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dibattito

 

 

Potere dei vecchi, potere ai giovani

 

La questione università sta sollevando tante altre domande. Una, su tutte, mi sembra particolarmente interessante e riguarda la nostra società gerontocratica, a differenza di altre nazioni dove il livello medio di età di chi accede a posti di governo è certamente più basso.  Il problema è del tutto ovvio:  esiste ed è grave. Ma forse è mal posto. Perché quando vedo la media delle  condizioni generali dei nostri vecchi (stato di salute, assistenza sanitaria e sociale, livello di vita e retribuzione pensionistica) mi rendo conto che non di tutti i vecchi si tratta quando si parla di gerontocrazia ma di una ristretta elite. In altre parole il potere è concentrato nelle mani di persone vecchie, ma queste appartengono tutte ad una classe privilegiata, dei ricchi. Perché, al contrario, essere vecchi e poveri è una condizione, nel nostro paese, assolutamente disperata e tragica, da evitare come la peste.


Perché, sono convinto,  proprio questa prospettiva di finir vecchi, poveri, soli e vuoti sia quella che maggiormente terrorizza ognuno di noi.  E, naturalmente, in questo interviene anche una componente di assoluto disincanto: una volta religione, miti, credenze, organizzazione del mondo venivano incontro all’uomo, lo aiutavano a vincere le angosce comuni a tutte le epoche che, poi, sono, malattia, vecchiaia, morte, mancanza di speranze. A questo insieme di problemi la grande intelligenza dell’uomo – ma forse della natura, questa saggia organizzatrice della vita – aveva architettato delle risposte: la vecchiaia è saggezza, è trasmissione di conoscenza ai giovani, è contemplazione di una vita piena trascorsa, è equilibrio e fantasia sull’aldilà che aiuta a stare nell’aldiqua. E qui si aprono le domande sul fatto se tanta saggezza fosse propria dell’uomo o se in questa strategia che rendeva l’angoscia della vita più tollerabile, non ci fosse lo zampino di qualcuno che, oltre i  soliti confini che gli occhi umani sono capaci di discernere, ci pensasse lui a fugare le paure. Sono venuti poi profeti e santi, Gesù in testa, mirabili uomini, a mio parere, ancorché, secondo fede, ambasciatori del cielo, a fornirci ricette semplicissime di sopravvivenza: lasciare i beni alla natura che ne possa disporre e, soprattutto, guardarsi dentro,  guardando in fronte gli altri, dritto negli occhi.


C’è poi stato il moderno disincanto: la scienza ci ha detto – ci dice, forse ci dirà ancora – che i pensieri dell’uomo sull’esistenza sono “poetici” ma che la realtà è altro, è conflitto, miseria, sopraffazione. Così la vita si organizza e progredisce, a spese dei più deboli ed è tutta controllabile in base a modelli (più o meno matematici. Sul senso della matematica come gioco, divertimento intellettuale e possibile strumento per interpretare il mondo il discorso è ancora tutto apertro e i risulotati assolutamente incerti e dubbiosi ).

Ma, comunque sia,  questa convinzione  scientifica ha significato abbandonare il territorio mitopoietico, le sicurezze antropiche ereditate dai vecchi antichi.  Ed eccoli i fantasmi del vuoto ricomparire; e non c’è certezza economico-monetaria che possa fugarli. Hai voglia di accumulare, hai voglia di crescere economicamente. Qualcuno mi chiedeva – o si chiedeva – giorni fa: ma chi l’ha detto che dobbiamo sempre crescere? Non c’è possibilità di fermarsi un po’. Se non si cresce si muore? Ma che razza di modello di vita abbiamo messo in piedi?


Già, che razza di modello di vita si accompagna al moderno?


E allora mi sembra, in estrema sintesi, di poter andare alla radice del problema: la nostra società è organizzata su modelli di vita complessivi (economia, produzione, consumo, cultura) assolutamente “pericolosi” che provocano, in chi vi è inserito, una grande paura del futuro: la prospettiva della malattia inguaribile, della povertà,  della solitudine rendono cattivi, disperati e soli. Ed ecco la nascita dell’accumulazione (vera e simbolica) come unica prospettiva di vita.


Qualunquismo, genericità populista, filosofeggiare “leggero”, questo mio? Può darsi. Ma se non riempiremo di prospettive il futuro, siamo destinati al più completo fallimento.


Quando, nella trasmissione Anno zero, il professore milanese dal nome che non ricordo, tentava di spostare il discorso dal settore università a quello più complessivo dei “valori”,  secondo me aveva pienamente ragione. E’ tutto ad essere compromesso. E non da ora. Tutto ora esce fuori perché si sta in condizioni di ristrettezza economica. E si sa, in una famiglia, quando i soldi cominciano a scarseggiare e si deve fare qualche economia, vengono fuori le “corna”, gli sgarbi, i rancori.
Mi dispiace dirlo ma sono le prospettive ad esser venute meno. E non mi pare che i giovani siano meglio degli anziani. E’ una società totalmente avvilita e miope.  Per cambiarla ci vorrebbe una profondissima rivoluzione culturale, un ripensamento totale e radicale della vita e delle sue prospettive.


Ad esempio: la crisi che verrà – perché verrà e sarà come quella di una vera e propria guerra totale – forse e potrebbe, alla fine, tornare utile. Gli uomini hanno bisogno delle guerre, degli olocausti, di vedere con gli occhi la morte, la paura e il terrore per apprezzare quelle cose che hanno sotto gli occhi tutti i giorni in ogni momento; sono fatti bene? Male? Sono così e basta. Eppure: una bella giornata, il colore del cielo, il canto degli uccelli, gli occhi della donna amata, i sorrisi dei bambini. Troppo semplice? Troppo banale?


Penso che si dovrebbe lasciare l’Università a quei giovani che veramente sono in grado di studiare ed impedirla a quelli che non lo sanno o non o vogliono fare, altro che democrazia! Nello studio e nella ricerca non v’è politica e democrazia. Si tratta di una struttura rigidamente meritocratica, basata sul valore. Bisogna lasciare l'insegnamento, inoltre, ai professori (vecchi, giovani, belli, brutti) preparati ed amanti del loro mestiere, in grado di trasmettere quello che hanno imparato lungo il corso della loro vita e del loro studio. Bisogna imparare a valutare la loro produttività come qualità, cultura, profondità e non con tornelli o cartellini di presenza oraria!

Bisognerebbe permettere ai giovanissimi di sperimentare, mettere a frutto l’intelligenza del cervello giovane capace di miracoli, spezzare la spirale del consumo, abolire totalmente la pubblicità ingannevole (quella che crea mondi artificiali falsi che immettono, subliminarmente, valori assurdi e che, in genere, sostanziano l’equazione soddisfazione = consumo).


Ed eccola la mia fandonia  finale: abolire il danaro, almeno per un congruo numero di anni. Passare di nuovo allo scambio di beni primari. Lavoro in cambio di servizi, cultura in cambio di pane, frutta in cambio di energia, insegnamento in cambio di attenzione.
E l’energia dovrebbe essere solare. Vi immaginate quanta ne produrrebbe il nostro paese con opportune centrali fotovoltaiche sulle montagne? Mi viene in mente Bruno Taut autore di Alpine Architektur. Vuoi vedere che la grande guerra gli fu utile per avere una vera visione del futuro possibile? 


Naturalmente si tratta di frescacce, tutto quello che ho detto finora sono frescacce;  le mie ovviamente, non quelle di Taut sulle quali dovremmo riflettere nuovamente.


Giacomo Ricci, novembre 2008

 

 

 

 

 

 

 

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