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dibattito

 

 

 

Scacco alla Regina

di Elene Di Palma

 

E’ significativo osservare come, contraddittoriamente, il mondo accademico abbia attribuito, da un lato ai filosofi della corrente nichilista il ruolo di profeti dell’interpretazione della tecnologia e dall’altro continui a propugnare la tecnologia come strumento di progresso e di controllo dell’architettura, perché proprio alla tecnologia tali filosofi attribuiscono un carattere di sopraffazione nei confronti del fare dell’uomo.

In questa scia si continua ad ovviare all’evidente contrasto tra una teoria sicuramente affascinate, che fa del proprio manifesto l’accettazione che la verità dell’esistenza possa essere additata (si badi bene, non toccata né tanto meno fatta propria, ma solo indicata, in quanto appena percepita essa ci sfugge perché ha un ordine di grandezza superiore alla nostra attuale facoltà di pensare) esclusivamente prendendo coscienza del salto che vi è tra scienza e pensiero autentico, ed una volontà di elevare la tecnologia dell’architettura al rango di interprete dei bisogni dell’uomo, del luogo e del tempo, semplicemente evitando l’argomento o, meglio, raccogliendo stringhe ed enunciati che presi isolatamente riescono ad attribuire alla tecnologia, in quanto matrice scientifica dei saperi artigianali della tèchne, un carattere di appartenenza al poiein e ad affermare che la phýsis (la totalità della natura universale), nella quale la tecnologia si reifica, è il senso più alto della poìesis.
Ma la tecnologia è una disciplina che, per la sua stessa natura scientifica, rinnega quegli scarti poetici e poietici, forse gratuiti ma salvifici dal punto di vista epistemologico, che ascrivono l’architettura all’arte in quanto compiono il salto verso la verità che le scienza esatte, con i loro fragili postulati, non possono compiere.

La contraddizione è confermata dal puntuale cambiamento di rotta che i testi di tecnologia dell’architettura attuano dopo quella breve parentesi introduttiva che, a seguito dell’excursus storico filosofico, non si attarda a specificare come la tecnologia sia, secondo la definizione del Devoto, “lo studio delle scienze applicate relative alla trasformazione della materia prima in prodotti d’impiego e di consumo”, e quindi, nel caso dell’architettura, in prodotti d’impiego e di consumo per l’abitare, e come essa non vada identificata con la tecnica che ne costituisce solo la parte applicativa (dimenticando però come sia proprio quest’attuazione l’unica vera componente del disvelamento e del tra-mandamento nelle teorie filosofiche a cui essi fanno riferimento). Tale cambiamento di rotta si traduce in una trattazione che potrebbe definirsi quasi positivista e che viene mediata, generalmente, da alcune precauzioni d’uso che ammoniscono l’utente (architetto, manager del processo, costruttore e quant’altro) rispetto ad un uso indiscriminato della tecnologia, edulcorandola con gli aggettivi appropriata, sostenibile, sistemica, flessibile, adattiva, ecc..
Rimane dunque difficile, anche per il tecnologo stesso, sfuggire al monito dell’uomo meccanizzato sopraffatto dalla tecnologia produttiva, che giunge a noi sin dalla rivolta romantica contro il mito dell’industrializzazione propugnato dalla filosofia utilitarista, e tutti, tecnologi compresi ci troviamo ad osservare, scettici, un pannello fotovoltaico chiedendoci se non sia l’ultimo inganno del consumismo e se Owen e Marx non si stiano rivoltando nella tomba.

Una seconda contraddizione in merito al successo che le teorie estetiche di filosofi come Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger e i loro epigoni hanno trovato nell’elaborazione del corpus teorico della tecnologia dell’architettura sta nell’irruenza con cui queste teorie propugnano la volontà di affermare l’individuo, con il suo portato di creatività, di finitezza, di continuità storica, di causalità e di destino, contro le strutture consolidate del pensiero classico, che ingabbiano la libertà entro le ferree regole della logica, della ragione, dei canoni. Ma è questa una rivolta implicita contro un potere di cui la filosofia si rende scudo, una rivolta che va letta nel contesto dell’assolutismo e nella sconfitta subita dal totalitarismo, che ne chiosa drammaticamente la fine. Le regole, i valori, i canoni, siano essi deontologici (se suona eccessivo parlare di morale), culturali, estetici, sono il fondamento in ogni società civile e sono tanto più validi in una democrazia in quanto essa li elabora e li approva in maniera condivisa ed appura il proprio successo sulla solidarietà che il singolo esprime nei confronti di quanto essa ha sancito. Alle regole condivise la società occidentale attribuisce il merito di garantire la libertà del singolo. Perché questo principio non dovrebbe essere valido per l’architettura? Uno stato civile non si limita a dettare parametri urbanistici, che nei casi più estremi sono accompagnati da valutazioni paesistiche, da oscuri lasciapassare di burocratizzate soprintendenze, e non lascia che chiunque sia dotato di un idoneo titolo di studio intervenga con una ruspa sul patrimonio dell’umanità, quasi vergognandosi di limitare quelle che vengono universalmente riconosciute come deturpazioni ed oscenità, solo perché dovrebbe elaborare e condividere delle nuove regole estetiche, e ritrovandosi così, paradossalmente, nell’incapacità di risolvere il contraddittorio tra la garanzia della libertà e la libertà dell’arte.
Ma l’Umanesimo è stato tale in grandezza e bellezza proprio perché ha concentrato l’attenzione sull’uomo, sulle sue capacità espressive, valorizzando l’unicità del singolo nell’armonia del tutto. Eppure l’Umanesimo non ha disdegnato i canoni estetici, li ha rinnovati, li ha celebrati, e nella capacità selezionare, cogliere ed esaltare l’ingegno di ogni singolo artista ha compiuto il rinascimento di un’intera società.
Oggi abbiamo solo brandelli di bellezza. Riusciamo a percepire il bello solo a distanza ravvicinata, poiché appena ci allontaniamo e passiamo ad una visione d’insieme, ravvisiamo immediatamente il disordine e l’incompiuto del nostro tempo. Siamo un formicaio tecnologico la cui regina ha deposto lo scettro visibile delle arti e dei mestieri per impugnarne uno occulto e inattaccabile, e forse essa stessa ne è schiava.


 

 

 

 

 

 

 

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