Il
sito ArchigraficA si presenta con una veste rinnovata e, soprattutto,
con una radicale riorganizzazione interna. L'obbiettivo è
presto detto: pur mantenendo il suo originario spirito di punto
di informazione sull'architettura, esso tende a caratterizzarsi
come rivista telematica sull'architettura e la città, particolarmente
sensibile alla produzione teorico-progettuale contemporanea e
ad ogni tentativo orientato verso lo smantellamento del vuoto
di significato architettonico che caratterizza i panorami delle
metropoli contemporanee e il dissolvimento di tutte quelle nebbie
che intorbidiscono cultura della città e desiderio di armonia.
Lo scopo è quello di venir fuori dalla spaventosa impasse
che gli studi di architettura e la professione stanno attraversando
da oltre un decennio.
A parere di chi scrive il colpo di grazia - se così si
può dire - alla già traballante struttura del mestiere
dell'architetto è stato inferto dalla ventata "innovativa"
degli ultimi cinque anni, basata su incredibili ingegnerie universitarie
(3 + 2, 2 + 2 + 1, 1 + 1 + 2+ 1, e così via) che hanno
contribuito a confondere definitivamente le idee ed a produrre
sottocultura, pressapochismo, avvilimento totale delle peculiari
prerogative del mestiere dell'architetto. Se poi si aggiungono
alcune discutibilissime carriere universitarie, messe a punto
alla luce di logiche settoriali ed interessi molto lontani dalla
trasparenza e la logica della ricerca scientifica, allora il quadro
appare chiaro in tutta la sua sconvolgente brutalità e
piattezza.
Ci è sembrato opportuno esordire questo nuovo corso di
ArchigraficA dedicando le riflessioni di fondo di questo primo
numero all'opera di Rosario Assunto che da filosofo ed estetologo
(aveva ricoperto, per 25 anni, la cattedra di Estetica all'Università
di Urbino e, successivamente, quella di storia della filosofia
a Roma), fu tra i primi a comprendere, molti anni fa, che il futuro
della città (e, conseguentemente, dell'architettura e dell'arte
più in generale) è tutto nella Bellezza e nel godimento
estetico.
"Come
non ricordare Rilke - aveva scritto nel 1984 - Die Schönheit
is von allen Sein der Sinn, la bellezza è il senso di tutto
l'essere".
Il
fatto è che molti degli attuali responsabili delle Facoltà
di Architettura delle parole di Rilke non hanno mai avuto consapevolezza
e quei pochi che le hanno lette sembrano non ricordarsene più
e, negli studi universitari, la bellezza è lontana dalle
aule, dalle lezioni, dalle sperimentazioni progettuali. E non
si tratta più di un atteggiamento provocatorio come quello
di Rimbaud che, un giorno, "aveva posto a sedere la bellezza
sulle sue ginocchia e, trovandola amara, l'aveva ingiuriata e
scacciata via". Oggi la provocazione è diventata funzionale
al rinnovamento (si fa per dire) del potere politico, riducendosi
a stupido motteggio televisivo, con il suo squallido repertorio
fatto di dibattiti-risse su sondaggi e discutibilissimi provvedimenti
ad personam, insensatezze ed esternazioni di personaggi venuti
alla politica solo per logiche di bassissimo interesse, donnine
scollacciatissime con idioti sorrisi a far da tappezzeria con
tette siliconate e labbra leporine, volgarità trash e spot
pubblicitari più idioti che mai, un insieme di cose che
contribuiscono ad aumentare a dismisura l'ignoranza e la grettezza,
a proporre falsi modelli di sicurezza, di bellezza, di vita felice.
E' necessario un profondo ripensamento degli orizzonti di senso
della disciplina architettonica che sia, finalmente, orientata
a creare un mestiere in grado di contribuire alla bellezza della
città contemporanea. A nulla vale dire che si tratta di
utopia e che è tempo sprecato continuare a discuterne.
Crediamo, come Ernst Bloch sosteneva agli inizi del Novecento,
e come Benjamin ha scritto nell'ultima fase del suo pensiero critico,
che ogni utopia debba essere intesa come puro e semplice sistema
di pensiero e che serva a tracciare limiti cui tendere, come obbiettivo
(reale o irreale che sia), come conclusione. Poi, non importa
se questa conclusione non verrà mai.
L'importante è innescare processi di riqualificazione e
risemantizzazione degli spazi urbani, delle forme degli edifici,
del paesaggio e, soprattutto, crederci. Ciò che c'è
da perdere è quell'ammasso di spazzatura (ivi compresa
tutta la produzione che della forma tecnologica ha tentato di
fare una nuova estetica) che chiamiamo città.
Il resto è tutto da guadagnare.