il libro degli amici
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| giacomo
ricci |
Caro
Maurizio,
mi
è venuta un'ideuzza. Hugo von Hofmannsthal scrisse un libro
che chiamò "Il libro degli amici" nel quale si
prese cura di trascrivere citazioni di altri autori che riteneva
meritevoli di essere lette e ricordate.
Vorrei inaugurare una cosa simile su ArchigraficA ma che sia più
simile ad una scrittura continua quotidiana - o quasi - che un gruppo
di persone si scambiano discutendo di ciò che accade loro
e, se è il caso, aggiungendo anche citazioni o altro.
Vorrei iniziare dal fatto che ieri, in un Consiglio di Facoltà,
un professore importante della mia Facoltà - o che almeno
a me sembra tale per il suo impegno e la sua presenza costante -
ha introdotto l'argomento dei quiz di accesso citando il mio contributo
su "Nonno Ubaldo e Bongiorno" in maniera per me molto
lusinghiera e, devo dire, che non mi aspettavo almeno da parte sua.
Mi sono accorto che lui interpreta il suo ruolo non solo per convenienza,
come fanno tutti, ma anche - e forse soprattutto - perché
crede ancora nel suo mestiere di professore e architetto.
Tutti - che avevano ignorato il lavoro che avevo spedito ad ognuno
di loro - si sono "accorti" dell'importanza dell'argomento
e, dopo un intervento del tal professore e mio, mi hanno tributato
una specie di trionfo. Il Consiglio di Facoltà, preside in
testa, ha deciso di inviare una mozione alla Conferenza dei presidi
perché dia fine allo sconcio di domande che non hanno niente
a che vedere con l'architettura.
Non ho alcun dubbio che la mediazione del professore in questione
sia stata fondamentale nel far "decidere" i miei colleghi
a prendere una posizione.
Si sposa quest'atteggiamento con quanto diceva il prof. Sartori
- che mi piace moltissimo per la sua intransigenza intellettuale
- qualche sera fa parlando degli italiani definendoli "conservatori,
pavidi e sostanzialmente cazzisti" quest'ultimo termine è
ovviamente una mia libera traduzione - forse troppo disinvolta -
di un suo pensiero come sempre rigoroso.
Devo dire di non sopportare più quest'atteggiamento diffuso
dei nostri connazionali falsamente neutrale, preoccupato, soprattutto,
di portare, in ogni occasione, soprattutto il culo a casa
al posto di esprimere liberamente il proprio pensiero.
Credo che la nostra misera penisola abbia bisogno di impegno in
ogni campo.
Il "Libro degli amici" potrebbe, liberamente, aprire un
discorso. Che ne dici, iniziamo?
Giro questa mail agli altri? |
| maurizio
zenga |
Carissimo
Giacomo,
la
tua idea è tutt'altro che una "ideuzza" e , se
ho capito bene, riguarda la possibilità di registrare
ciò che di buono e di utile si produce sempre all'interno
di una discussione che si svolge tra persone che si conoscono e
che si stimano, tra amici appunto.
Persone che, in qualche modo, si vogliono bene e che sono "pre-disposte"
ad accettare il punto di vista dell'altro, così come sono
aperte alle modifiche del proprio punto di vista se dall'altro vengono
motivi di riflessione o elementi di approfondimento.
Questo aspetto non è poca cosa se si pensa che oggi
il dibattito culturale e politico, sia in pubblico che in privato,
si svolge sempre e comunque sul piano dello scontro verbale e della
contrapposizione sorda alle posizioni dell'altro, dando un
pessimo esempio di comportamento alle giovani generazioni che per
la prima volta si apprestano ad affrontare il confronto con
altri su argomenti di carattere politico, sociale, culturale ecc.
E' anche vero che le sedi in cui esercitare la dialettica del confronto
oggi sono scarse ( una volta, ai nostri tempi, c'era la sezione
di partito, il collettivo politico all'Università, la "comitiva"
del bar sotto casa, le riunioni conviviali a casa tua , a casa mia,
gli incontri serali sulle panchine dei giardinetti comunali e così
via in altre mille occasioni per parlare, per confrontarci e per
crescere insieme ), sono spariti i gruppi di discussione di qualunque
genere e con essi la stessa capacità di mettersi in discussione
o mettere in discussione le idee facendole diventare progetti
e
quindi costruzione di qualcosa.
Tutto ciò che oggi appare come sede di confronto adatta
alle discussioni di qualunque genere, se ci fai caso, è finto.
A cominciare dalle sedi "istituzionali", basti per tutti
l'esempio del Parlamento dove un Ministro discute di problemi giganteschi
( hai presente il "question-time" ? ) davanti ad una platea
vuota, oppure ai Consigli di facoltà, di Istituto, nelle
Università o nelle scuole di ogni ordine e grado, dove le
discussioni sono interminabili e inutili e dove i rappresentanti
eletti non riescono mai, dico mai, ad entrare nel merito dei
problemi perchè si fanno i "dispetti" l'uno con
l'altro. Non esiste nella scuola attuale un luogo, una sede che
sia una, nella quale i docenti ( tanto per fare un caso personale
) possano liberamente e con passione discutere del loro lavoro e
del come e perchè la scuola sta andando in malora. Non c'è
la percezione che dei problemi di cui la gente è vittima
si possa realmente discutere tra le persone che, di fatto, si accontentano
del surrogato "televisivo" ( ormai insopportabile ) in
cui si discute "fintamente" di tutto, delle cose più
assurde, mettendo a "confronto" le categorie più
disparate ( o disperate? ) sui temi più incredibili. Per
non parlare del cosiddetto "reality" che ha riempito questo
vuoto mentale e dell'anima con una paccottiglia indefinita
di emozioni finte e di sentimenti precotti in contesti ambientali
"simbolici", del tutto irreali, che hanno prodotto l'effetto
di anestetizzare completamente la nostra curiosità di interloquire
direttamente con gli altri per confrontare le nostre idee, condividere
le emozioni, progettare, costruire, perchè c'è tutto
in TV già preconfezionato.
Dunque puoi immaginare caro Giacomo quanto io sia favorevole alla
creazione di una sede di discussione, aperta, libera, diretta in
cui parlare di cose su cui si misura il nostro impegno quotidiano.
Il "blog" di Grillo, che tanto successo ha avuto e sta
avendo è in fondo una sede di discussione tra "amici"
( " gli amici di B.G." appunto che tuttavia, per la smisurata
quantità di contributi diventa impossibile distinguere da
un coro ) dove le persone manifestano l'estremo bisogno di intervenire,
di esprimersi, di fare gruppo, di progettare il proprio futuro e
di vederlo realizzato. E'
nell'aria questa "ribellione" dell'anima, del pensiero,
della creatività che cresce anche dentro di me.
In poche parole, sono d'accordo... Partiamo!
P.S.
mi è piaciuto moltissimo il riferimento alle "citazioni"
e alla tua idea di metterne insieme alcune tra le più interessanti.
Io direi anche di aggiungere l'uso sproporzionato e "fuori
luogo" delle citazioni. Prendi ad esempio questa che ti propongo
e che in questi giorni è molto in voga:
"quando il saggio indica la luna , lo sciocco guarda il dito..."
(massima cinese ).
Ora
vai a questo Link e guarda che uso ne hanno fatto e dimmi ( come
direbbe Di Pietro ) "ma che c'azzecca?"
http://www.vnn.it/Email/VNN_Presentazione.pdf
|
| giacomo
ricci |
siamo
partiti, evviva!
A proposito
del link che proponi e passando di pala in frasca, come diciamo
a Napoli, la parola "palinsesto" della quale tutti fanno
un uso spropositato, intendendo, più o meno, la struttura,
l'organigramma di un evento o di eventi programmabili, in realtà
nasce da una necessità.
Nel
medioevo la carta, almeno fin quando non si fece quella a mano -
ad Amalfi, tanto per restare nel territorio che conosco - era sostituita
dalla cartapecora che, come dice la parola, veniva dalla pelle della
pecora. Costosa in termini concreti - ma anche in termini di vita
perchè ogni pagina era ricavata da una pecora, per cui un
codice come quello di Villard de Honnecourt, originariamente di
un ottantina di pagine circa, era generato dalla strage di ottanta
pecore - era riutilizzata ogni vola che si poteva, grattandone il
contenuto e sovrapponendo ad esso un nuovo disegno o una nuova pagina.
La cartapecora grattata e riutilizzata prendeva il nome di palinsesto.
Forse anche per questo e per il fatto che si scriveva a mano, all'ombra
dei chiostri, il pensiero era più ponderato, più profondo
- altro che primitivo!- e le sciocchezze erano meno diffuse. Figurati
che cosa succede con l'infinità riproducibilità del
web e della TV: puttanate a più non posso il cui unico scopo
è il rincoglionimento generale e diffuso dell'umanità.
Vediamo
se non fosse possibile cominciare di nuovo a pensare. A proposito
della tua osservazione e per restare nella logica del proverbio
cinese lo scopo è quello di guardare sempre la punta del
dito: tutti devono guardare il dito e non la luna. La luna ci siamo
dimenticati dove sta e se mai ci sia stata.
|
| francesco
donniacono |
Caro
Giacomo,
un
diario quotidiano "o quasi", come tu dici, redatto a più
mani e da diverse prospettive potrebbe aiutarci a capire, per quanto
é possibile, dove stiamo andando o meglio dove siamo già
andati, tentare di invertire la rotta è sempre possibile
(spero).
|
| francesco
la regina |
Caro
Giacomo
ho apprezzato molto la tua iniziativa e la rivista che dirigi. So
bene quanto impegno richiedono cose del genere.
Sono sempre stato e sarò sempre uno dei "tuoi amici",
sono più che felice ed onorato del tuo invito a collaborare.
Non ho ancora ben capito se esistono temi specifici che debbono
essere trattati, o se tutto il territorio dell'architettura può
diventare campo di battaglia.
Chiariscimi un pò le idee, devi aver pazienza, non sono un
"guaglione" come te.
|
| sergio
stenti |
Basterebbe
fare un pò di sana critica a quello che succede intorno,e
con, noi . La critica spaventa; nessuno, con un po' di potere, è
uso accettare critiche! Ingiurie, offese magari, ma
critiche danno ai nervi !
Con Pasquale, ad una aulica serafica presentazione,
in Facoltà, della Rivista "Ananke" di Dezzi Bardeschi
demmo scandalo! Solo facendo cordiali ma decise critche al piano
di recupero della Mostra d'Oltremare.La corte degli YES MEN è
numerosa, forse maggioritaria e ci teme.
Naturalmente c'è da evitare il complesso del Grillo.....,
ma si vedrà.
Allora, facciamoci sotto -Allon san enfants - ( chi sa il francese?)
|
| giacomo
ricci |
Cari
amici,
Tanto
per iniziare,
proviamo, insieme, a rispondere, se siete d'accordo, ad alcune semplici
domande:
1.
quali potrebbero essere le prime battute della prolusione al vostro
corso, tenendo presente che si tratta della prima lezione del primo
anno ad un ragazzo che per la primo volta sente parlare di architettura?
2.
Credete che la vostra condizione personale (di lavoro, di studio,
esistenziale) abbia qualcosa a che vedere con la vostra prima lezione
o che, come nel caso dei chirurghi – l’esempio viene
da Benjamin – il nostro personale debba essere rigorosamente
bandito da ciò che trasmettete ai ragazzi? Dico questo perché
un “professore” a me non noto (per sua fortuna) ha esordito
con la frase, diretta ai giovani di 18 anni che lo stavano
ad ascoltare, “se vi siete iscritti ad architettura farete
la fame”. Forse si tratta di una verità – estendibile,
comunque, alla maggior parte delle Facoltà italiane –
ma è un modo di produrre un buon incipit?( Corso di Laurea
in Scienza dell’architettura, FdA Napoli, a.a. 2007-08, roba
dell’altro giorno, insomma). In questa prospettiva che fine
faranno la matematica, la fisica,la chimica?
3.
Qual’è la cosa che più vi scandalizza dell'attuale
ordinamento universitario delle FdA?
4.
Siete stati incaricati di fornire una cassetta degli attrezzi ai
vostri giovani uditori. Che ci mettereste dentro? Mi spiego meglio:
quali strumenti reali (tipo matita, computer, ecc.), quali strumenti
concettuali (studio dell'estetica, della matematica, ecc.) quali
sentimenti (idee politiche, gusti, autori di cinema e teatro, ecc.)
e infine, quale è la cultura di base (manuali del tipo
De re aedificatoria, De architectura libri decem,l’autobiografia
di Wright, L’architettura della città di Rossi,
Architettura in nuce di Zevi ecc.) di
cui ritenete indispensabile l’acquisizione?
E’
del tutto ovvio che:
- potete
mandarmi, da subito, a quel paese e con questo chiudere
l’argomento ritenendolo una colossale cazzata. Per parafrasare
Pasquale Belfiore – che ama citare il Candido di
Voltaire – potreste ritenere che questo è il “migliore
dei mondi possibili” e non c’è nulla da aggiungere
e nulla da togliere: non ridete, perché sono certo che
la maggior parte dei componenti della Conferenza dei presidi la
pensa proprio così (e dal loro punto di vista, strettamente
personale – ecco il personale che ritorna – non hanno
mica torto).
- Potete
sovvertire l’ordine e la sostanza delle domande
- Potete
rispondere a monosillabi (o quasi) senza produrvi in un saggio
(nessuno se lo aspetta né serve, almeno credo)
- Potete
ritenere che sia sbagliato porre la questione così e che
sia altra la maniera per impostare il discorso.
- Non
lo so, aggiungete di vostro.
Lo
scopo di questa prima discussione potrebbe essere quello di uscirsene
con la compilazione di un formulario-scheda per un sondaggio da
inoltrare ai docenti delle Facoltà. Quest’idea –
che non mi sembra, sotto vostra correzione, tanto peregrina - è
partita da un brillante spunto di Francesco Donniacono, che io istintivamente
ho zittito ritenendolo impraticabile nella realtà, e che,
invece, ad una riflessone successiva, potrebbe trovare risposte
nel web e con mailing list mirate. Lui proponeva di sondare l’opinione
degli studenti. E a me non sembrava possibile. Così potremmo
cambiare l’interlocutore e parlare con i docenti, questi,
sì, tutti raggiungibili per mail. Si aprirebbe un piccante
scenario di chi risponde, di come risponde e di tutti quelli che
non rispondono – che è poi un’interessantissima
maniera di rispondere – |
| maurizio
zenga |
P.
ha comprato un piccolo appartamento in un edificio degli anni '50
( ex INA ) dopo aver venduto la sua grande casa con
ampio giardino a piano terra, non potendo resistere all'idea di
dover vivere lì, da sola, i suoi prossimi anni. I suoi ragazzi
ormai sono grandi, indipendenti e prossimi alla costruzione di altrettante
famiglie autosufficienti. L'acquisto è stato lungamente valutato
e ponderato ed ora è prossimo il trasloco, dalla vecchia
alla nuova situazione abitativa, non senza sofferenza, dubbi o rimpianti
ovviamente. Ci sono certamente grossi vantaggi nel vivere in un
piccolo appartamento di edilizia "economica" ma
ce ne sono altrettanti nel vivere in una casa grande e piena di
spazi diversi, per giunta con un giardino alberato a due passi dalle
finestre del soggiorno e della cucina. Come ti dicevo però
le motivazioni della scelta di P. sono da ricollegarsi in
particolare ad un aspetto psicologico a cui si accompagna il suo
desiderio di vedere i propri figli "sistemati", ognuno
con la propria casetta di proprietà, prima che ciò
debba avvenire per cause di forza maggiore. E questo è stato
possibile proprio grazie alla scelta di vendere la casa grande e
comprare tre ( dico tre! ) appartamenti piccoli, uno per sé
e due per i figli.
Detto
questo, vengo al punto che mi preme discutere con te e che nulla
ha a che fare con gli aspetti personali della vicenda:
Ti
sembrerà banale come affermazione ma .Le case di oggi non
sono più quelle di "una volta", a confronto degli
alloggi "popolari" di 60 anni fa, quelle di moderna concezione
"residenziale" fanno veramente schifo!
E dico
questo avendo confrontato le innumerevoli proposte immobiliari di
edilizia nuova, che insieme a P. abbiamo valutato, con le meno numerose
offerte di edilizia "d'antiquariato".
Non
c'è paragone. Un appartamento recente o nuovo addirittura
arriva a costare due e anche due volte e mezzo un vecchio appartamento
popolare, che popolare poi non è più essendo ormai
inglobato nel tessuto urbano, in zona centrale e residenziale,
con caratteristiche strutturali, funzionali ed estetiche di assoluto
prestigio rispetto alle costruzioni in "cartone e polistirolo"
che stanno invadendo il mercato e il territorio.
Un
condominio che attualmente ha cinque anni di vita, presenta già
i segni del tempo, infiltrazioni superficiali, conseguenti distacchi
di intonaco, perdita di tenuta degli infissi, degrado complessivo
dei rivestimenti ecc.
Uno degli anni '40/'50 si tiene certamente meglio e, se ristrutturato
a dovere, può sembrare molto più solido, resistente
e persino più funzionale all' uso adeguato alle esigenze
di una famiglia contemporanea senza troppe pretese di "rappresentanza".
Una
volta l'edilizia residenziale, anche quella " popolare"
era concepita con un criterio che rispettava l'uomo, le sue
necessità, senza ridurre gli spazi funzionali al minimo della
sopravvivenza come è in uso oggi.
Oggi
tutto è ridotto a "mercato" e dunque a pura e semplice
speculazione:
minimi abitativi, spazi ridotti all'essenziale, materiali efficaci
e sofisticati ma sostanzialmente inaffidabili col tempo, rifiniture
inesistenti, aspetto estetico ( a proposito di "bellezza"
) che non si sa nemmeno cosa sia, tutte le facciate e la distribuzione,
interna ed esterna che si assomigliano e che rendono il paesaggio
urbano una interminabile sequenza di brutture ispirate ad un "eclettismo"
architettonico di quart'ordine.
Gli
architetti ( o meglio i geometri, che pare abbiano più credito
presso la clientela attuale, almeno da queste parti ) che ripetono
all'infinito le stesse idee strutturali e funzionali, spesso ridotti
da professionisti a lacchè dell'ultimo degli speculatori
immobiliari che, con la propria terza elementare, pretende di dettare
al "tecnico" compiacente la propria idea architettonica
(!) e così le nostre città si stanno trasformando
in quello che tutti possiamo vedere facilmente affacciandoci alle
nostre finestre.
Ti
faccio solo un paio di esempi, tanto per capire esattamente di cosa
parlo e su cosa mi piacerebbe aprire una discussione concreta con
gli "addetti ai lavori" e gli amici che frequentano il
tuo blog:
un
mini appartamento di ultima costruzione ( ingresso soggiorno con
angolo cottura, camera e bagno, con un garage che è quasi
grande come la casa più terrazzino ) costa tantissimo.
Sali
però dal primo piano al secondo con l'ascensore rivestita
di moquette e puoi mettere la tua bella macchinetta in spazi coperti
e scoperti di tua pertinenza, hai le scale in marmo di Carrara,
gli infissi con telecomando, il videocitofono all'ultimo grido,
ecc. Un appartamento grande un terzo di più, vecchio di 40/50
anni, con due camere, bagno e cucina indipendente, ingresso ( una
volta si faceva l'ingresso.) due terrazze abbastanza comode, cantina
spaziosa, spazio di pertinenza all'aperto dove volendo puoi fare
anche un piccolo orto, locali condominiali di lavanderia e pareti
portanti in mattoni ( dico mattoni, quelli pieni in terracotta
non i foratini ) larghe 50 cm. Completamente ristrutturato, impianti
nuovi, porte finestre e infissi ecc. Questo costa almeno un 20%
in meno di quello nuovo e sai perché la gente compra il nuovo
facendo debiti e mutui colossali?
Perché
non capisce la differenza, vuole stare sempre al caldo e quindi
preferisce pareti da 20 cm. Rivestite di polistirolo, vuole stare
sempre al fresco e quindi aria condizionata a manetta, vuole riempirsi
di telecomandi con cui chiudere finestre aprire porte basculanti,
spegnere la luce o abbassare le persiane e, soprattutto, vuole un
luogo asciutto e confortevole per la propria automobile, per la
quale ha fatto un altro mutuo colossale e che non è disposto
a lasciare all'aperto.
Davanti
casa mia hanno abbattuto una grossa villa unifamiliare con un giardino
meraviglioso. In tre giorni hanno fatto piazza pulita di tutto (
vedi le foto in sequenza ) il costruttore, un geometra della zona,
mi ha detto soddisfatto che ora al suo posto sorgerà in poche
settimane una "bella" palazzina super accessoriata
da 9 appartamenti il cui punto di forza saranno due miniappartamenti
ciascuno con due bagni. Capisci Giacomo?!
Due
bagni e una camera da letto?!
Ma
che cavolo ci deve fare la gente di due bagni quando non ha neanche
il posto dove mettere la scopa o la paletta?
Siamo
alla follia pura.
Per
questo credo che rappresenti una operazione "culturale",
oltre che economicamente vantaggiosa, quella di riconquistare il
"vecchio" comprando case anche piccole ma senza pretese
di lusso inutile, senza accessori superflui ma concepite con altri
criteri strutturali, funzionali e forse anche di "bellezza".
Tu
che ne pensi? |
|
giacomo
ricci |
Rispondo
a caldo, ma credo che ci sia da riflettere. Ovviamente sono atterrito
da quanto Maurizio dice a proposito del nuovo, delle "competenze"
professionali in campo e, soprattutto, dei gusti di un certo tipo
di pubblico. Ma qui il discorso si fa subito complesso perchè
dovremmo interrogarci sul ruolo che la tecnologia assume nel sociale,
quali elementi scatena, quale immaginario mette in moto. Perchè
la faccenda, a mio parere, parte sempre dalla fantasia e dalla capacità,
dei moderni media, di creare bisogni - il più delle volte
falsi - come nel caso dei telecomandi, l'aria condizionata a manetta,
il polistirolo, ecc.
Il
geometra che specula è, forse - perdonatemi ma la vedo così
- la figura più comprensibile del blocco di cose in questione.
Logica speculativa la sua: "come la volete, calda, cruda, cotta,
fredda? Io così ve la servo. Basta che mi pagate. Quanto
più possibile naturalmente" Questo, in sintesi,. il
suo ragionamento. Che non condivido, pr ovvi motivi culturali (non
a caso faccio l'architetto) ma che ci vede perdenti con tutta la
nostra cultura. Che si abbia poi bisogno di tutta l'ipertecnologia,
su questo, ovviamente, ho una carretta di dubbi. Il telefonino,
tanto per cominciare:tranne pochissimi casi, almeno per me, è
una vera rottura di scatole. La reperibilità infinita è
una delle cose che dovrebbe, al più presto, essere abolita,
per legge. Io non voglio essere reperibile a meno che non ne abbia
esplicita voglia. I telefonini, i computer, i pulsanti e i telecomandi,
a mio parere, sono spazzatura troppo presente e troppo inutile.
Ma
sul ruolo della tecnologia - nelle varie epoche storiche - sono
stati scritti trattati immensi. In sintesi v'è una posizione
teorica - che mi affascina e che condivido - che pone la tecnologia
al primo posto nella configurazione dell'immaginario di ogni epoca
storica, nella sua capacità di costruire metafore interpretative
del senso della vita. Il settecento trova la sua esemplificazione
metaforica nell'orologio, il medioevo nella ruota idraulica e l'epoca
contemporanea nel computer. L'ho detta male e troppo stringata ma
nella sostanza è quello che pensa, ad esempio, David Bolter,
un letterato che si è occupato - e bene - di informatica
(ha scitto un bel libro che si chiama, emblematicamente, L'uomo
di Turing, che insegna negli USA.
Che
dire? Delle case "popolari" di una volta ho solo una cosa
da affermare: che farei il diavolo a quattro per averne una da abitare
a Napoli, ad esempio quelle a Largo Cariati. Mi sembrano, raffrontate
all'edilizia di oggi, dei vei e propi capolavori di intelligenza
progettuale e di estetica.
|
| gregorio
rubino |
i
tuoi compiti a casa sono tosti e purtroppo ci manca il tempo. Con
i corsi già avviati e gli altri che ci aspettano (le famose
120 ore frontali, da scontare come una pena) c’è poco
da farsi illusioni. Io sono della vecchia guardia e prossimo alla
pensione, anzi alla quiescenza, naturale o volontaria. Autonomia
dell’insegnamento (per docenti e studenti) e ricerca scientifica
(tutti insieme) sono l’Università. Ma questa Università
che mi ha formato e con la quale, credo decorosamente, ho collaborato
per circa 40 anni, si è estinta con la famigerata riforma
Berlinguer. Che peraltro si sposa in coerenza con tutto quanto è
avvenuto in parallelo nel Paese e che oggi siede sul banco degli
imputati. Cosa vuoi che ti dica, nel mio piccolo mi barcameno e
nei limiti delle possibilità residue cerco di informare correttamente
gli studenti, quelli del primo anno, con i quali ho sempre voluto
avere a che fare e che oggi mi vengono consegnati d’ufficio,
ma che, nei limiti del 10% (limiti di facoltà), possono sempre
spostarsi ad un altro corso, ad un altro programma, ad un altro
docente di storia (W l’autonomia).
Certo,
quello che avviene nell’Università crepuscolare
ci spinge a capire, a sindacare, ad entrare nel merito. Ma allora
sarà meglio affidarsi ai corsi per corrispondenza o preconfezionati
su DVD, semplici, economici e garantiti.
Se questo era l’obiettivo del legislatore, ormai ci siamo;
io sono d’accordo, fatemi firmare! |
| giacomo
ricci |
I temi
in discussione sono due:
1.
quello delle case popolari, della progettazione e dell'esecuzione
odierna degli aloggi di cui Maurizio parla con disarmante chiarezza.
2.
Quello dell'Università (in particolare le Facoltà
di Architettura) che, a parere di tutti, sono in sfacelo, a cominciare
dal reclutamento, passando per l'organizzazione dei corsi, e finendo
all'esame di stato ed agli sbocchi professionali.
A me
le due cose, anche se apparentemente distanti, sembrano direttamente
connesse. E la connessione, mi sbaglierò, ma mi sembra, banale
ed immediata: gli architetti non servono più al mercato -
almeno com'erano, come si sono formati fino ad un certo punto, con
tutte le loro pruderie, i loro scrupoli su architettura, bellezza
della città e del paesaggio, criteri dell'abitare e del vivere
civile.
Io, con Gregorio - ma penso tutti gli altri che scrivono in questa
nostra discussione da un po' di tempo- appartengo alla "vecchia
guardia" che se ne sta molto delusa ad osservare senza, in
fin dei conti, sapere precisamente che fare. E qui, subentra il
secondo tema che è quelo dello sfacelo didattico.
A me
sembra che ci sia sfacelo quando i corsi di laurea prolificano (scienza
dell'architettura, quinquennale specialistica a ciclo unico, design
ed arredo, urbanistica, tecniche del costruire, ecc.) come se, insomma,
l'architetto si fosse dilatato oltre misura, un pallone che si gonfia
e scoppia in una miriade di piccoli palloncini. Si è sempre
detto che quella di esprimere una competenza progettuale dal "cucchiaio
alla città" era una pretesa degli architetti spropositata
e fuori misura. Così, non si sa bene perchè ed a quale
fine, i palloncini sono diventati palle trasformandosi in mini facoltà,
dotate di minipresidi, mini Consigli, e, diciamolo pure, miniprofessori:
vuoi perchè, con il crescere a dismisura del monte ore da
coprire si sono dovuti cooptare giovani inesperti (si ha voglia
di dire che non è così, la maggior parte dei professori
a contratto, pur attribuendo loro tutto il credito professionale
e culturale possibile e la massima bravura di cui sono certo siano
dotati, sta di fatto che, per ovvi motivi di esperienza e di "gavetta"
non svolta, non hanno alcuna idea di come si debba condurre un insegnamento
universitario efficace, non avendo fatto neanche - come capitava
a noi - gli assistenti per un congruo numero di anni) o cooptare
- come è il mio caso - professori ufficiali con delle supplenze
che, quasi sempre, sono fatte contro voglia, perchè sono
pagate malissimo, perchè richiedono uno sforzo ulteriore,
perchè spesso richiedono di spostarsi in un'altra città
(il caso di Cava de' Tirreni), ecc.
Ma
la cosa più grave è il contenuto dei suddetti Corsi
di Laurea a tre anni: non essendoci stata nessuna particolare rivoluzione
culturale nel frattempo, nè effettive richieste da parte
della collettività di nuove competenze professionali, non
si è fatto altro che inventare di sana pianta - lo ripeto
e a caratteri maiuscoli che, sul web, equivale ad alzare la voce,
INVENTARE DI SANA PIANTA - figure
professionali inesistenti , specializzazioni astratte, competenze
tecniche completamente avulse da qualsiasi effettivo bisogno sociale
del nostro paese e del nostro territorio. Mi dite che cosa va a
fare, oggi, un'architetto - minilaureato a tre anni - che consegue
il diploma di Laurea in Edilizia, se non continuare a fare il geometra,
diploma d'elezione per tutti coloro che si iscrivono a questo corso?
O che cosa mai voglia dire conseguire una laurea in Tecniche del
costruire? Il professionista prodotto è un geometra, un direttore
di cantiere (e non lo fa già benissimo il geometra?) o un
architetto che dirige il cantiere ma non progetta (e allora perchè
dovrebbe approfondire le tecniche del costruire e cioè la
scienza delle costruzioni? Non ci sono già gli ingegneri,
e, per l'appunto, gli onnipresenti geometria svolgere egregiamente
- e da decenni - questo mestiere?
Lo
spazio è poco altrimenti mi verrebbe la voglia di scriverci
su un buon pezzo gustoso e carico di ironia come quello sull'accesso
alle FdA. Come se un architetto che fa architettura degli interni
non si occupasse di edilizia. Come dire: per carità fare
architettura degli interni significa non avere nulla a che fare
con la scatola muraria; insomma io progetto una cucina ma degli
impianti, delle scale per arrivare all'appartamento non me ne frega
nulla.
Così
se un signore si vuol far progettare una villa a due piani, se non
vuole rivolgersi ad un architetto a cinque anni specialistico integrato
o se non ha la fortuna di conoscere un architetto laureato da molto
tempo come me o Gregorio, per farsi fare gli impianti della cucina
si rivolgerà ad un ingegnere impiantista, per le strutture
ad uno strutturista, per gli arredi dipende perchè se vuole
degli arredi ad hoc (stile modern design) chiamerà un laureato
alla facoltà di Design di Milano, ma se vuole un arredatore
o un progettista di interni si rivolgerà ai laureati in architettura
degli interni di Napoli; proseguendo, per farsi costruire la scala
che va dal piano terra al primo piano, il nostro malcapitato committente
si rivolgerà ad uno del corso di laurea in Tecniche del Costruire
di Pescara e se vuole che qualcuno si occupi delle pareti esterne
può scegliere tra un laureato a cinque anni purchè
la sua quinquennale specialistica sia in questa direzione o sempre
uno a tre anni di Tecniche del costruire. Naturalmente se deve comprendere
quale tipologia sia più giusta da adottare per la sua villa
dovrà chiedere una consulenza integrata ad uno laureato in
Scienza dell'architettura e, inoltre, per fare il giardino - ad
esempio costruire una fontana o un prato o una siepe di recinzione
- si rivolgerà a qualcuno che si sia specializzato in paesaggio
o in arte dei giardini e, naturalmente, si rivolgerà al corso
specialistico di Cava de' Tirreni se vuole fare operazioni di manutenzione,
per esempio sapere quando gli toccherà di cambiare i tacchetti
dei rubinetti del bagno. Senza dire che, per il cantiere e tutte
le sue problematiche di gestione, si rivolgerà ad un laureato
a tre anni del Corso di edilizia di Cava.
Egli
dovrà, insomma, assommare, per giungere alla fine del sua
casa, una decina ed oltre di professionusti, se gli va bene. Ma
insomma, finiamola! Come dice Gregorio, siamo adulti, molti di noi
hanno compiuto i sessant'anni con 35-40 anni di servizio - devo
dire onestissimo, conoscendo personalmente tutti noi che dialoghiamo
- e il mestiere di architetti che abbiamo imparato - molto bene,
almeno io ne sono convinto - e che i nostri maestri, nel bene e
nel male, ci hanno insegnato con capacità (penso a Roberto
Pane, Carlo Cocchia, Giulio De Luca, la signora Filo e, subito dopo,
Giancarlo Alisio, Arnaldo Venditti, Renato De Fusco, ecc.) è
uno solo, unitario. L'architetto si fa in una sola maniera, il progetto
in un sol modo, gli studi storici in un sol modo, con buona pace
di tutte le tendenze, di tutte le posizioni culturali e così
via.
Sappiamo
benissimo che cosa vuol dire passare dall'idea di progetto attraverso
le sue successive fasi di definizione, dal progetto di massima (oggi
si dice preliminare) all'esecutivo, alla realizzazione ed alla direzione
dei lavori. I computi metrici, le leggi urbanistiche, la stesura
di un progetto, il disegno di una pianta e di una sezione, il tracciamento
di una prospettiva (anche se è un computer a farli) sono
sempre, concettualmente, gli stessi.
Ma
allora, se come è del tutto evidente, queste pretese specializzazioni
tali non sono e se è il vecchio mestiere dell'architetto
a mancare la domanda è: perchè tutto si è frantumato?
A chi giova?
Semplice:
incapacità dei politici, anzi della politica ministeriale
- o, forse, come dice Gregorio, protervia maligna del legislatore
perchè è stato deciso, non so da chi, dove e perchè,
che l'architetto fosse una figura professionale da far fuori; a
questa protervia si sono aggiunte l'arroganza e la miopia culturale
di alcuni nostri colleghi (presidi in testa) che, nel proliferare
dei corsi di laurea, hanno creduto di vedere una suddivisione del
potere: ognuno si è sentito minipreside, ognuno ha pensato
che lo sfioccamento dei corsi portasse - magari dopo un po' di tempo-
allo sfioccamento dei posti a concorso. Ed ecco che, allora, il
vero sale dell'Università italiana, la vera libido è
venuta fuori: i vecchi baroni, o i nuovi ordinari - fa lo stesso
- si sono illusi che ogni minicorso di laurea si trasformasse -
potesse trasformarsi - in una Facoltà autonoma, con autonoma
gestione di posti e fondi e i giovani, abbacinati da tanto parlare
e da questo ottimismo falso e d'accatto, hanno creduto al miraggio
della carriera, si sono sentiti professori, si sono creduti professori.
E'
inutile dire che, stringendosi i cordoni della borsa, tutto ciò
si è fatto a costo zero che, in parole povere, ha significato:
niente nuove facoltà, niente nuovi concorsi, niente nuovi
posti. Che cosa è rimasto dopo l'illusione?
Semplice
rispondere: corsi a tre anni che non hanno mercato!
I laureati
a tre hanni non li vuole nessuno; allora si è cominciato,
prima in sordina poi a passi sempre più spediti, a fare marcia
indietro verso una vecchia laurea a cinque anni che, per salvare
la faccia ma senza poter evitare il ridicolo, si è chiamata,
in maniera da far sorridere, "quinquennale specialistica
a ciclo unico integrato" che chissà che cosa vorrà
mai dire. Non vi sbracciate a dare spiegazioni: per favore, una
volta tanto siamo seri, si tratta di un giro di parole, assolutamente
senza alcun reale significato, per dire abbiamo fatto i tre anni,
facciamo i cinque sommando una specialistica ai tre anni. Ma l'incomprensione
sussiste. Quinquennale specialistica, in che? Specialistica per
l'architettura, per l'urbanistica? Stiamo semplicemente allungando
la triennnale? A ciclo nico, che vorrà mai dire? Nel senso
che da quei tre anni si accede ad una sola specialistica e non a
tutte le altre? E perchè? Integrato. Aggettivo che non manca
mai quando non si sa che cosa direr: Quando si vuol far qualcosa
che è fumosa ci si "integra": si integrano i corsi,
le materie, i professori. Inutile dire quanto sfacelo tutto ciò
generi e quanto tutti i tentativi di integrazione tra corsi, programmi
e docenti siano stati SEMPRE LETTERA MORTA! Portatemi un solo esempio
contrario, per favore. Io continuo a non capire e con me sono in
molti a non capire, a cominciare dagli studenti che sono i più
confusi di tutti, che se potessero, se ne avessero la voglia e l'ideologia
ci avrebbero già arronzati (bel verbo napolitano per dire
che ci avrebbero messi insieme, inpacchettati e messi da parte)
tutti.
E l'architettura,
in tutto ciò, dove se n'è andata a finire?
Siamo,
a mio parere in una fase di interegno: alla fine del quale prevedo
che tutte le triennali, così come sono sorte, spariranno
- almeno nella maggioranza dei casi - i professori a contratto se
ne torneranno a casa - come del resto già accade per la Federico
II dopo sette anni - e si lasceranno, per strada, professionisti
inutili, incapaci di costruire ma, ciò che è più
grave, con le idee completamente confuse perchè quello che,
negli anni passati, si imparava in cinque anni - ma in realtà
ce ne volevano sempre sette, otto - e che era il sostegno strumentale,
teorico e culturale per un dignitoso mestiere, si è trasformato,
nei tre anni, in un indecoroso riassunto sconclusionato e fuorviante.
Perchè, ed è questa la cosa più vergognosa,
per non perdere di prestigio, ogni corso a tre anni, per mostrare
al resto del mondo la sua produttività e la sua efficienza,
fa di tutto per cacciare via i suoi allievi nel tempo previsto con
il massimo dei voti. Sui meccanismi di laurea con il massimo dei
voti rimando alle note di Francesco La Regina su questo sito che
dicono, al proposito, tutto ciò che si deve dire con estrema
chiarezza.
Ed
ecco che entra, di prepotenza, l'argomento di cui parla Maurizio:
il geometra della bassa padana (o del sud, di Crotone, Casalnuovo,
Agrigento o Pianura) che, forte del suo reale inserimento
nel mercato e nei desiderata della gente, non ha scrupoli,
non perde tempo con problemi di falsa coscienza, non perde tempo
con esami inutili in corsi di laurea inutili e, più cinico
che mai - ma realmente funzionale - abbatte villini, distrugge vecchie
e dignitosissima case popolari ed erige modernissimi e nauseabondi
oggetti supertecologici per un popolo scoglionato
e rimbecillito da media (isola dei famosi, talk show, porta a porta,
ecc.), droga di passaggio, sniffatine annichilenti della materia
grigia, pubblicità e modelli di vita (macchina, fuoristrada
che non si sa a che cazzo servono in città sempre più
inquinate e intasate in campagne arse dagli incendi d'estate) senza
alcun senso.
Spero
di sbagliarmi, di aver fatto un'analisi pedestre e che qualcuno
mi faccia capire perchè. Manderò il link a questa
pagina ad una serie di direttori di Corsi a tre anni che conosco
personalmente. E spero che mi spieghino, che mi diano strumenti
di comprensione, che mi dimostrino che sono in errore e che questo,
per dirla con Pasquale Belfiore che ama citare il Candido di Voltaire
e Panglosse, sia "il migliore dei mondi possibili" e che
ad ogni cosa che accade ci sia una "ragione sufficiente"
e mi indichino le loro sacrosante motivazioni culturali. Perchè
se non sono convincenti sarebbe anche il caso che le cose cominciassero
ad essere messe in discussione e che molti se ne andassero a casa,
al posto di Gregorio che sta molto bene dove sta a fare il suo bellissimo
ed onesto lavoro di professore per i ragazzi dei primi anni.
|
| sergio
stenti |
Postit
1.
e le Case popolari ?
Si, sono quelle che costruiscono i geometri a Casalnuovo;
un bel quartiere di quattro piani, semplice tipologia
con due alloggi a piano, volumi leggermente mossi, bagni generosi,
balconate in lunghezza. I colori a scelta dell'acquirente
cosi come gli interni, i rivestimenti e anche le stanze.
Molti appartamenti sono stati venduti tra i 70
edifici costruiti, peccato che siano abusivi , illegali, dicono
anche poco sicuri strutturalmente ( ma sono malignità) e
che prima o poi li abbatteranno. Ma perchè poi abbatterli
se c'è una tale fame di case nel depresso mezzogiorno? E
dove costruire 70 edifici legali a Casalnuovo ? Solo intervendo
alla radice si risolve il problema: eliminare i geometri e i laureati
triennali (è una specialità tutta italiana
e non si ritrova in altre nazioni europee) e limitare
le nascite : un solo figlio a coppia!
2.
e l'architettura ?
Basta leggere l'intervista a Fuksas ! La sua architettura, dice,
è un motore per lo sviluppo economico; davvero direte
voi? Ebbene sì, attraverso la BELLEZZA
delle sue soluzioni che come il Gugennheim muovono
la gente da ogni parte del mondo e creano successo e sviluppo !
(per credere, leggere repubblica del 15.10.07)
Bisogna imparare dai Grandi !
3.
e l'università ?
La quinquennale non mi pare che stia tanto meglio della triennale.
Tanto chi fa la triennale poi frequenta la biennale e cosi il corso
di studi diventa sestennale ! Era proprio ciò che voleva
Berlinguer ! Ridurre il Corso di studi e sfornare laureati intermedi
richiesti dall'industria e dal mercato (sic!, il sondaggio
ministeriale non era scientifico!)
Non c'è che dire , si sono presi due piccioni con una fava!
Anzi tre piccioni, perchè l'accademia si è
anche abbuffata e in periodi di crisi una abbuffata è una
cosa "eccezionale veramente"
4.
ma che fanno i laureati quinquennali ?
secondo Alma Laurea il 95-96 % è occupato ad un anno dalla
laurea ! E quanto guadagna ! Il Consorzio scientifico Alma
Laurea non lo dice , ma forse possiamo immaginarlo, ogni cifra è
approssimata per eccesso.
5.
ma c'è dell'altro |
| tutti |
Non
ci lasciare sospesi. Completa il punto 5. |
| sergio
stenti |
c'è
l'ho ancora nella penna , come si diceva una volta, ma ora dovrei
dire c'è l'ho nelle dita ? In punta di penna, di dita, di
lingua. A fra poco |
| sergio
stenti |
Ecco
il punto cinque
5. l'Università è riformabile ?
La formazione universitaria è sempre meno nazionale , e sempre
più locale. Ogni Corso ha differenti numeri di crediti per
le stesse discipline o addirittura non inserisce alcune discipline,
pur laureando nella stessa classe Architettura L17 . Le Lauree hanno
nomi diversi ma danno lo stesso titolo.
A Napoli ci sono tre triennali diverse che danno la stessa laurea.,
ovvero consentono la iscrizione in classe Architettura anche se
si chiamano Restauro, Interni , Edilizia.
Ma come fa a convivere una formazione locale con concorsi nazionali
? C'è una liberalizzazione di fatto della formazione dentro
gli Atenei, esaltata dai localismi, dai meccanismi anti meritocratici
delle promozioni che sono, come tutti sanno e fanno, delle semplici
cooptazioni ma non possono essere dichiarate ed esibite come tali.
Un mal di pancia logico ed etico, una "corruzione ambientale"
come diceva Di Pietro degli affari dei partiti della prima repubblica.
Un familismo ed una politica dello scambio inevitabilmente in espansione.con
punte altissime nella società meridionale.
Naturalmente ci sono isole felici dove questi fenomeni sono al livello
fisiologico . In queste condizioni la laurea , anche quella quinquennale
è poco più che un titolo......( per ora ancora legale
ma presto sarà evidente a tutti che non potrà reggere
tale difesa d'ufficio) ....Una situazione impraticabile : 70.000
architetti in Italia con un incremento di laureati che aumenta di
velocità e la cui preparazione diminuisce con la stessa intensità.
Ma dove esportare tanti dottori che hanno vere difficoltà
anche a superare solo l'esame di stato ?
Si sa, i politici gestiscono l'ordinario con piccoli ( loro dicono
grandi) aggiusti , modifiche , procedure; ma c'è qualcuno
che pensa che il sistema universitario sia riformabile ?
|
pasquale belfiore |
Non sono certo che l'Università sia il migliore dei mondi possibili. So che è il mondo nel quale vivo da oltre quarant'anni e da oltre quarant'anni sento sull'Università discorsi da o tempora o mores. In tutta franchezza, quella attuale mi sembra una situazione e una condizione migliori di quelle di qualche decennio or sono. Non sono ironico né voglio provocare. Ne sono convinto. Argomento complicato quello della formazione. In un Libro degli amici ci si può anche prendere la libertà di ridurre e semplificare con scanzonata baldanza.
1. Non è vero che prima - al tempo in cui eravamo studenti - la Facoltà di Napoli fosse una sorta di Atene ai tempi di Pericle. C'erano eccellenti architetti ma anche docenti piuttosto male in arnese. Quanto al livello dei laureati, v'è oggi la tendenza a una sopravalutazione. Sappiamo in coscienza che così non era. C'era invece un clima politico e culturale molto bello che aiutava, e di molto, la nostra crescita e maturazione.
2. Sempre allora, v'era un prima (le scuole superiori) e un dopo (il mondo della professione) molto favorevoli. La scuola era impegnativa ma i risultati si vedevano. Il mondo della professione ti accoglieva con favore, con curiosità in qualche ambiente, in ogni caso non v'erano problemi a fare l'architetto insegnante, docente, libero professionista, impiegato.
3. Oggi la formazione delle scuole superiori è davvero insufficiente, con punte di certificato analfabetismo. Il dopo-laurea è drammatico. Non credo alle statistiche che mitigano la drammaticità. Un architetto che lavora al protocollo di un ufficio è un signore che prende uno stipendio ma non è un architetto che lavora. In Italia, impiegati del genere sono a decine di migliaia perché i laureati in architettura iscritti anche all'Ordine non sono, come dice Sergio, settantamila ma quasi centocinquantamila. Poco meno di settantamila sono gli attuali studenti delle Facoltà di Architettura.
4. Veniamo alla Facoltà. Sono stato per qualche anno nel Consiglio Nazionale per la Valutazione del sistema universitario a Roma presso la CRUI. Gli esperti ci parlavano di "differenziale di formazione" tra il livello in ingresso e quello in uscita degli studenti. Studi e statistiche erano concordi nel dire che l'Università degli anni Novanta laureava con un livello di formazione analogo a quello del passato ma con un successo formativo interno notevolmente superiore. In altre parole: dapprima gli studenti entravano, poniamo, a quota 50 e uscivano a quota 80; dopo la riforma della media superiore e la liberalizzazione degli accessi all'università, entravano a quota 30 e uscivano a quota 80. Mi sembra una lettura verosimile degli accadimenti. Insegno da sempre al 1° anno dove arriva, come si suol dire, di tutto.
5. Oggi nelle Facoltà si studia meglio. Vi sono i Laboratori per le materie più formative, spazi maggiormente attrezzati e confortevoli, sussidi didattici efficaci. Per le biblioteche, le Facoltà di nuova istituzione hanno invece qualche problema. I programmi Socrates e Erasmus mandano in giro per il mondo migliaia e migliaia di studenti.
6. V'è stata una serie positiva di riforme del sistema universitario - che andava cambiato, (e non credo che si abbiano ancora dubbi in merito) - e una serie sciagurata di interpretazioni delle leggi per costruire nuovi feudi o accrescere antiche parrocchie. Ma qui la colpa è solo nostra.
7. Due esempi.
I corsi di laurea e i singoli insegnamenti. L'ampliamento dell'offerta formativa era necessaria. Non tanto e non solo per l'adeguamento all'Europa. E' cambiato proprio il mestiere dell'architetto e oggi ci chiedono saperi e competenze diversi dal passato. Per le nostre università questo ha significato moltiplicare all'infinito i corsi di laurea e per i nostri riformatori istituire corsi come Design per la mobilità sostenibile o Microprogettazione dei luoghi urbani.
I concorsi. C'è ancora qualcuno della nostra generazione disposto a credere che il concorso nazionale sia più serio di quello locale? Era solo infinitamente più complicata la gestione delle varie quote tra i nove commissari. Certo, in sede locale vi sono state immonde esagerazioni ma le storie nazionali non erano meno immonde, erano solo meno conosciute. Se dipendesse da me, in un regime di libera concorrenza tra le università sceglierei il modello americano che assegna la direttore del Dipartimento il compito di scegliersi i docenti con contratti a termine e stipendi differenziati. Altro che concorsi nazionali che, quando ripartiranno, avranno tutti i difetti e i limiti del passato.
8. Poiché tra corsi di laurea e insegnamenti ormai siamo all'entropia dl sistema, non v'è dubbio che sarà necessario un salutare sfoltimento di strutture e apparati. Prepariamoci a questa stagione, prefigurando modelli conformi alla storicità dei tempi (invece di rosicare)
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