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Architettura Naturale

di Elene Di Palma


L’architettura è il risultato di un’attività naturale dell’uomo, che cerca di umanizzare il suo spazio vitale con i mezzi che la propria cultura gli mette a disposizione. Umanizzare per rispondere in primo luogo a bisogni primari, di cui la nostra società oggi fa emergere solo una pallida ombra, ma che costituiscono comunque il nostro sostrato più profondo: nutrirsi, riprodursi, proteggersi dalle intemperie e dalle avversità, dormire. Quanto in queste attività siamo vicini ai nostri più lontani progenitori e a tutte le creature della terra? Probabilmente più di quanto non ci separino da loro bisogni indotti, o tutte le attività spiccatamente intellettuali che abbiamo sviluppato ed esaltato fino ad offuscare la loro stretta dipendenza da quelle materiali.
Comprendere il concetto di sostenibilità significa in primo luogo superare la separazione categoriale tra questi bisogni, e riappropriarsi dell’interezza della nostra natura umana. Di fronte a questo intero ogni paradigma si sveste della sua aura di dogma, compreso quello estetico: il bello è parte integrante delle attività naturali. E qui non cito direttamente Rosario Assunto ma rimando alle sue opere più volte recensite da Giacomo Ricci. Sono le attività contro natura che fanno da battistrada al brutto. Ciò che non ci appaga esteticamente è probabilmente frutto di azioni che profondamente ci arrecano danno.
Ma il concetto di sostenibilità potrebbe essere compreso ancora più facilmente se si potesse procedere a ritroso, e liberarci, con cura certosina, di tutto quanto abbiamo in eccesso. Resterebbe ben poco di quanto affolla il nostro mondo. Forse un poeta della levatura di Borges potrebbe rammaricarsi per l’assenza di una biblioteca di Babele, ma egli stesso ammette che la sua cecità profeticamente omerica lo riavvicina all’universo della parola che non ha bisogno di carta, bensì della società corale che racconta e che raccontando si riunisce. Ma non vorrei incorrere in fraintendimenti: questo non vuole essere un inno all’ascetismo, ma un inno al fare senza farsi del male.
L’architettura è parte rilevante di questo fare. Le sue tracce permangono nei secoli come poche altre testimonianze dell’uomo, e ne raccontano il percorso variegato nel bene e nel male, sin dalla caverna o dalla tenda di pelli. Essa ci sopravvivrà, e renderla sostenibile significa semplicemente non consentire che questa forma così significativa del nostro fare ci sopraffaccia e tramandi di noi solo i nostri orrori. L’architettura è un sistema complesso di attività umane che consente lo svolgimento di numerose altre attività altrettanto complesse, fungendo da catalizzatore dell’intervento dell’uomo sul sistema ambiente. Essa dunque va riguardata unitariamente tanto con le esigenze dell’uomo, quanto con le più generali esigenze ambientali con le quali interagisce.
Il 16 aprile 2008 è morto Edward Norton Lorenz, pioniere della teoria del caos applicata allo studio dei sistemi complessi e dei fenomeni emergenti. Grazie alla generazione di scienziati di cui  Lorenz è stato esponente, la scienza si è riappropriata di una visone unitaria del sapere, che anche il tecnicismo più esasperato del Novecento non ha potuto scardinare. L’epistemologia dei sistemi complessi costituisce il corpus interdisciplinare entro cui collocare, in termini rigorosamente scientifici, una teoria dell’architettura sostenibile: un sistema complesso che partecipa con altri sistemi complessi alla definizione di un intero, di un insieme. E l’architetto che vi partecipa non è più urbanista, o tecnologo, o designer, o storico, ma forse nuovamente l’eclettico esploratore di saperi e culture differenti, filosofo, matematico, artigiano, e soprattutto umano. Una ritrovata visione unitaria delle scienze può diventare la chiave di comprensione delle concause dei problemi e delle strategie per la loro risoluzione.
La scienza della complessità offre nuove possibilità per guardare all’interazione tra fenomeni e cause, e soprattutto meno scampo a coloro che vogliono ignorarle rifugiandosi nel comodo monologo disciplinare. Offre la possibilità di ricercare più rigorosamente un punto di equilibrio dinamico all’interno delle tensioni generate dagli opposti versi dei vettori dello sviluppo e della sostenibilità, ma solo a patto che ogni specialista sia disposto a mettere sul piatto della bilancia la propria disciplina, a parlare un linguaggio comprensibile anche per le altre discipline, usando per le proprie ipotesi e tesi pesi confrontabili con quelli delle ipotesi e delle tesi altrui.
L’architetto mette sul piatto di questa bilancia la propria consolidata inclinazione ad interpretare la forma del territorio e della città, a calarsi nella cultura dei luoghi e a diversificare le soluzioni in funzione di quelli e delle migliori tecnologie e nuovi processi disponibili evitando di cadere in atteggiamenti tradizionalisti e conservatori, a farsi interprete del bello che proprio nel compendio di ordine e di diversità della natura ha trovato le sue più sincere fonti di ispirazione. Deve avere semplicemente la forza di vincere il preconcetto, per altro recente, che il bello non ha misura, non ha valore, non ha prezzo, e paradossalmente ha origine ignote, e disporsi a soppesarlo con altre forze dalle quali, in sostanza, prende vita. Tra l’altro io credo che solo l’architetto che ha dismesso il significato della progettazione come “mestiere” con le sue “regole dell’arte”, per travestirsi da tecnologo, designer, strutturista, o per “riconvertirsi” in qualche nuovo professionista più ammiccante al mercato, abbia problemi ad accettare un fatto tanto ovvio. Piuttosto ha scelto una via comoda o inevitabile, e spesso inconsapevole, per sopravvivere.
Come si pesa il bello? La scienza della complessità ha proposto varie metodologie, che variano al variare della scala di intervento. L’ecologia del paesaggio ottimizza la visione sistemica ad una scala tale da far emergere più chiaramente le interazioni tra le parti (dunque una scala capace di contenere l’ecosistema in esame e gli ecosistemi con cui interagisce), e propone teorie e metodi per spiegare le dinamiche ecologiche che si esplicitano attraverso le componenti naturali ed umane del paesaggio, inteso come sistema di ecosistemi, tra cui appunto emerge la città intesa come ecosistema delle attività umane. Parlare stringatamente di approcci numerici o spaziali come la matematica dei frattali o la statistica spaziale, di strumenti GIS o di indici di forma, dimensioni, irregolarità, arrangiamento ecc., sarebbe fuori luogo, ma mi si passi una semplificazione che mi è servita, da profana qual ero e quale ancora sono, per comprenderne la validità tanto per l’ambiente naturale quanto per quello antropizzato: non è difficile capire che più un territorio è ricco di biodiversità, più è salutare, forte, tecnicamente “resiliente”; allo stesso modo un paesaggio agricolo in cui le colture sono variegate e organicamente fuse con le aree naturali da un lato e quelle urbane dall’altro, rappresenta un filtro tanto efficace per la salvaguardia dell’intero sistema quanto inefficaci si sono mostrate le monocolture, nonostante l’inerzia della spinta economica continui a farle proliferare; allo stesso modo la città irregolare, quella stratificata ed eterogenea che ancora oggi urla con forza la propria identità da qualsiasi mappa o fotografia contro l’omogeneo parallelismo delle periferie e delle sue puntuali e sempre più diffuse diramazioni, mostra la pervicacia della sua capacità autopoietica, rigenerativa e rigeneratrice.
Come ha splendidamente narrato Primo Levi nel suo Sistema Periodico, elogio all’eclettismo di un chimico che ha attraversato un secolo di guerra e di progresso con le mani impegnate ora nella penna, ora negli alambicchi, ora nella macchina del lager senza mai rinunciare alla concretezza del bello, noi siamo qui, domani saremo altrove ma ancora qui, nella materia in cui ci siamo disciolti. Saremo ancora nelle nostre architetture, nell’opera di cui rimane traccia. Meglio pesarle bene.

 

 

 

 

 

 

 

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