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dibattito

 

 

Un viaggio piccolo piccolo

 

di MaurizioZenga

(bisogna immedesimarsi ...)

Riassumo in poche righe un viaggio piccolo piccolo nella bellezza, tra mostre d’arte, palazzi, teatri e altre cose ( belle ), sullo sfondo del panorama invernale di queste feste natalizie, immerso nella nebbia della bassa padana.
Sono andato due giorni a Milano per vedere la mostra di Magritte al Palazzo Reale e potrei raccontarvi della sensazione che ho provato di fronte ad opere d’arte che ho visto mille volte sui libri  e per la prima volta dal vivo.Una  magia che si ripete e che mi trascina quasi fino alle lacrime di commozione ogni volta che so di essere davanti alla fatica concreta  del pittore, davanti alla materia che egli stesso ha deposto col pennello, in quel modo, sulla tela che ho finalmente davanti.
La mostra è bella, l'opera di Magritte è bellezza pura, senza dubbio una delle migliori mostre di quest’anno. Bell’allestimento, bellissimi i quadri provenienti da collezioni pubbliche e private, molti dei quali sconosciuti e mai pubblicati.
Si ha la sensazione che l’artista voglia prendersi una rivincita nei confronti di chi lo ha considerato semplicemente un visionario e non un intellettuale raffinato, nel chiostro del Palazzo una ricostruzione tridimensionale dell’Impero delle luci accoglie i visitatori, cosa c’entri non l’ho capito ma era lì…
Un altro piccolo gioiello  che segnalo ai volenterosi viaggiatori che volessero andare per mostre nei prossimi giorni, anche a costo di farsi qualche centinaio di chilometri , è : “Anima dell’acqua” sempre al Palazzo Reale di Milano fino al 29 marzo 2009.
allestita per sensibilizzare su uno dei temi più attuali del momento. Per comprendere la preziosità e la necessità dell’ acqua, la rassegna racconta la storia dell’ acqua attraverso un percorso che spazia dall’ archeologia a Segantini, passando per Masolino da Panicale, Caravaggio e Tintoretto”.
Mi è piaciuta moltissimo e credo sia esemplare per la semplicità e la chiarezza con cui ha messo insieme reperti archeologici di grande interesse ( che in altro contesto sarebbero stati quantomeno ignorati ) con dipinti da Caravaggio a Segantini e opere di arte contemporanea come The reflecting pool di Bill Viola o “L’armadio dell’acqua nera” di Fabrizio Plessi. Ho trovato perfetta  la logica  con cui sono state scelte ed esposte  le singole opere sul tema dell’acqua, sia dal punto di vista strettamente logistico che per la coerenza  e leggibilità del discorso proposto dai curatori.
A proposito di acqua e di  recupero del significato profondo di questo elemento naturale  nel contesto architettonico e artistico non posso fare a meno di ricordare la  visita che ho fatto qualche giorno fa, per la prima volta, alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, dove si tiene fino a domenica una splendida personale di Milo Manara (  artista che personalmente giudico grande almeno quanto Moebius ). La Fondazione gode di un interessantissimo restauro architettonico, opera del maestro Carlo Scarpa del quale riferirò  più avanti.
A Milano, approfittando della serata disponibile, ho visto uno straordinario spettacolo del Circo di Oz ( Australiano ) in un altrettanto  straordinario edificio  progettato dalla Gregotti AssociatiInternational: il teatro degli Arcimboldi.
Più conosciuto forse per essere il teatro di “Zelig” il Teatro Arcimboldi è in realtà un incredibile “macchina architettonica” per lo spettacolo concepita per ospitare fino a 2400 posti e disegnata con una semplicità e un rigore formale  degni di un grande studio di progettazione.
Avrei voluto essere quel giocoliere del Circo di Oz che riesce a mettersi il cappello lanciandolo con i piedi  prima di inchinarmi al cospetto del bravo Gregotti.
Ho letto e imparato tante cose da Gregotti, quando ero all’Università, ma credo di aver imparato moltissimo dalla serata al teatro Arcimboldi avendone misurato con gli occhi e direttamente in loco gli spazi, le luci, i materiali , la forma e l’atmosfera. Ah…( sospiro di trasporto ed ammirazione profonda del bello…) se le città fossero fatte davvero dagli Architetti…e non dagli…”architetti”…
Come sarebbe diversa la nostra vita quotidiana.
L’intervento di Gregotti ha rivitalizzato una intera zona urbana di periferia a ridosso dell’Università che, alle undici di sera, mi è sembrata del tutto vivibile e degna di una grande e civile capitale europea.
Da Milano mi sono trasferito a Parma per una visita alla mostra del Correggio, che mi sono imposto nonostante le code infinite e le snervanti attese davanti a qualsiasi sportello ( biglietti, audioguide, deposito borse, guardaroba, ecc. ). Grande mostra , grande allestimento, organizzazione imponente, spettacolare da tutti i punti di vista a cominciare dall’opera stessa del pittore che conoscevo poco e che ho apprezzato per la moderna sensibilità che, confesso, ignoravo quasi del tutto.
La mostra è bella, fatta bene, organizzata bene a cominciare dal prezzo onesto ( 8 Euro ) e limitato alle possibilità di una gran parte del pubblico per finire all’idea di fornire incluso nel biglietto una comoda audioguida che   ho apprezzato per la semplicità e la precisione delle descrizioni.
Si sviluppa in varie sedi, una delle quali è il Duomo dove si possono ammirare da vicino le “cupole del Correggio” grazie ad una serie di impalcature montate per favorire l’accesso del pubblico fino all’altezza degli affreschi, idea molto interessante.
E poi Parma è bella! Una città da vivere con il tempo necessario e da vedere in ogni angolo, che sicuramente paga il prezzo che pagano molte città italiane alla sovrappopolazione disordinata e al degrado complessivo che ci affligge ma riesce a riscattarsi con una serie di mirabolanti  presenze monumentali, conservate perfettamente: il Duomo e il Battistero in primis, ma anche il Teatro Regio, da non perdere in assoluto.
Da Parma mi sono portato, un po’ forzatamente lo confesso, nella  cosiddetta “bassa padana” ovvero nella zona che più d’ogni altra parte d’Italia mi è estranea, forse perché non conosce il mare, o forse semplicemente perché la terra di Verdi è perennemente avvolta dalla nebbia, questa massa densa  e grigia che svela a poco a poco le cose ma anche le persone e non solo fisicamente…
La “bassa” è una terra strana, piatta ma anche ondulata e ha un fascino tutto suo che la rende ostile ma anche attraente allo stesso tempo, fatta di case isolate nel nulla più assoluto ma anche di borghi di una bellezza sconvolgente che emergono dalla pianura con le loro torri mescolate ai tetti delle piccole case e ai campanili delle chiese perfettamente conservate, quasi sempre circondati da mura maestose, come il borgo di Vigoleno o quello di Castel Arquato, a Nord di Parma.
Dal lato opposto rispetto all’autostrada A1, più ad Est, c’è la  terra di Giuseppe Verdi  che come dicevo non mi ha mai attratto moltissimo ma nella quale sono andato per  curiosità, forse anche perché l’opera lirica e la musica classica in generale mi mancano. Ho una forma di invidia per i “melomani” e per tutto ciò che appassiona queste persone che vivono l’opera con tanta partecipazione, una delle quali ho avuto la fortuna di incontrare a Busseto, di fronte al Teatro dove Verdi tenne i suoi primi concerti, presso la fondazione museo Casa Barezzi. Un signore molto simpatico e colto che mi ha guidato nella visita alle sale di questa casa museo in cui sono conservate con cura e direi amore appassionato, partiture, lettere, locandine, fotografie che raccontano la storia di Giuseppe Verdi  e di Antonio Barezzi la cui casa bussetana divenne il luogo delle prime esibizioni pubbliche del giovane maestro  che poi ne sposò la figlia Margherita.
Barezzi, vero scopritore di Verdi, era titolare di un grande negozio di alimentari e liquori di Busseto e svolgeva attività di animatore culturale e musicale della piccola cittadina. ( Si può dunque essere “imprenditori” e allo stesso tempo dare un contributo importante alla crescita culturale del proprio paese…C’è oggi qualche “imprenditore” altrettanto illuminato che può vantare gli stessi meriti? ).
La terra di Verdi è anche quella di Guareschi ( chi non ricorda Peppone e Don Camillo? ), un uomo certamente intelligente, umorista straordinario, che ha saputo raccontare la storia di una certa parte del nostro Paese la cui opera vive anche attraverso i disegni e gli scritti raccolti nel piccolo museo di Diolo, da vedere e da gustare come i sapori di questi luoghi ancora incontaminati.
Diolo è nel Comune di Soragna dove c’è una delle cose più incredibili che io abbia mai visto e che segnalo per la bellezza sorprendente: la Rocca Meli Lupi di Soragna. Edificata nel 1385 e diventata nel tempo, con l’intervento di numerosissimi artisti chiamati di volta in volta a trasformarne l’architettura originaria, un esempio folgorante del primo Barocco italiano.
Mi ha colpito molto apprendere che la gestione della fortezza e di tutto il suo contenuto straordinario di opere d’arte, è a totale carico dell’attuale proprietario ( il Principe Diofebo VI discendente della famiglia Meli Lupi ) che abita all’interno di una parte dell’edificio storico e della cui storia personale nulla si sa, se non che parcheggia all’interno del chiostro principale la sua Panda azzurra e che gira in bici per il borgo in tenuta da ciclista.
Rientrato da questo piccolo ma sostanzioso giretto turistico padano non ho rinunciato ad andare, come vi dicevo, alla mostra di Manara, aperta ancora per qualche giorno. Ho avuto così l’occasione di vedere da vicino l’opera di ristrutturazione che Carlo Scarpa ha realizzato a Venezia per il Palazzo Museo Querini e di cui voglio riferire essendo una delle cose più belle che si possano vedere oggi a Venezia ma anche in Italia, credo…
Il Maestro Scarpa ha progettato, ancora negli anni ‘50, un piccolo gioiello di semplicità e perfezione, tecnica e artistica, un piccolo grande capolavoro architettonico, la cui analisi attenta potrebbe bastare a capire come si fa a fare della buona architettura senza perdersi in inutili esercizi di stile o in roboanti e pretenziose citazioni senza contenuto ( come spesso ormai avviene, basta guardarsi un po’ attorno…). Ciò che mi colpisce del lavoro di Scarpa è la modernità del concetto di recupero strutturale e insieme del suo specifico e originale linguaggio architettonico.
In fondo è un’opera realizzata e inaugurata nel 1963 e tuttora appare, almeno ai miei occhi, assolutamente moderna.
A cominciare dall’idea di recuperare il fenomeno dell’acqua alta ( che all’epoca come oggi costituiva un grave handicap per la funzionalità degli spazi al primo livello ) trasformandolo da problema in risorsa vera e propria cui ispirarsi per il progetto di recupero strutturale.
Vi rimando all’esame della documentazione che potrete trovare sul progetto di Scarpa a questo indirizzo: http://www.querinistampalia.it/scarpa/index.html andate a leggervi la scheda tecnica, semplice ed efficace per comprendere le linee essenziali dell’intervento.
Di Milo Manara cosa dire, semplicemente che la sua opera pittorica ( sono esposte nella mostra quattro cinque tele  di  medie dimensioni oltre alle decine e decine di disegni ) non è all’altezza della sua caratura di illustratore. Le stesse forme  gli stessi colori che Manara propone nei disegni ad acquerello o inchiostro e pastello, trasferiti sulla tela con l’olio, non rendono giustizia alla grandiosa abilità di disegnatore del maestro veronese. Le splendide figure femminili  per le quali Manara è diventato un mito, realizzate in grandi dimensioni ad olio su tela, perdono quel fascino che indubbiamente hanno sulle pagine di una rivista patinata.
Secondo me Manara può e deve restare un illustratore e non necessariamente cimentarsi con la pittura. Lo dico con umiltà e con grande ammirazione per un artista che ho conosciuto casualmente una ventina d’anni fa ad una fiera dei comics e che mi colpì perché girava tra la folla completamente imbrattato di colore, dalla testa ai piedi ( le scarpe non avevano più un colore definito tanto erano schizzate  ) dando l’impressione di essere stato prelevato di peso dal proprio tavolo di lavoro e scaricato tra la folla dei visitatori… contro la sua volontà.
C’è aria di crisi in giro d’accordo, c’è un vuoto creativo spaventoso, per non parlare di quello culturale, politico, comunicativo, morale, etico e chi più ne ha più ne metta. Tutto quello che volete ma ci sono anche ( per fortuna ) queste architetture, questi artisti e le loro opere immortali, ci sono persone appassionate che cercano di trasmetterne e tutelarne il lavoro e la memoria e che riescono a dirci che la bellezza esiste ancora ed è a portata di mano, magari non proprio a due passi da casa nostra...ma la si può trovare
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