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Andare dal "maestro"

I quiz sono la punta dell’iceberg di un sistema universitario che non funziona più nel suo intero: non funziona all’ingresso, non funziona durante, non funziona all’uscita, e chi vi entra più che sentirsi sottoposto ad una selezione culturale, finisce per sentirsi sottoposto ad una selezione per la sopravvivenza, per la quale spesso i fattori genetici più importanti non sono affatto quelli legati alla cultura. Ma ciò che preoccupa ancor di più è che questa deriva sembra aver investito tutti gli aspetti della società, e nessuno, anche chi grida allo scandalo, può rimanerne immune ancora a lungo.
Sono cresciuta in un paese di sarti e calzolai. La maggior parte dei ragazzi, finita la scuola definitivamente(ma non necessariamente finito l’obbligo) o solo per le vacanze estive, e quelli più indigenti anche nel doposcuola, andava dal “maestro”. Il “maestro” non era quello che ti aiutava a fare i compiti, o dava lezioni di belle arti alle bambine di alto lignaggio, ma quello che ti insegnava ad infilare l’ago nella stoffa col medio della mano destra armato di ditale per imbastire la giacca di qualche avvocato napoletano. E a quel “maestro” si tributava la stessa deferenza dovuta a un professore: per entrambi non c’era obiezione che tenesse, genitore che osasse intervenire. Oggi qualsiasi genitore si autoaccuserebbe di sfruttamento minorile, si sveglierebbe tra incubi affollati dallo spettro del telefono azzurro. Anch’io, che ritengo di essere stata tra le ultime privilegiate a ricevere quest’istruzione e doni preziosi come un telaio da ricamo o una macchina per cucire, non credo che sarei capace di fare la stessa cosa con i miei figli.
Ho sempre creduto nel lavoro e nello studio, e metto il lavoro in prima linea perché quella pratica mi ha insegnato anche a studiare, mi ha inculcato il senso del dovere ancor prima di quello della libertà di pensiero, e soprattutto mi ha fatto comprendere che non si è veramente liberi di pensare se non si ha un lavoro che rende indipendenti, un’arte che produce e appaga nello spirito e nei fatti. Mio nonno che era sarto, vedendo la sua arte che pian piano impoveriva nella forma e nei contenuti, ha più volte parlato di complotto. Non riusciva a spiegarsi come fosse possibile che quelli che pensavano, i “dottori”, non si accorgessero del male che stavano facendo mentre allentavano tutte le corde, mentre sfasciavano i valori tradizionali più elementari senza proporne altri, a meno di non avere un secondo fine talmente incomprensibile da risultare diabolico. E poi tornava al suo lavoro, ancora con maggiore accanimento e rigore. Non è una sinecura, ma è l’unico modello a cui posso guardare per oppormi nel quotidiano a questa ennesima e inspiegabile stortura che, all’apparenza, nega solo il libero accesso allo studio, ma alle spalle si porta la negazione di parecchi altri diritti civili.

 

Elene Di Palma

 

 

 

 

 

 

 

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