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dibattito

 

 

Storia, Architettura e fac-simili

 

di Gregorio Rubino

 

   Secondo l’autobiografia di Lee Iacocca (Sperling & Kupfer 1986), il manager italo americano che fu direttore generale della Ford, il vecchio Henry Ford riteneva che la Storia fosse una cavolata ! Modello americano del capitalismo industriale avanzato, il fordismo era espressione di quell’era del lavoro, che oggi autori come Jeremy Rifkin dichiarano estinta; nel nuovo assetto economico delle tecnologie informatiche e telematiche, sarebbe iniziata infatti l’era dell’accesso (Mondatori 2000), l’economia delle reti. Non più la proprietà privata, ma la possibilità di accedere al bene materiale o immateriale, per un determinato tempo, attraverso una rete. Non più profitti cercati solo nella produzione di merci, ma anche nella gestione di servizi, di tempo libero, di cultura virtuale, di informazioni e stili di vita. Al centro dell’interesse speculativo non solo lo sfruttamento intensivo della natura, ma ormai dell’individuo e delle sue aspettative. Nelle ricerca affannosa di risorse per pagarci tutte le cose “indispensabili” non abbiamo più il tempo di programmarci la vita ? Niente paura, affidiamoci alla tale Corporation. Ci troverà una casa in un Common-Interest Developments (CID), i nuovi quartieri condominiali abitati dalla stessa fascia sociale (per esempio, tutti pensionati e giocatori di golf), potremo cambiare auto periodicamente secondo il nostro contratto di accesso, vestiremo necessariamente secondo il nostro stile di vita o le nostre fasce di reddito e così via. Secondo Rifkin l’uomo nuovo del ventunesimo secolo è diverso dai genitori borghesi dell’era industriale, si trova a suo agio nei mondi virtuali del ciberspazio ed ha familiarità con i meccanismi delle reti. Questa nuova generazione è stata definita proteiforme (dot-com generation, la prima generazione cresciuta in un mondo commerciale simulato),  uomini e donne più terapeutici che ideologici e che pensano più in termini di immagini che di parole. “Questi uomini e queste donne –spiega Rifkin- non sono interessati alla storia, bensì ossessionati dalla moda e dallo stile”.  Mentre l’uomo “storico”, in altre parole, si sacrifica nel presente e guarda al futuro, l’uomo “terapeutico” vive il presente ed abbandona ogni pretesa di missione storica.

   Ebbene, se tutto questo è vero e le nuove generazioni non avranno più interesse all’esercizio della memoria, ci viene da pensare, non sarà solo la fine della storia, ma anche dell’etica. La memoria sarà affidata alle macchine, la storia sarà anch’essa una storia “terapeutica”, cioè filtrata dai controllori delle reti, la morale ristretta ad una dimensione familiare e personale.

 

   E’ un pezzo ormai che si vuole la fine della storia, e con la storia della memoria. Quasi che la coscienza critica dei fatti, col suo pesante fardello di sensi di colpa e motivazioni etiche, ci impedisca di spiccare il volo verso le nostre “magnifiche sorti”. In concomitanza con la caduta del “muro”, ha avuto grandi ripercussioni a suo tempo la dichiarazione sulla “fine della storia” del politologo americano Francis Fukuyama (in “The National Interest”, NY, 1989) come esaltazione dei valori della democrazia e del liberismo economico. Al contrario, sostenne Jean Baudrillard (L’illusion de la fin, Galilée, 1992), questi valori stanno naufragando e si diffondono ormai solo a pagamento; per il sociologo francese siamo invece di fronte ad una momentanea “scomparsa” della storia, nel contesto di una colossale operazione di maquillage, di pentitismo, di revisionismo. Ogni giorno restauriamo un pezzo di storia della modernità per renderla più accettabile agli occhi delle nuove generazioni. Immagazziniamo tutto nei data-base perché non siamo più capaci di memorizzare, ma ciò che conserviamo non è memoria viva, selezionata criticamente, ma dati raccolti alla rinfusa per mancanza di tempo. Dopo l’11 settembre, lo stesso Fukuyama ha dovuto precisare che la sua tesi era da intendere come inevitabile progresso dell’umanità verso il modello di modernizzazione dettato dalle democrazie liberali e dal capitalismo (The Wall Street Journal - La Repubblica / speciale, 06.03.2002), cui ormai si opponeva solo una parte del mondo islamico, ma forse ha dimenticato di sottolineare in questa transizione il ruolo aggressivo dell’economia di mercato.

   Oggi dobbiamo prendere atto che il fenomeno della globalizzazione ha messo in guerra tutti contro tutti. Costringendo ogni soggetto ad esporre le proprie offerte sul mercato del tempo libero, la logica del villaggio globale induce inevitabilmente alla mercificazione della cultura e dei sentimenti, secondo le regole meccanicistiche della libera concorrenza. Ma la negazione della storia, anzi la sua manipolazione e volgarizzazione non è solo una disputa fra intellettuali; è già iniziata sul piano delle tecniche urbanistiche e delle teorie architettoniche. Basta guardare infatti ai criteri di progetto dei più recenti ipermercati, considerati come i nuovi centri di aggregazione sociale. Essi sono concepiti come sostituti della “piazza” tradizionale e disegnati, in luoghi suburbani, come il frammento decontestualizzato di un centro storico europeo o latino-americano. Così a Serravalle Scrivia, in Piemonte, così nella cittadina californiana di Calabàsas, così a San Juan de Porto Rico e nei mille altri luoghi della transizione alla modernità di Fukuyama. Dietro le false quinte, che riproducono le architetture originali, si allineano i capannoni di vendita.

Alcune immagini dell’Outlet designer di Serravalle Scrivia, provincia di Alessandria, inaugurato nel settembre del 2000. Superficie totale di 211 mila metri quadri, per un bacino di utenza stimato in 13 milioni di persone (da “Arredo & Città”, a.15, n.1, 2002).

In questi, come in altri frammenti in itinere del villaggio globale, la storia reale viene sostituita da una storia virtuale, revisionata e restaurata a beneficio delle masse consumatrici, la cultura del fac-simile si sostituisce alla realtà, affermandone la sostanziale inutilità ai nostri fini esistenziali: il consumo. La filosofia dell’era dell’accesso avanza tuttavia veloce e non si fa in tempo a riflettere su un modello architettonico che già è superato. Oggi infatti, un vero consumatore non può non trascorrere il suo normale “weekend con amici” che a Jin Yuan, la prima shopping city del pianeta, costruita alle porte di Pechino. Con 650 mila metri quadrati di superficie coperta, mille fra ipermercati, supermercati, negozi e boutique, 200 fra ristoranti e cinema multiplex, club privati, discoteche, karaoke-bar, sale per fitness, parking di 10 mila posti auto ecc., Jin Yuan ha polverizzato tutti i record, ponendosi per le sue inaudite dimensioni urbane come alternativa alla Grande Muraglia e come stereotipo architettonico al paese dei balocchi di Pinocchio (vedi La Repubblica, 12.03.2006).

   In definitiva, come si vede, ci sono buoni motivi di marketing per perseguire l’oblio della memoria nelle nuove generazioni. La storia come coscienza etico-politica non fa più paura a nessuno ad Occidente, la fede giovanile è stata ridisegnata dai media e dalla moda e nella logica fordista il peggio è passato. Quale altro ostacolo potrebbe dunque frapporsi al pensiero unico della new economy, alla coscienza terapeutica individuale e di massa, se non la memoria delle cose e la morale dei fatti? Per associazione di idee, mi viene in mente quel vecchio film di François Truffaut: Fahrenhait 451 (1966), dove uno sparuto gruppo di sopravvissuti al progresso, ricomincia dalla lettura dei vecchi libri scampati al fuoco purificatore. Da parte sua, la scienza architettonica segue ormai le vicende della globalizzazione e nel distinguersi fra modelli colti ed elitari e fac-simili per le masse televisive, non fa che sottolineare il crescente divario fra ricchezza reale e ricchezza virtuale.

   Auspicare la conservazione di storia e memoria, oggi sottende un invito alla riflessione, ma, ad essere sinceri, abbiamo anche l’impressione che la “cattedrale del lavoro” ha fatto il suo tempo. Tutti ormai col fiato sospeso a vedere se nella rappresentazione della realtà si riuscirà a manipolare anche la storia: a pochi il reale, ai molti reality show. E fermare i pinocchietti pronti a partire con la valigia in mano sarà impossibile. La fine della Storia è solo una parodia, a rischio di declassamento vediamo invece lo storico. Quanto al contesto generale, dalle peregrinazioni in Terrasanta, al Grand Tour dei laici, ai “set-jetters” del cultura televisiva, che c’e’ di nuovo? A ciascuno il suo. A quando il pellegrinaggio mistico all’isola dei famosi ?

 

 

 

 

 

 

 

 

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