Alla faccia di tutte le belle teorie sul risparmio energetico, sulle tecnologie alternative e sull’architettura biologica, di cui tanto inutilmente si parla in tutte le Facoltà di Architettura italiane, da anni.

ratt'...ratt'... guardando l'angelo in silver plate, permettete uno scongiuro (disegno di Maurizio Zenga)

novembre 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

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