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dibattito

 

 

A proposito delle macchine "intelligenti"

adriano ghisetti

Caro Giacomo,


ho letto con interesse il tuo saggio: stai tranquillo, le cose intelligenti non mi annoiano mai.
Ti devo dire però che l’ho stampato, perché trovo più riposanti i fogli di carta delle lunghe pagine virtuali. Il libro, del resto, è duro a morire: non ho ancora visto leggere i palmari sotto l’ombrellone, ma può essere una mia mancata esperienza.
Di libri, però, molti studenti del mio corso sembrano non voler sentire parlare. Almeno quelli che non frequentano pensano di trovare tutto su internet. E tu sai questi testi quanto poco siano controllati, con i risultati che puoi immaginare agli esami.
Con questi esempi mi sto rivelando un po’ scettico sul vedere l’informatica come unico mezzo di comunicazione di dati del futuro. E vengo infine al merito del tuo saggio.
Sono anch’io convinto dell’utilità del disegno con autocad, che alcuni ragazzi bravi imparano già negli anni delle scuole superiori. Questo però non dovrebbe impedire di usare anche la matita: pochissimi dei miei allievi, contrariamente a quanto accadeva fino a cinque-sei anni fa, sono in grado di tracciare degli schizzi accettabili. E credo sarai convinto anche tu dell’utilità di saper fare uno schizzo anche senza palmare.
Riguardo ad autocad, per quanto ne so, è un programma non ancora progredito al punto da consentire il disegno di particolari quali un capitello corinzio: rappresentazione probabilmente inutile nella progettazione generale, ma forse necessaria nel caso di qualche progetto di restauro. L’esperienza del disegno a matita, o del tratto con il graphos, dell’uso del quale giustamente ricordi la tua abilità, può inoltre servire, a mio parere, anche per meglio “progettare” un disegno con autocad. Si tratta, secondo me, dello stesso rapporto che passa tra la navigazione a vela e l’attuale navigazione assistita dall’elettronica e dalla tecnologia satellitare. E non a caso le migliori scuole di marina prescrivono la conoscenza del navigare a vela per i futuri comandanti.
Un minimo di pratica degli strumenti e dei metodi di rappresentazione tradizionali andrebbe perciò, a mio giudizio, premesso all’uso di autocad.
Con questo spero non vorrai giudicarmi un inguaribile nostalgico, un “laudator temporis acti” (esistevano già nell’antica Roma!), perché mi reputo, semplicemente, uno che pensa che, delle esperienze positive del passato, si possa a volte far tesoro anche nel mondo di oggi.
Ti saluto cordialmente, con tutta la mia stima
                                                                                                                              Adriano

   
giacomo ricci

Caro Adriano,


nulla da eccepire a proposito delle  tue osservazioni che trovo pertinenti e giuste. Il fatto si è che, nella mia lunga invettiva, me la prendevo con chi conduce le Facoltà, con chi ha aderito negli anni scorsi a modelli sciagurati (3+2, ecc.),  ha fallito l’obbiettivo reale dei laboratori (luoghi di sperimentazione progettuale in situ e non “sala d’attesa degli studenti” per le vecchie correzioni individuali del lavoro svolto a casa.  E’ proprio il concetto dei “compiti a casa” che i laboratori volevano definitivamente accantonare per un controllo-collaborazione definitivo e esaustivo in aula; almeno questa era l’idea che mi ero fatto e  lo spirito iniziale dell’istituzione di queste strutture della didattica  che mi fu comunicato da chi ne fu tra i promotori (Siola in testa, allora preside della FdA di Napoli e mi sembra presidente della Conferenza dei Presidi delle FdA).
D’altro canto come fare a non essere d’accordo con te sull’utilità del disegno a mano libera, dello schizzo non soltanto come mezzo espressivo ma come insostituibile strumento di prefigurazione del progetto, di esplicitazione dei concetti e delle “idee” progettuali ?
Il fatto è che, a mio parere, come cinema, TV, fotografia, pittura, acquerello, grafite, teatro, scultura convivono felicemente senza nulla togliere l’uno all’altra, perché il “computer” dovrebbe essere messo in un canto?
D’altro canto, io sostengo, tutta (dico tutta) l’attività professionale non è più concepibile senza l’ausilio di software specializzati, dal disegno (autoCAD ma anche tanti alti sw), alla scrittura, al calcolo strutturale e non, alla sperimentazione.
Volevo sottolineare il fatto che se non si hanno le idee più che chiare sul progetto che si sta svolgendo un modello 3D non lo si potrà mai fare. Perché il modello – come un plastico – non lo si traccia se non si è pensato tutto il progetto in tutte le sue componenti (costruttive, estetiche, funzionali, ecc.).  Anzi si ha di più: mentre  tracciare in planimetria il piano seminterrato di un ospedale in ca è una faccenda allucinante (e stupidamente ripetitiva) perché si tratta di disegnare infinità di quadratini o rettangolini (tre millimetri per cinque in una scala al cento per tracciare un pilastro di 30 x 50 cm) che non significano nulla né sul piano concettuale né su quello della crescita della consapevolezza procedurale del progetto,  farlo con un programma CAD è faccenda di un secondo, ottenendo un disegno preciso fino alla ottava cifra decimale, tolleranza superflua in edilizia, ma fondamentale nella meccanica di precisione in programmi CAD-CAM; disegnare un modello significa non poter barare (come si può fare nel tracciare una sezione). Il modello mostra subito tutte le incongruenze spaziali del lavoro che si sta eseguendo.
Sarebbe interessante, ad esempio, sapere che cosa  pensano Vallicelli e Crea, che oltre ad essere professori universitari sono professionisti assai esperti dei processi produttivi nei solo settori,   della potenza, dell’innovazione e della grande conquista intellettuale-progettuale della modellazione NURBS a proposito di barche e car design. Non ho nessun dubbio che non soltanto non possono fare a meno dell’aiuto dei modellatori avanzati, ma sanno perfettamente che cosa vuol dire, per una scuola di Design, preparare professionisti specificamente dotati in i queste tecniche in relazione alle richieste del mercato e della produttività di settore.
Il fatto è che il concetto da comprendere – ed è l’argomento principale del mio discorso – è che l’informatica applicata all’architettura non è un optional, è una necessità razionale, una risorsa intellettuale, un territorio di sperimentazione che non nega affatto le tecniche tradizionali. Il fatto è che, tanto per fare un esempio concreto, visto che ci pensavano alcuni programmi a fare le ombre, qualcuno ha ritenuto che non fosse più necessario dilungarsi, in fase didattica, nello spiegare la teoria della ombre. Grandissima cazzata dovuta soprattutto alla superficialità con la quale la didattica nelle FdA, negli ultimi anni, è stata condotta, anche in conseguenza dell’aver affidato corsi a giovani non ancora culturalmente attrezzati ed agguerriti da poter svolgere con la dovuta profondità  questo compito delicato e sensibile delle formazione esausitiva e ottimale degli allievi.
Ed è del tutto ovvio che il disegno al computer è sempre, dico sempre, preceduto da disegno a mano,  da una fase di concettualizzazione dell’oggetto di studio che non si può fare al computer o sul palmare o sul telefonino.  La  fase preliminare di progetto, ma anche il controllo della sua valenza espressiva, funzionale, tecnica, ecc. deve essere necessariamente eseguito con le tecniche tradizionali (quali che siano dal carboncino – gli schizzi di Mendelsohn sui biglietti del tram -  agli  acquerelli, matita, pennarello, compasso, pennello, tampone, dita, palmo della mano, ecc.). Il computer rappresenta una fase: la modellazione permette il controllo funzionale-compositivo dell’oggetto, la stesura CAD  la liberazione dell’uomo dalla stupidità del disegno tecnico tradizionale (il sottolucido a matita 2H o 4H, la rilucidatura con penna, la copia eliografica, i cambiamenti su radex e le operazioni con la lametta che ricordavo).
Palmari, libri, pdf.  Anche io leggo poco a schermo. Il documento informatico (il pdf normalmente) è fatto proprio per essere stampato., quando lo si voglia e come lo si voglia. Di alcuni libri si leggono, ai fini di studio,  solo le pagine o i capitoli che  interessano. Se i professori – tutti,  dal liceo all’università – mettessero on-line i loro lavori per la didattica,   gli allievi potrebbero  stamparsi le pagine che necessarie; d’altro canto gli studenti  possono portarsi appresso un’intera biblioteca  su una pennetta in tasca e farsene stampare ciò che occorre in un certo universitario di stampa.  O se vogliono possono leggere a schermo.  I notebook  a prezzi stracciati che si mettono in una tasca della giacca (EEEPC della Asus tanto per intenderci) sono delle macchine perfette che possono essere, di volta in volta,  libri, stampanti, presentazioni, comunicazione a distanza e tutto il resto ad un prezzo di 290 euro. Hai idea quanto si risparmierebbe di carta (quindi di alberi e di inquinamento successivo) se tutti i testi universitari fossero digitalizzati e se gli studenti potessero stamparsi solo le pagine utili  quando servono? Abbiamo idea  che cosa vorrebbe dire avere i manuali (dell’architetto dell’ingegnere, il Neufert,il Ceccarelli ecc.) on-line o sul proprio EEEPC?
I ragazzi ed internet; quelli che non leggono i libri, quelli che non studiano non hanno alcuna scusante: devono essere bocciati (a libretto) perché o si adeguano o se ne vanno. E se se ne vanno: bene. Avremo meno architetti falliti sul mercato. Dando un bel calcio nel sedere alla politica che finora l’ha fatta da padrone  – del tutto perversa –  che si basa sulla discutibilissima equazione:


produttività accademica = max numero laureati possibili all’anno


La produttività dev’essere direttamente collegata alla qualità, all’ “eccellenza” come ci siamo riempiti la bocca fino alla nausea negli ultimi tempi.
Allora, in sintesi,  io propongo:

  1. Innovazione tecnologica del’insegnamento che mantenga le caratteristiche dell’insegnamento universitario tradizionale (ivi inclusa la matita, il carbonicino e i corsi di disegno dal vero. Su quest’ultimo punto ci sarebbe da discutere al lungo. Mi sbrigo, per ora, con uno slogan: il disegno dal vero è valutazione della forma, quindi sua scoperta e comprensione, atto profondamente intellettuale e conformativo insostituibile.  Io adoro il disegno dal vero, con un blocco in mano la matita e una penna veloce, per strada, di fronte ai monumenti, in campagna, adoro fare i rilievi, ho una cura maniacale di blocchetti di appunti, schizzi e disegni preparatori.
  2. Eliminazione radicale del tre + due e di tutte le puttanate (giustificatve) che a questo sciagurata “innovazione” si sono accompagnate. Quinquennale più bienni di specializzazione successivi (scuole di specializzazione come si diceva una volta.
  3. Lavoro costante in aula (tempo pieno)con completa eliminazione dei “compiti a casa”. A casa i ragazzi si dessero allo sport, alla ginnastica da quella sportiva a quella più simpaticamente corporea ed all’apprezzamento dei loro simili
  4. Eliminazione di corsi e materie ridondanti e inutili (hai idea di quante ce ne sono in giro?)
  5. Eliminazione della barzelletta dei concorsi. Basta. Non se ne può più di false meritocrazie; il merito lo si vede e lo si giudica sul campo, nella produzione quotidiana;  una sana cooptazione – basata su titoli, colloqui pubblici, raccomandazioni dei docenti più anziani – è quello che ci vuole. Si eliminerebbero tutti gli imbrogli. Mi sai dire un concorso, uno solo degli ultimi 50 anni che non sia stato svolto con quello che, giuridicamente, sarebbe definibile come “illecito”?
  6. Drastica diminuzione degli allievi. Non più di tre-quattrocento  (nei cinque anni di corso) complessivi per Facoltà. Gli architetti – sappiamo bene come sono fatti e quali requisiti devono possedere – devono esserlo per passione e capacità tecnico-artistica.
  7. Giudizi triennali per tutti i professori basati sulla produttività reale. Eliminiamo, una volta per tutte, i “libretti scientifici” che di scientifico non hanno proprio nulla,  che si fanno solo in occasione dei concorsi. Premi per i bravi, disincentivi per gli altri.
  8. Basta così credo.

Ciao e grazie per avermi risposto e la continua amicizia che mi mostri. A proposito: chi l’ha detto che un capitello composito non possa disegnarsi in AutoCAD? Proprio questo gli allievi dei corsi di disegno della nostra Facoltà lo fanno da tempo, anche, e soprattutto, in 3D, con tutta la colonna, lo stilobate e il timpano superiore.
Tuo Giacomo

 

adriano ghisetti

Carissimo Giacomo,


ho letto con vero piacere la tua replica. Riguardo al capitello corinzio basavo la mia informazione sul resoconto di uno studente di 2° anno.
Sono stato pienamente convinto dalle tue spiegazioni ed opinioni. 
Concordo in pieno con te su tutte le tue proposte riassuntive e conclusive, dai corsi ai concorsi. Spero che tu le diffonda il più possibile e considerami, se vuoi, il primo dei tuoi sottoscrittori.
Con i migliori saluti
                                                      Adriano

 

 

 

 

 

 

 

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