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dibattito
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La
bellezza trionferà? (di
Giacomo Ricci) |
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Ricordo
(di Pasquale Belfiore) |
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Frammenti
di un discorso |
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giacomo
ricci |
Caro
Pasquale,
penso che possiamo cominciare. Ho contattato, oltre te, le persone
che ti elenco:
Giorgio Giallocosta, Tecnologia dell'architettura, FdA Genova
che forse non conosci
E poi:
Sergio Stenti
Gregorio Rubino
Alessandro Castagnaro
Maurizio Zenga
Pensavo, per prima cosa di costituire un Comitato scientifico
della rivista. Coinvolgerei quelli di sopra se sei d'accordo.
Inizierei con un forum sulla "bellezza dell'architettura".
La cosa è, ovviamente, provocatoria. Mi aspetto di cooptare,
a poco alla volta, un certo numero di persone e di avere un dibattito
molto vivace al proposito.
La formula potrebbe essere, per il momento, quella delle mail.
Dovrebbero essere interventi brevi e caustici, anche in aperto
dissenso e polemica tra loro. Il fatto che saranno trascritti
su una pagina web fa sì che il testo debba essere stringato
ed efficace.
Fammi sapere che ne pensi e proponimi dei nomi per il Comitato
Scientifico.
Si potrebbe, poi, attivare una sorta di videoconferenza tra sedi
diverse i9n contemporanea alla presenza degli studenti utilizzando
le tecnologie skype. Ma su questo torneremo poi.
A
presto
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pasquale
belfiore |
Caro
Giacomo
la memoria è brutta bestia perché in assoluto automatismo
reattivo ti porta ad associare passato e presente. Le bestioline
di Pavlov ne sapevano qualcosa. Tu dici "parliamo della bellezza
dell'architettura" e io ricordo - in assoluto automatismo
reattivo - un pomeriggio degli anni Ottanta. Con Donatella Mazzoleni
stavamo organizzando il convegno sulla bellezza dell'architettura.
Chiamammo al telefono Manfredo Tafuri per invitarlo. Vedevo Donatella
alzare gli occhi al cielo, strascicare sillabe cercando di inserirsi,
invano, in quello che doveva essere un fiume in piena di parole,
attaccare infine sconsolata la cornetta e dirmi: allucinante.
All'invito a venire a Napoli - ferita a morte dal terremoto del
1980 e fors'anche ancor di più dalla ricostruzione - Tafuri
aveva detto e ridetto e poi ancora detto e ridetto, tanto per
non essere frainteso:con terremoto, camorra e malaffare, abusivismo
e monnezza, come potete avere l'ardire di parlare di bellezza?
Siete matti? Al convegno poi fu invitato Remo Bodei che fece una
bella lezione sulla bellezza dell'architettura.
Da allora molto è cambiato e oggi i problemi di Napoli
si chiamano: la ricostruzione interrotta, la nuova camorra, il
nuovo malaffare, l'abusivismo della contemporaneità e la
monnezza differenziata. Concludendo poi il Festival dell'architettura
di quest'anno - Modena, Reggio Emilia, Parma - Remo Bodei ha fatto
una bella conferenza sulle misure del bello in architettura.
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giacomo
ricci |
Caro
Pasquale,
Come al solito ne sai sempre una in più del diavolo. Ti
spiego perché. Sono di ritorno da un viaggio a Venezia
dove sono stato invitato per presentare un mio progetto in una
manifestazione a margine della Biennale (Urbanpromo);
Dopo questo brevissimo soggiorno mi sono trovato tra le mani:
la bellezza di Venezia, quella di Amalfi - che costituivano gli
argomenti del mio lavoro su cui avevo riflettuto lungamente (trattandosi
del progetto di un parco in Costa d'Amalfi) -; una manifestazione
che mi sembrava decisamente inutile (Urbanpromo, per
l'appunto), assolutamente fuori dalla realtà delle nostre
città e concepita soltanto per fare da passerella agli
assessori e i professori di turno (tra l'altro costosissima e
tenuta in una sede prestigiosa, palazzo Franchetti a Venezia);
un libro di Erri De Luca che Maurizio, un mio caro amico architetto,
che spero si faccia coinvolgere dalla rivista e dal dibattito,
napoletano d'origine, ma che vive lì da anni, mi aveva
sollecitato a leggere che esprime una presa di posizione su Napoli
perduta (Napolide) che mi sento di condividere quasi
in pieno.
Allora, tu mi dici, a petto di tutto il disastro parliamo ancora
di bellezza in perfetto accordo con Remo Bodei? Non aveva ragione
Tafuri ad incazzarsi? E visto che, da allora, le cose non sono
cambiate, anzi, se possibile s'è spalancato un baratro,
un vuoto abissale nel quale rischiamo di essere inghiottiti tutti,
non è che Tafuri avesse ragione?
Ti rispondo che allora non lo sapevo. Ma partecipai al convegno
ed ascoltai l'intervento di Bodei che mi sembrò splendido
e lucido. Oggi potrei dire ancora "non lo so"; ma penso
di cominciare a saperlo. L'abbandono del proprio campo di specifica
competenza da parte degli intellettuali è un errore che
abbiamo pagato carissimo e che ha permesso, tra l'altro, gli equivoci,
le confusioni ideologiche e le aporie che, assieme a tantissime
altre motivazioni, stanno alla base dello sfacelo odierno.
La
cultura ha un peso specifico forte; basta crederci e lottare:
ricordo a questo proposito un bellissimo film di Tarkovsky - autore
che tra l'altro la Mazzoleni amava moltissimo e ricordo citava
spesso -; il titolo era Andrej Rubliov. La storia, la
ricordo molto brevemente, era quella di Rubliov, giovane monaco
russo e grande pittore di icone. Il film era ambientato nel medioevo
più cupo, un medioevo densissimo di neve, presente come
una morte implacabile, di immense folle di straccioni assolutamente
beceri ed avviliti e di un numero pressochè sterminato
di Tartari che, invadendo le terre russe, tutto distruggevano,
lasciando il deserto dietro di sé. Andrej - ne parla all'inizio
della storia - ha intenzione di creare un'immagine di Cristo che
sia umana, vera, lontanissima da quelle icone inespressive ed
altamente simboliche dell'alto medioevo russo. L'invasione dei
tartari, barbari ed assassini, turba tanto il giovane Andrej che,
dopo aver assistito, nascosto, alla morte di un pope, costretto
ad ingoiare l'oro fuso di una croce come si trattasse di un aperitivo,
decide che il mondo è troppo bestiale non soltanto per
dipingere un Cristo umano ma finanche per parlare. E da quel momento
rinuncia a profferire qualsiasi parola. Dopo un lungo, interminabile
tempo di mutismo, la capacità di un giovanissimo ragazzo
- il figlio del fabbro del villaggio poco più che tredicenne
che si propone al posto del padre, morto per mano dei Tartari
- nel costruire una campana senza sapere bene come fare, la forza
e il coraggio di ricostruire sul deserto assoluto che i Tartari
avevano lasciato, la capacità di inventare soluzioni porta
alla realizzazione di una splendida campana che ha un suono meraviglioso.
Il film, che è realizzato in un bianco e nero drammaticissimo
e straordinario - vi si mescolano i linguaggi di Eisenstein e
di Dreyer - si conclude con un Andrej che riprende a parlare e
dipingere. Il ragazzo e la sua straordinaria impresa, la conquista
di una rinnovata bellezza lo portano a dipingere quel Cristo straordinario
- un Cristo alla Masaccio tanto per intenderci - denso di colori
e di vita. Le ultime immagini sono a colori e riportano i quadri
che Rubliov realizzò dopo la crisi dell'invasione dei Tartari.
Dobbiamo fare i modo che i Tartari di oggi siano sconfitti. La
Bellezza, per dirla con Assunto, è un'arma raffinata e
colta da opporre alla barbarie. Almeno io credo. D'altro canto
la storia ricorda soltanto le opere di bellezza. Così ci
restano i dipinti di Andrej, gli affreschi di Masaccio a parlarci
della nostra storia ma non le impalature inflitte dagli invasori
di turno o dagli idioti che inseguono deliri di onnipotenza e
sogni di diventare Dio. La storia è, per così dire,
implacabile: i grandi dittatori fanno sempre una fine indecorosa,
meschina e tutti li ricordano così per quello che sono.
Per il momento ne vogliamo parlare? Potremmo contribuire, in qualche
modo, alla costruzione della campana. L'alternativa è solo
la morte e il deserto. Con molta probabilità siamo più
utili a ricordare al mondo che l'architettura ha delle misure
di bellezza che non a subire il vortice di insignificanza e la
barbarie e farci zittire una volta per tutte.
Ciao
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sergio
stenti |
Un
immediato suggerimento: oltre a parlare di Bellezza dell'architettura
perchè non parlare anche dell'Utilità dell'architettura
: a chi serve, chi la utilizza, chi la promuove, chi la fa ?
a presto
sergio
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maurizio
zenga |
Caro
Giacomo,
vorrei partire da qui:
"Chi nato a Napoli si stacca, perde la cittadinanza.
E' napòlide.
Porta nel sistema nervoso un apparecchio cercapersone messo
dalla città in ognuno dei suoi.
Da una distanza non panoramica queste pagine reagiscono al
segnale.
Su Napoli non si ha il diritto di sguardo dall'alto, solo
il vulcano ha titolo per sovrastare.
La sua orbita sta spalancata nelle cartoline e negli incubi.
E' bene che resti cieca."
L'idea
di parlare di questo malessere che accompagna il degrado della
nostra Napoli e forse anche della nostra generazione è
interessante anche se andrebbe ad aggiungersi alle molte voci
che analizzano il fenomeno senza poterlo fermare. Che potere abbiamo
noi di fare effettivamente qualcosa di concreto per contrastare
questo scempio di umanità e di bellezza?
Io vorrei mettere su uno spettacolo multimediale che abbia una
forza dirompente, che sia in grado cioè di sconvolgere
la coscienza degli spettatori ma non raccontando loro le nefandezze
e la violenza di cui è capace la nostra città ma
la bellezza, la creatività, la dolcezza di cui ancora c'è
traccia nella parte "sana" e nella cultura di questo
popolo.
Senza piagnistei, senza semplificazioni, senza pregiudizi, portando
in scena il "nostro" malessere di "napolidi"
( vedi Erri De Luca: " Napolide" ).
Disegni, immagini, video virtuali e musica dal vivo, attori in
scena e ombre cinesi, effetti speciali. Niente tarantelle, niente
triccheballacche, niente pulcinella. Nessun ammiccamento alla
"napoletanità". Non ci credo e non mi interessa
perchè non porta da nessuna parte.
Il blog potrebbe essere un modo di attingere materiali per i testi
e la sceneggiatura...
Che ne pensi?
Maurizio
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maurizio
zenga |
Sono
belle le cose
(Pier Mario Giovannone)
sono belle le cose, belli i contorni
degli occhi
e i contorni del rosso
gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci
le ciglia delle dive
le bolle di sapone,
il cerchio del mondo è bello
l'ossigeno delle stelle
e la poesia dei ritorni,
di emigranti e isole,
cercando l'invisibile: l'appartenenza
è bello il fuoco
e il sonno
e il buio petulante gola dei fantasmi
e il brodo primordiale padre nostro
che cola in questi nomi
A proposito di bellezza...Stamattina, percorrendo la strada in
auto da Pordenone a casa mia ( sono andato ad una fiera dell'elettronica
), riflettevo sul fatto che da queste parti si perde completamente
l'orientamento grazie ad una infinità di "rotonde"
stradali che ti fanno continuamente girare in tondo, svoltare
a destra o a sinistra, fino a quando non capisci più da
dove sei venuto e dove stai andando. Mancando i punti di riferimento
morfologici classici come la costa, il mare, la montagna ed essendo
del tutto assenti i riferimenti architettonici di qualche rilievo,
si ha la sensazione di viaggiare in un contesto inurbato indefinito,
fatto di capannoni in cemento tirati su in fretta e decorati in
modo da distinguersi da quelli vicini grazie a qualche trovata
geniale dell'estroso progettista, come un pinnacolo in acciaio,
un portale neoclassico in marmo, una piramide in vetro stile Louvre.
Le case visibili dalla strada sono poche e ormai non presentano
alcuna rilevanza storico artistica, nessuna connotazione formale
di qualche interesse, le ville venete sono quasi sparite oppure
si sono trasformate in relais, grandi alberghi o ristoranti di
lusso.
Riflettevo appunto, mentre guidavo, sul tema della bellezza e
sulla innaturale bruttezza di queste periferie industriali del
Nord-Est prive di qualsiasi corrispondenza tra gli umani, che
pure vivono e lavorano in questi enormi scatoloni di cemento,
e la forma architettonica e urbana che li "contiene".
Una volta ( fino a qualche anno fa ...) potevi dare appuntamento
ad un amico: "all'incrocio, davanti alla chiesetta tal dei
tali...". Oggi è impossibile, gli incroci non esistono
quasi più e le macchine scorrono e volteggiano tra le innumerevoli
rotonde, sfiorandosi e scivolando l'una contro l'altra in un flusso
continuo che ignora completamente cosa si nasconde oltre le quinte
interminabili di capannoni e se ancora vi siano le città,
quelle con la chiesa, il campanile, il palazzo del Comune, la
piazza, il mercato, la scuola ecc.
Così come a Napoli il terremoto ha distrutto un tessuto
urbano e sociale mai più risanato, così da queste
parti sembra venuto un terremoto al contrario. Fino a qualche
anno fa riuscivi a capire almeno dov'eri ( senza bisogno del navigatore
satellitare...) se a Nord, a Sud, a Ovest, guardando sullo sfondo
le montagne coperte di neve eo il campanile della chiesa, orientandoti
a naso. Ora lo sguardo si perde sulla facciata colorata dell'ipermercato
Auchan, che è lo stesso, identico ( ma proprio uguale!
), che ho visto anche a Napoli, a Roma e a Milano.
Maurizio
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giacomo
ricci |
Allora
io direi: per me la "bellezza" è soprattutto
categoria dello spirito. Dove per "spirito" non intendo
quel prodotto liquido, con alto coefficiente di evaporazione e
di infiammabilità che serve, tra le altre cose, per metterci
a bagno le ciliegie, l'uva o altre bacche varie affinché
il corpo ne tragga diletto nei dopopranzo fumosi e grigi delle
domeniche invernali, quanto piuttosto un qualcosa evanescente,
che ha a che fare con il nostro Io-segreto e il nostro Io-collettivo.
Senza quest'ingrediente, per così dire, la cultura riesce
ad essere soltanto "cultura materiale" per essere spesso
confusa, come tanti fanno con efferata disinvoltura, con "coltura",
nel senso di colere, "coltivare".
Così "coltivare lo spirito" non è più
operazione che ha a che fare con la nostra anima e la nostra sensibilità
interiore, quanto piuttosto con quella delle papille gustative
e, cioè, con carciofi, patate, cipolle e, dunque, anche
sorbe, ciliegie, uvetta. Col che il circolo sembrerebbe chiudersi
e tutto andare a posto. Intendiamoci: lungi da me l'idea di avere
qualcosa contro patate, cipolle, carciofi, uvetta e ciliegie,
prodotti della natura intorno alla cui serietà non ho mai
nutrito alcun dubbio.
Il fatto si è che i due piani, ancorché accomunati
da un termine identico - nel fonema ma non nel significato - dovrebbero,
nell'uomo razionale ed avveduto, restar rigorosamente separati.
Altrimenti non si rintraccerebbe - come purtroppo accade sempre
più spesso nella nostra epoca - nel termine "spirito"
alcun significato oltre a quello di alcool.
Devo dire che, standomene da un po' di anni in Costa d'Amalfi,
ho imparato nuovamente a salutare la Bellezza come componente
basilare del mio andare quotidiano. Ed ho imparato ad amare, oltre
misura, l'Ottocento (o, almeno, alcuni suoi interpreti, quelli
che sono passati per la Costa e l'hanno resa ancor più
bella, come John Ruskin e Francis Nevile Reid) e la sua Estetica
(che scrivo volutamente con l'iniziale maiuscola, non solo per
confermare la dignità che le spetta ma anche per rimarcarne
il ruolo di disciplina, ora desueta, ma per niente di secondo
piano), logica, straordinaria, piena, soddisfacente.
E' pur vero che è proprio nell'Ottocento (intorno al 1871,
anno della Comune di Parigi o giù di lì) che qualcuno
cominciò a scalciare:
" …Un tempo, se ricordo bene, la mia vita era un festino
in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano. Una
sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia - E l'ho
trovata amara. - E l'ho insultata …"
Non l'avesse mai fatto. Un poeta che rimane tale, cioè
un poeta (e che poeta!), che gioca un tiro mancino alla pazzia,
ingiuria la Bellezza (la Beauté, da notare che
anche lui, riferendosi a concetti così eterei li scrive
con l'iniziale maiuscola) e dà inizio allo "sregolamento
di tutti i sensi" come pratica innovativa di conoscenza,
diciamolo pure, è uno che vuole, soprattutto, dare scandalo
perché, pur dissentendo in maniera così radicale,
rimane nel suo ruolo di poeta; nonostante abbia assestato un calcio
nel deretano della Bellezza, scrive versi stupendamente belli
anche se provocatori, maledetti, dannati; d'altro canto le sue
opere sono tratte, è lui stesso ad assicurarcelo, dal "taccuino
di un dannato".
Ma alla fine, dannazione o meno, si tratta pur sempre di un gioco:
per l'appunto giocare a "fare i dannati" con le armi
specifiche della poesia, all'interno di un sistema espressivo
ben inferrettato nelle sue regole e nelle sue prescrizioni.
Oggi, probabilmente, se Rimbaud tornasse in vita e vedesse i Visitors
(termine adoperato da Roberto Saviano nel suo Gomorra)
che s'aggirano nelle aree rarefatte di Secondigliano usati per
testare, a rischio della loro vita, un nuovo taglio di droga,
l'efferatezza (e la stupidità) dei delinquenti nostrani
e la balorda conduzione della loro esistenza tra grandissime ricchezze
- di cui non godranno mai - e lo status reale di braccato (dalla
polizia, dagli avversari, tutti pronti ad inchiappettarseli senza
alcuna pietà), costretti a vivere in bunker di pochi metri
quadrati e, soprattutto, la fine che fanno (sparati, bruciati,
con gli occhi cavati dalle orbite con il cacciavite, torturati
con il flex, liquefatti nell'acido, ecc.), senza dubbio riporrebbe
nuovamente la Bellezza a sedere sulle ginocchia e le chiederebbe
perdono, stringendola al cuore come si stringe una debole creatura
che ha bisogno di protezione.
Oggi, ragionare sulla Bellezza vuol dire contribuire a trovare
un significato alla nostra vita che diventa sempre più
enigmatico ed indecifrabile, quando, insomma, tutto il mondo "civile"
sembra negare questa possibilità. Specialmente a Napoli.
Allora chiedo: perché l'architettura non dovrebbe essere
bella?
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sergio
stenti |
Tra le tante bellezze che ci circondano, la bellezza mediatica
mi sembra la più nuova ed insidiosa forma di seduzione
sociale . Essa possiede enormi mezzi economici e persegue
fini precisi, molto materiali. Questo tipo di creazione artistica
che occupa i Media che occupano le nostre teste, ha acquisito
una fortissima valenza politica, nel senso che viene usata scientificamente
(teorie del marketing) non solo da grandi gruppi finanziari ma
anche da Enti pubblici per fini di persuasione sociale , allargamento
del consenso e marketing politico. La natura della bellezza mediatica
mi sembra più virtuale che reale, più propagandata
per immagini che proposta come pratica fisica delle persone, come
esperienza di benessere, e paradossalmente proprio in questa virtualità
sta la sua straordinaria forza.
Sembra che l'architettura diventa promessa sociale di trasformazione
solo se sospinta nel regno dell'artistico, dell'oggetto unico
e griffato da qualche Archistar.
Cito due esempi . Sul Corriere di ieri giganteggiava una intera
pagina di pubblicità di un nuovo gruppo finanziario "
Eurozon", l'immagine scelta mostrava un enorme ponte sospeso,
una bellissima struttura a metà tra i cavalletti di Morandi
e le tensostrutture di Calatrava. Sicuramente era un progetto
prodotto con Photoshop: un sogno !
Peter Eisenman, ad una recente conferenza napoletana, le ha chiamate
scherzosamente "photoshop architecture":
una illusione immaginifica di brutti progetti.
L'altro esempio ci riguarda più da vicino. Alla Biennale
di Venezia la Regione Campania e La Metropolitana spa hanno proposto
una mostra sulle stazioni dell'Arte dove un'arte decorativa si
sposa con una architettura griffata; ed intorno, celato, il solito
degrado.
ciao
sergio
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pasquale
belfiore |
Caro
Giacomo, finalmente sono riuscito a leggere le lettere tra te
e Assunto. Che angoscia per il problema dei recapiti e degli indirizzi.
Esisteva già allora la posta o affidavate i messaggi ad
apprendisti piccioni viaggiatori?
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giacomo
ricci |
Utilizzavamo
anche i segnali di fumo come gli indiani.
Sulla
"bellezza" dell'architettura mediatica, cui fa cenno
Sergio, ci sarebbe molto da discutere e da scrivere. Mi limito
ad osservare che tra photoshop architecture,
spot, clip filmate, videoschifezze varie, TV spazzatura a non
finire, la nostra vita - e, quel che è peggio, la nostra
immaginazione - è stata gettata in un virtuale sempre più
potente, ingabbiato, castrante e idiota.
Certo:
attorno c'è degrado, vuoto e angoscia. La Bellezza di cui
stiamo tentando qui di individuare confini e valenze è
definivamente tramontata? Credo di sì. Ma resta - come
dire? - un vuoto senza fine. Un vuoto che non so se mai si possa
colmare. Ma varrebbe la pena tentarci.
Ho
fatto, qualche mese fa, una lunga camminata per la Valle dei Mulini
di Amalfi che non conoscevo se non dai libri. Sono rimasto rapito
ed incantato dalla Bellezza di quella natura che sembrava lontanissima
- nel tempo e nello spazio - dalla nostra contemporaneità.
Certamente perchè è difficile arrivarci e perchè
non c'è strada se non uno stretto sentiero pedonale, scomodo
e lungo. Mi sono sentito fuori dal mondo e dal tempo. E mi è
piaciuto. C'erano, nella vecchia ferriera, un gruppetto di scout
che si stavano acconciando per mangiare un panino all'ombra di
alberi bellissimi e al rumore dell'acqua. Per rendere l'idea di
quello che dico allego una foto che, anche se piccola di dimensioni,
dovrebbe dare l'idea di quello che sto dicendo.

Il
ragazzo in alto a destra - è veramente in scala rispetto
agli alberi, non c'è trucco photoshop - se ne sta con i
piedi nell'acqua gelida a guardare la cascata. L'acqua è
freddissima e l'aria è piacevolmente fresca anche se siamo
in pieno agosto 2006. La cosa straordinaria non è la natura
con il suo trionfo ma il fatto che ci troviamo, in linea d'aria,
ad un passo dalla piana dell'agro nocerino-sarnese del quale,
mi sembra giusto, dare una vista, foto da me scattata dal Valico
di Chiunzi qualche mese fa, guardando verso il Vesuvio.

E,
notando che la massa in basso è un tessuto costruito nel
quale non sopravvive un filo d'erba - dico un filo, un sol filo
d'erba - credo non ci siano altri commenti da fare.
Ciao
a tutti
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maurizio
zenga |
Buarque
de Hollanda - Fossati)
Oh,
che sarà, che sarà
che vanno sospirando nelle alcove
che vanno sussurrando in versi e strofe
che vanno combinando in fondo al buio
che gira nelle teste, nelle parole
che accende le candele nelle processioni
che va parlando forte nei portoni
e grida nei mercati che con certezza
sta nella natura nella bellezza
quel che non ha ragione
nè mai ce l'avrà
quel che non ha rimedio
nè mai ce l'avrà
quel che non ha misura.
Oh,
che sarà, che sarà
che vive nell'idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati
e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai-e-dai delle meretrici
nel piano derelitto dei banditi.
Oh,
che sarà, che sarà
quel che non ha decenza
nè mai ce l'avrà
quel che non ha censura
nè mai ce l'avrà
quel che non ha ragione.
Ah
che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
persino il Padreterno da così lontano
guardando quell'inferno dovrà benedire
quel che non ha governo
nè mai ce l'avrà
quel che non ha vergogna
nè mai ce l'avrà
quel che non ha giudizio
( qualcosa che ha a che fare con la bellezza è certamente
nelle parole di questa canzone, il testo in rosso lo metterei
come didascalia alla foto che hai scattato dal Valico di Chiunzi
... )
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Alessandro
Castagnaro |
Architettura
a Napoli: "dove era e come era"!
Noi architetti italiani abbiamo sempre meno l'opportunità
di progettare e costruire delle architetture nuove, in quanto
in un ambiente ormai saturato, spesso di edilizia di modesta qualità,
l'opportunità di esprimersi con opere pubbliche o private
è un privilegio riservato a pochi. Ma talvolta assistiamo
a cose inverosimili, a incongruenze e mistificazioni, nella fattispecie
in campo urbanistico ed architettonico, in particolare nel Mezzogiorno
d'Italia e a Napoli.
In un'area del quartiere Arenella, parte marginale dell'esteso
centro storico della città, esiste una zona di risulta,
un tempo occupata da un edificio ottocentesco demolito circa sessant'anni
or sono. I proprietari, oggi, hanno richiesto la licenza per edificare
una nuova opera. Il Comune l'ha concessa nei seguenti termini:
"si rilascia permesso di costruire per un intervento di restauro
e risanamento conservativo con le modalità del ripristino
filologico, ai sensi dell'art. 11, comma 5 della variante generale
al P.R.G. Il progetto prevede la ricostruzione a parità
di volumi e superfici con muratura di tufo piena e solai in legno
dei quattro livelli originari del fabbricato a destinazione residenziale
con la definizione di n. 7 unità residenziali e n. 4 unità
commerciali, con accessi dall'androne e dal cortile; del sistema
originario dell'impianto distributivo e organizzativo costituito
da androne, ballatoi, scala; del cortile che termina con una esedra
ancora esistente e degli spazi a giardino; della copertura costituita
da tetto non praticabile a doppia falda e solai piani; le facciate
saranno ripristinate riproponendo balconi con aggetti, basamenti
con bugnato di intonaco, il ridisegno dei cornicioni, delle lesene
e delle modanature; le coloriture delle facciate prevedono la
differenziazione dei fondi e delle modanature, gli infissi saranno
in legno; l'intervento prevede, altresì, la ricostruzione
della piccola cappella con accesso dalla strada costituita da
un ambiente unico con soffitto a volta e copertura piana e da
un locale internato; per questo edificio è previsto il
ripristino del portone di ingresso, del timpano e della copertura
e l'utilizzo commerciale […] ". Ma dov'è l'opera
da restaurare e risanare?
Il caso, sollevato da Antonio Guizzi su alcuni quotidiani locali,
è stato da me pubblicato sulla Rassegna ANIAI n. 4/05 corredato
da grafici anteriori alla demolizione e di quelli del nuovo progetto
approvato, praticamente coincidenti. Sul tema hanno scritto: Guizzi,
Vittorio Di Pace, Francesco Buonfantino ed il sottoscritto.
Mi sembra che la vicenda ci faccia toccare il fondo del baratro.
Non è possibile rinnegare la nostra identità: la
società procede e avanza velocemente, mutano i linguaggi,
le tecniche, le tecnologie, i materiali; non è pensabile
che questo avanzare - ci piaccia o no - venga rinnegato dai nostri
amministratori i quali provvedono a rilasciare un permesso di
costruzione, obbligando a realizzare un falso. Molti illustri
storici e critici dell'architettura hanno sempre ritenuto l'architettura
lo specchio della società, tuttavia nel nostro tempo sembra
che tale assunto stia venendo meno.
Lungi da me pensare che qualche collega - architetto o ingegnere
- possa progettare, oggi 2006, utilizzando il lessico, i materiali
e le tecniche ottocentesche, sarebbe quanto meno anacronistico.
Tuttavia, pur non condividendo tale posizione potrei accettarla
se esistesse una specifica ignoranza del progettista o se egli
non volesse perdere una parcella da qualche committente amante
del "falso". Ma non è assolutamente giustificabile
che tecnici di un Comune possano far passare un progetto del genere,
in questo caso ancor più grave, perché sono gli
organi preposti a condizionare il falso in oggetto.
Dalle fonti più avvedute, culturalmente e scientificamente
avanzate, continua ad emergere la necessità di distinguere
la cultura del recupero da quella dell'innovazione, di evidenziare
il nuovo rispetto all'antico e allo storico, di auspicare un confronto
progettuale che tenga vivo il carattere di sperimentazione, motore
di studio e ricerca per una qualità migliore, senza tuttavia
trascurare gli agganci con la storia dalla quale la sperimentazione
trae il bagaglio culturale di conoscenza e rispetto dell'antico.
Il nuovo va evidenziato con chiarezza, senza mistificazioni: tanti
sono gli esempi di architetture contemporanee ben fuse ed armonizzate
in contesti storici, dal Mercato realizzato da Salvatore Bisogni
nei Quartieri Spagnoli a Napoli, al complesso universitario di
Giancarlo De Carlo a Urbino, dal negozio Olivetti di Carlo Scarpa
a p.zza S. Marco a Venezia, alle opere di Franco Albini a quelle
di Ignazio Gardella a quelle di Mario Fiorentino, per citarne
solo alcune e le più note.
Beninteso non sono favorevole ad un capovolgimento della cultura
del recupero per l'esclusiva cultura dell'innovazione, perché
l'importante patrimonio storico-artistico, spesso lasciato in
abbandono, specie a Napoli, va tutelato e salvaguardato, ma nel
nostro caso l'edificio di salita Arenella, 60, angolo via Orsi,
23, come ha chiaramente espresso Antonio Guizzi è un fantasma,
non esiste altro se non un contorno planimetrico.
Non realizziamo falsi!
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claudio
cajati |
Ho
dato una prima occhiata al sito-blog.
MI intriga.
Sarei onorato di essere nel comitato scientifico.
Comincio a segnalare il mio ultimo libro:
Claudio Cajati, Stefano Chiarenza, Introduzione alla progettazione
architettonica. Esperienze di laboratorio 2002-2004, Giannini,
Napoli 2006.
Un'idea a proposito del dibattito sulla bellezza in architettura:
insegnare architettura attraverso l'analisi dei manufatti patentemente
brutti, risalendo dal particolare al generale.
Che ne dici?
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giorgio
giallocosta |
Caro
Giacomo,
Ho trovato molto interessante la voglia di incidere su quella
dicotomia fra bellezza e dissoluzione (soprattutto sociale) che
purtroppo attanaglia molte nostre città (e non solo Napoli,
che piuttosto si configura come punta di un iceberg di un disastro
molto più esteso, ancorché diversamente evidente
mediante palesi rappresentazioni). Ho trovato molto interessante
quella volontà, e il senso dialogico che ne emana, non
certo per nobilitare la dissoluzione (o peggio), quanto invece
per opporsi fattivamente a essa con atteggiamenti che, anche dalle
nostre discipline, mirino a ribaltare quella primitività
barbarica (insito in ogni atteggiamento di arroganza, prevaricazione,
e altro, e tipico di ogni forma anti-etica e di cui mafia, camorra,
ecc., rappresentano tragiche esemplificazioni, ma non univoche);
allora una tale dialogismo può consistere in questo: non
opporsi soltanto agli aspetti maggiormente cruenti, rozzi e impresentabili
di ogni dissoluzione, ma contrapporsi a esse scavando in profondità
(nelle culture, nelle motivazioni politiche, in ogni giustificazionismo
e in ogni collateralismo, ancorché più o meno impresentabili
e non condivisibili), e mirando in alto, contrapponendo cioè
voglie di ricostruzioni di intensità maggiori alle prassi
correntemente distruttive, e appunto, fin negli aspetti più
minuti di proprie esplicitazioni (nelle etiche così come
nelle estetiche, negli usi così come nelle appercezioni,
ecc.).
Penso
di chiarire meglio quanto ho tentato di esprimere ricorrendo a
una citazione da Benjamin in cui lo stesso, nella postilla a
L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica,
e contrapponendosi al manifesto di Marinetti circa l'estetica
della guerra, così conclude:
"Fiat ars - pereat mundus, dice il fascismo, e, come ammette
Marinetti, si aspetta dalla guerra il soddisfacimento artistico
(...) L'umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli
dèi dell'Olimpo, ora lo è diventata per se stessa.
La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette
di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico
di prim'ordine. Questo è il senso dell'estetizzazione della
politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con
la politicizzazione dell'arte".
Concordo inoltre che anche mediante l'architettura si possano
sconfiggere i Tartari (un altro bellissimo film di Tarkowsky,
in qualche modo attinente a quanto ho tentato di esprimere, e
che ti segnalerei, è Nostalghia). Ma di essa,
è importante assumere ogni dimensione e connotazione; ancora
Benjamin: delle costruzioni (o dell'architettura) "(...)
si fruisce in un duplice modo: attraverso l'uso e attraverso la
percezione".
A
presto
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claudio
cajati |
E'
notte. Non mi addormento subito.
Penso a www.archigrafica.org e al degrado di Napoli.
Mi viene a mente il cantiere dello scavo archeologico di Castel
Nuovo.
Una stronzata, posso osare dire.
Sarebbe interessante impostare un discorso su
ricostruzione archeologica virtuale vs scavo archeologico reale.
Se si vuol fare turismo culturale davvero, perfino nella sfortunata
Napoli di IervolinoBassolino.
ora vado adormire, se ci riesco.
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pasquale
belfiore |
Parma,
Modena e Reggio Emilia, "Festival dell'architettura".
L'occhio è stanco di architetture moderne. Un delirio di
forme; troppe quelle storte, da Cottolengo. Entro nel Duomo di
Parma, sono le otto del mattino, non c'è nessuno. Un signore
sta suonando l'organo. Scopro sulla destra nel transetto la Crocifissione
di Benedetto Antelami. Provo una emozione fortissima, sensazione
sempre più rara dopo quarant'anni con gli occhi dentro
le forme dell'arte e dell'architettura. Vado a vedere la mostra
dei disegni di Aldo Rossi nella Biblioteca Palatina, l'unica che
riscatta tutto il Festival. Goethe lasciava Napoli con lo spleen
nell'animo per la fioritura di limoni. Lascio Parma - siate indulgenti
e passatemi l'impari correlazione con Goethe - con animo divisato:
amo il moderno più moderno, ma gran parte di esso mi annoia
e mi irrita.
Napoli, mostre degli "Annali dell'architettura e
della città 2006". D'acchito, noia e irritazione.
Fai trenta metri e vedi solo sette, otto foto giganti, vedi facce
di architetti in scala 4 a 1, decine di schermi che proiettano
immagini, in alcune sembra di rivedere il Folco Quilici dei documentari
televisivi, sonorizzazione e allestimento di marca fieristica,
inevitabili mappe urbanistiche. Pausa e recupero di senso e misura
con le foto di Jodice e Basilico. Si riprende con venti progetti
per alcuni tra i territori più sbrindellati e dolenti della
provincia di Napoli. Ti aspetteresti proposte conformi alla terribilità
dei luoghi, architetture, se non d'impegno sociale e politico,
come si diceva un tempo, almeno civili. Gran parte degli autori
- non tutti, invero - hanno preferito raffinati straniamenti intellettualistici,
colte variazioni su temi figurativi noti, proposte tanto minimaliste
da sfiorare la modestia qualitativa, ma hanno preferito anche
lasciarsi andare a qualche sberleffo progettuale. Trascorse noia
e irritazione, la riflessione diviene più complessa. Questa
mostra - contenuti e forma, scelta dei curatori e modalità
di organizzazione e svolgimento - rappresenta bene la nuova idea
di architettura che le generazioni più giovani di architetti
stanno praticando da qualche decennio. Si può essere perplessi
o contrari, ma sarebbe un errore valutarla come tendenza evasiva
di giovani architetti rampantini e di belle speranze. Sono fatti
più strutturali, diffusi a livello internazionale, che
hanno successo e creano consenso, sono fatti con i quali stiamo
facendo e dovremo sempre più in futuro fare i conti. Ancora
tutta da definire la venustas dei risultati di questi
nuovi processi; più chiaro il senso della utilitas.
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alberto
ferlenga |
Caro
Giacomo
è
sempre un piacere sentirti/leggerti e constatare che non hai perso
l'entusiasmo e l'energia che ben ricordavo, nel mio tempo napoletano,
essere tra le poche persone non afflitte e rese inutili da ideologismi,
accademismi o napoletanismi (nel senso di convenzioni soffocanti)
di ogni genere.
Mi
sono precipitato a guardare la tua rivista e ho trovato coraggiosi
e interessanti i problemi che poni e degni di essere praticati
i sentieri trasversali che come sempre cerchi di aprire tra le
barriere culturali e disciplinari che ci affliggono.
Sarà facile farmi venire voglia di partecipare alla tua
avventura, solo il
tempo- intendo il poco tempo che ho- può costituire un
ostacolo che cercherò di superare, intanto ti abbraccio
e ti ringrazio per avermi fatto conoscere la tua nuova creazione
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giacomo
ricci |
Sono
contento perché la fila degli scritti si allunga in breve
tempo. Vuol dire che, in qualche modo, abbiamo tutti voglia di
parlare ancora.
La prima parte della mail di Giorgio Giallocosta, che avevo omesso
perché mi sembrava troppo riferita a me, invece pone un
problema molto importante. Scrive, tra l'altro, Giorgio:
"Vorrei
innanzitutto ringraziarti per la stima che dimostri verso la mia
persona, nonostante le mie competenze attengano ad ambiti più
rigidamente tecnologici e della produzione edilizia (né
posso, naturalmente, procedere ad alcuna autovalutazione in merito).
Accetto comunque il tuo invito circa la rivista di architettura
on-line, nelle forme che riterrai più opportune, e naturalmente
(mi ripeto), nei limiti delle mie competenze e del tempo (non
molto, purtroppo) che potrò dedicarci."
E
pone due problemi che oggi ci assillano: il tempo,
che non basta mai, e la limitazione di competenze.
Per il primo credo che la formula del blog ci aiuti molto. Scriviamo
come se stessimo parlando, senza troppa etichetta formale ma andando
alla sostanza dei problemi proprio come in un libero conversare
tra amici.
Dimensione perduta. Dimensione classica, greca, mediterranea,
antica, perduta per sempre.
Dialogare
seduti attorno ad un tavolo - magari dalla splendida terrazza
di casa mia aperta verso il mare infinito della Costa - e sul
piano del tavolo vino rosso e biscotti di limone. Una cosa che
si potrebbe anche organizzare: un meeting qui in Costa d'Amalfi
dedicato all'architettura che vedrebbe interessati dieci architetti
(o più, magari cento, mille, diecimila, ma in questo caso
non ci staremmo tutti a casa mia e credo neanche nel fantomatico
auditorium di Ravello) di svariate parti d'Italia che parlano
della Bellezza e dell'abisso di degrado delle nostre città.
In fin dei conti fare l'architetto è anche immaginare città
splendide e felici, indipendentemente dal fatto che qualcuno sia
poi capace di raccogliere queste idee e realizzarle.
Il secondo problema è quello della competenza: è
vero, ci hanno insegnato che nella specializzazione c'è
la nostra forza. Ma poi, proprio Giorgio cita - e ne sono felice,
speravo che qualcuno lo facesse visto che avevo tirato in ballo
Andrei Rubliov - Nostalghia e, poi, Walter Benjamin.
Tarkovsky fu autore importante non soltanto perché ancorato
con i piedi nella tradizione del grande cinema della sua terra,
ma anche perché era un fine intellettuale aperto oltre
i limiti asfittici del contingente, delle limitazioni che un regime
stupido e balordo - soprattutto divorato dalla sua interna burocrazia
- gli imponeva.
In qualche modo io penso che ciò cui oggi siamo chiamati,
come intellettuali - assolutamente disorganici, sradicati, anime
perdute perché manca la terra alla quale Gramsci voleva
che ci si ancorasse per avere senso e funzione - è riaprire
un discorso logico, una ricucitura anche se minima, microscopica,
infinitesima tra le numerosissime ferite che spezzano il corpo
collettivo urbano e sociale.
Da dove dobbiamo cominciare? Che cosa dobbiamo pensare? Chi dobbiamo
chiamare in causa? Perché dovremmo farlo?
Ciò che mi colpisce di più del libro del momento
(Roberto Saviano, Gomorra) non è quello che è
scritto - cose che si sapevano, anche se non così in dettaglio
e descritte con così grande, micrometrica precisione e
spesso, se possibile in tanta infinita e rozza barbarie, colme
di poesia - ma il fatto che lui lo abbia scritto; e non per il
coraggio - che comunque è grandissimo - ma per la voglia
che ha mostrato, per la determinazione, per la purezza ideologica,
per il fatto di averlo fatto.
E' questo, questa voglia - la voglia di ridefinire il mondo attorno
a noi, cominciando dalle piccole cose (si fa per dire) - dell'architettura
e della loro estetica - che dovrebbe rinascere.
In un dialogo tranquillo, aspecialistico ma corposo - come traspare
anche dalle piccole cose che ognuno scrive da Claudio che prima
di andare a letto pensa a questo progetto a Pasquale che ci racconta
le insulsaggini della ennesima occasione ufficiale a tutti gli
altri che con piccoli passi cominciano a dire la loro.
Quello che ne risulta è un interessante pastiche,
un dialogo a distanza, un flusso di coscienza.
Vediamo dove andiamo a sbarcare, "vediamo questo stupido
dove vuole arrivare" direbbe Totò.
A presto
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gregorio
rubino |
Scusate
il ritardo
Caro
Giacomo,
Se
devo dire velocemente la mia, penso che ormai siamo alla vigilia
di una nuova mutazione esistenziale destinata a cambiare il mondo
e con forza tale da non poter essere esorcizzata in condizioni
normali. Il tuo desiderio di scendere in campo per presidiare
gli spazi del bello e del buono dai Tartari in avvicinamento ti
fa onore, ma ormai si combatte ad onor di bandiera. A me pare
che tutto possa spiegarsi con i modelli consumistici della nostra
transizione dal lavoro al tempo libero: dal "teatrino"
della politica alle ballerine siliconate, dall'ecclissi del senso
di legalità alla architetture virtuali etc., come del resto
già si coglie dagli interventi al tuo blog. Dopo gli ultimi
tentativi di fermare il mondo, ci sarà, come al solito,
il moderno. Solo che a noi dell'era del lavoro - come già
è avvenuto altre volte in passato - il moderno che si prepara
non piace e mette ansia e questo è tutto. In Italia, ed
a Napoli in particolare, il fenomeno è comunque manifesto
nei suoi aspetti più deleteri, i barbari sono veramente
tali e forse non fa testo. Fra monnezza, mafia e corruzione dilagante,
è infatti evidente che la formula magica della nostra "demagocrazia",
dove ognuno fa quello che gli pare e la Provvidenza provvede al
resto, è fallita, accentuando di conseguenza la paura sul
vuoto etico ed estetico della transizione.
Per il resto è come tu dici, il bello è certamente
una "categoria dello spirito". Ho sempre pensato che
appartenga al genere del "coraggio" di Don Abbondio:
se uno non lo possiede non se lo può dare, nè può
conoscerlo, descriverlo o esportarlo a terzi. Molto meglio convergere
sul concetto, più accessibile, di "buona architettura",
che per me rimane sempre quella rispettosa dell'ambiente, della
storia, delle persone, delle regole dell'arte e della buona educazione.
Lontana anni luce cioè da quel noto edonismo reaganiano
che pensavamo scomparso, ma che probabilmente darà la sua
impronta estetica al moderno in avvicinamento. E ormai non solo
in virtù di una pessima scuola. Vogliamo spiegare, per
esempio, che un'area verde non è necessariamente un vuoto
architettonico e che non sempre la vecchia architettura chiede
di essere imbellettata e modernizzata? In questo dunque sono d'accordo
con il suggerimento di Stenti. Ma per confondere le idee anche
agli specialisti, sottopongo al giudizio estetico due immagini
notturne dell'uovo di Calatrava nella sua città di Valencia
(Palacio de las Artes Reina Sofia), da me carpite poche settimane
or sono. Calatrava è l'uomo in doppiopetto che ha catturato
la luce ed intrapreso una crociata personale contro la linea retta
e la forza di gravità, che me lo rendono particolarmente
fascinoso. Un po' umanista ed un po' santone, sarà il primo
dei moderni o l'ultimo dei modernisti? Anche gli sceriffi americani
sono…belli, recita una canzoncina.
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giacomo
ricci |
Caro
Claudio,
i
tuoi brevi racconti sono bellissimi. Lo dico con profonda convinzione
ma senza alcuna meraviglia perché l’ho sempre saputo
che sei uno scrittore di razza.
Li
mettiamo certamente in Archigrafica. Vorrei però concertare
con te la forma.
Li
mettiamo in un settore specifico (narrativa, per esempio) con
un link nella prima pagina?
Vorrei
insomma creare una collana di mini racconti – se sei d’accordo
– ognuno con la sua copertina e i suoi diritti d’autore
ben visibili.
Ci
sentiamo presto.
Giacomo
PS.
Sono tutti bellissimi ma quello dello zucchero mi ha letteralmente
entusiasmato. Ricoprire la nostra città con questa leggerissima
atmosfera da favola è quanto di più rivoluzionario
(in senso buono, profondo, dissacrante ed intelligente) si possa
fare.
Da
un lato si porta, nel nostro sfrenato ed idiota ciclo del consumo
paratelevisivo, l’esaltazione di un'immagine di Napoli alla
Tarantino, una città di “plastica”, di esplosioni,
di uccisioni, di dissoluzione che va in fumo ed avvelena tutti
con diossina e cancro e, dall’altro, questa straordinaria
visione – direi pienamente settecentesca, con l’arguzia
tipica di “metropoli dei lumi” dell’abate Ferdinando
Galiani - di una città immersa nello zucchero, alla faccia
dei lividi “Palluccini” (artisti e intellettuali di
turno che pontificano e inventano cazzate inutili ) con un popolo
felice e un sindaco-sovrano-padre che più non si può
che – e nemmeno tanto alla lontana – ricorda quel
re lazzarone che, al di là di qualsiasi vulgata e detrazione
di savoiarda memoria, è stato forse il potere meno potere
che questa città ha avuto e il sovrano più complice
del suo popolo, non fa niente se nel livello basso, da pescivendolo
e plebeo, ma lo è stato. Ma questa è una mia particolarissima
– e discutibilissima – visione della storia di Napoli
assolutamente non in linea con le idee repubblicane e stataliste
di oggi, anche se queste fanno acqua da tutte le parti. Penso
che sia molto utile inserie direttamente La Montagna di zucchero
nel blog - cosa che faccio immediatamente - e gli altri tutti
nella minicollana che ti dicevo. Mi sembra un ottimo spunto, insomma,
per continuare il nostro discorso, aprendolo in maniera esplicita
su Napoli e il suo destino. Ti abbraccio.
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claudio cajati |
La
Montagna di Zucchero
di Claudio Cajati
Il
sindaco portò la tazzina fumante alla bocca stanca di parlare.
Fece un sorso prima che il segretario potesse fermarlo. "Ma
è amaro!" protestò. E dopo una mattinata così,
fra disoccupati, progetti per Bagnoli, misure per Secondigliano
e attacchi dell'opposizione, pure il caffé amaro... era
proprio troppo!
Il segretario si avvicinò mortificato, premuroso, rassicurante.
Si affrettò a dire: "Manca lo zucchero, ma ho mandato
a prenderlo a Piazza Plebiscito".
Il sindaco lo guardò fra perplesso e ironico: "A Piazza
Plebiscito? E che, non ci sta un negozio più vicino?"
Il segretario gli lanciò uno sguardo allusivo. "Vi
state dimenticando la Montagna..." osò suggerire.
"La montagna?" chiese il sindaco, quasi irritato. "Ma
quale montagna... e che c'entrano le montagne?"
"Come, la Montagna di Zucchero!"
"Ah già, la Montagna di Zucchero... Sì, ma
che c'entra con il mio caffè?"
"Beh, c'entra, perché anche noi andiamo a prendere
lo zucchero lì..."
"A togliere lo zucchero dalla Montagna? A rovinare un'opera
d'arte, che il popolo ci tiene tanto? Ma siete impazziti?!"
"Se volete il caffé zuccherato, non c'è altro
modo..."
"E che, non lo sapete comprare in un negozio?"
"Nei negozi non ce n'è più. E' finito tutto,
proprio per completare la Montagna. Ho detto che andiamo anche
noi a prenderlo lì, perché ormai ci sta andando
il popolo, da ogni parte della città."
"Ma mi stanno distruggendo un capolavoro! E poi chi lo sente
Palluccino, quello ci ha messo un mese per progettare quella Montagna!"
Il sindaco assunse un aspetto stoico: afferrò la tazza
del caffé e lo trangugiò in un sorso solo. "Il
caffé si può bere anche amaro" affermò
con trionfale severità.
"Ma al popolo piace dolce, molto dolce...".
Per tutta risposta il sindaco corse verso l'attaccapanni, indossò
il soprabito e comandò: "Subito a Piazza Plebiscito.
Dobbiamo fermarli".
In piazza accorreva gente da via Toledo e da Monte Echia, da via
Chiaia e dai Cavalli di Bronzo. Scorsero da lontano la gigantesca
sagoma della Montagna: non era più precisamente piramidale.
La larga base era profondamente erosa, e il tutto stava quasi
assumendo la sagoma di una punta di freccia. Però quella
punta era spuntita. Al posto della cuspide, man mano che si avvicinavano,
individuarono dei ragazzi: ne avevano ricavata una piccola piattaforma
da cui lanciarsi giù per l'erto profilo, e lungo il percorso
grattare con la mano una manciata di zucchero. Vinceva chi ne
raccoglieva di più.
Ma era alla base che il fervore di iniziative era più intenso.
Ogni genere di pentole secchi boccacci scatoli venivano riempiti
della preziosa polvere, e non mancavano ovviamente spintoni e
litigi. Già erano spuntati dei bancarielli da cui si alzavano
voci allettanti e allegre: "A vit'è amara: chi vò
'o zucchero?" oppure "'O ddoce cchiù doce sta
'ccà: 'o zucchero pe' v'arricrià" o ancora
"'O zucchero è commo 'a femmena: senza nun se pò
campà".
Qualche ambulante aveva sostituito le solite pizzette di strada
con le graffe, che andavano a ruba, e si potevano vedere signori
e signore, vecchi e giovani, con i musi golosi tutti fatti di
zucchero, dal mento fino al naso.
C'era chi si era portato la tazzina di caffè, completa
di cucchiaino, addirittura sotto al monumento, come se non potesse
aspettare un secondo di più; chi addirittura aveva versato
il caffè sulla Montagna (c'era un'intenzione estetica?
Se sì, si trattava di opera d'arte effimera, visto che
il dolcissimo impasto veniva subito leccato con voluttà).
Circolava anche qualche brutto figuro e qualche faccia allucinata,
e non era esagerato supporre che si trattasse di spacciatori e
drogati che trovavano lì, in mezzo alla confusione generale,
il posto più adatto per il loro traffico di altre polverine
bianche: le dosi che magari venivano occultate temporaneamente
proprio sulla superficie altrettanto nivea del monumento.
Intanto la Montagna continuava a cambiare forma; assumeva una
siluetta sempre più ardita e inaspettata. Il sindaco pensò
che quella era la vera arte di fine millennio, l'arte della totale
partecipazione. E che Palluccino, il freddo e sofisticato artista,
era stato sconfitto: il popolo spontaneo ed estroverso era molto
più artista di lui. Protese la mano destra in un gesto
di saluto e quasi di benedizione, e cominciò solenne: "Cittadine,
cittadini...". Ma fu subito interrotto. Dal popolo in tripudio
si levò, secco come una schioppettata, un grido entusiastico
e riconoscente: "Sinnaco, si nu zucchero!".
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giacomo
ricci |
(trascrivo una mail inviata ad Alessandro Castagnaro che però,
penso, interessi tutti e provochi risposte)
Ho
discusso un po’ con Pasquale Belfiore al telefono sulla
piega che sta prendendo il blog. Pare vada bene anche se Pasquale
mi fa delle critiche: ma si tratta di appunti sulla mia visione
dell’architettura, forse troppo legata ad una realtà
preindustriale e negatrice del “moderno”.
Non
nego il moderno ma le sue conseguenze. Il moderno mi è
sempre piaciuto, proprio sotto il profilo estetico: l'albero di
Mondrian, l'uomo con la mano alzata di Le Corbusier, le case-caverna
di Finsterlin, la raffinatezza di Mies, il neoespressionismo spinto
e visionario di Gehry e chi più ne ha ne metta. Come non
nego il cemento anche se, istintivamente, ne ho terrore per quello
che può permettere e ha permesso in tante, troppe (stavo
per dire tutte ma avrei detto una bugia) occasioni.
Contro
il futurismo, ad esempio, non ho nulla, almeno sul piano teorico
tranne che non potrei astenermi dal fare moltissime obiezioni
sul suo interventismo nella Grande guerra. Solo che mi chiedo:
perché oggi dovremmo ancora esaltare la velocità
quando stiamo comprendendo che non vale la pena correre, correre
e correre ancora? Non dovremmo, al contrario, trovare il tempo
per sederci e riflettere un po’ di più sulla nostra
condizione e sulle conseguenze della velocità?
Ho
insomma l’impressione che tutta questa nostra democrazia,
tutte le conquiste del moderno – al di là delle lodevolissime
buone intenzioni dei padri fondatori dell’architettura contemporanea,
Le Corbusier in testa – ci abbiano condotto in un pasticcio
senza fine e, soprattutto, abbiano fornito un grossissimo alibi
a quello che mi sembra il vero scopo del cuore della democrazia
contemporanea, che poi si chiama "libero mercato": non
sancire i diritti dell’uomo, come nella famosa dichiarazione
postrivoluzione, ma preparare un favorevolissimo terreno per il
consumo. Siamo liberi, sì, ma di consumare, di andare con
la famiglia nei supermarket superaccessoriati portandoci i ragazzini
in carrozzella come se stessimo passeggiando per Via Caracciolo
all'aria di mare, di intrupparci con le auto in fila per i luoghi
di vacanza, di spendere qualche soldino in più per Natale,
di consumare.
Non
riesco a non collegare tra loro questa visione della vita e i
grandissimi condomini che discendono direttamente dalla macchina
per abitare di corbusiana fondazione.
Che
suggerisce, ad esempio un edificio come quello della Stella Polare
(nei pressi del parcheggio Brin Napoli) se non questa visione
di una mediocrità democratica intruppata per il ciclo lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo
e così via all’infinito? Quelle lunghe teorie di
finestre e balconcini tutti uguali, interminabili, non ricordano
le auto in fila, e le barche nel mare nel mese di agosto, tanto
numerose che, nel mare, non c'è più spazio neanche
per i pesci ?
Venezia,
quando ci sono stato poco tempo fa, mi è appara ancora
più bella che in passato ma ho dovuto fare molta fatica
per rintracciarla, nei pressi del Ponte di Rialto, sotto le infinite
incrostazioni di paccottiglia per turisti, bancarelle, mascherine
di plastica, gioielli falsi, orpelli inutili messi lì a
bella posta per turisti distratti, grossolani e ignoranti. Tutto
in attesa dei prossimi cinesi che, come le cavallette in mutazione,
divoreranno tutto, anche la terra sporca di petrolio e le buste
di plastica delle discariche. Altro che piaghe bibliche!
Insomma
tra la casa unifamiliare isolata con giardinetto e orticello (spaziando
dalla Danimarca, all'Olanda fino ad arrivare alla casa di Paperino)
e il transatlantico corbusiano arenato a terra (sia a Marsiglia
o a Secondigliano ha poca importanza) ci sarà pure uno
spazio per la mediazione logica e razionale di una casa ripetibile
ma non in maniera ossessiva, moderna ma non alienata e asettica,
tecnologica ma non ipertecnologica alla Tatì o imbottita
come quella che attraversa Peter Sellers in Hollywod Party?
Noi
architetti, oggi dopo il fiasco del moderno, che città
pensiamo, al di là dei vari Centri Direzionali - come quello
di Napoli - e delle sculture-architetture di Gehry o Tadao Hando?
Riusciamo a pensare una città a misura di corpo e di mente?
Perchè diciamo - e l'ho sentito non più tardi di
ieri da Pasquale Belfiore - che la città medievale è
bella? In che consiste la sua bellezza urbana? Negli spazi ristretti,
in quella che Filiberto Menna chiamava "urbanistica labirintica",
nei materiali dei paramenti murari, nei solai in legno e a volta
affrescati, nelle grandi cattedrali che si aprono alla vista improvvise
sbucando da strettissimi vicoli, nelle torri di guardia e le mura
che, come dice Assunto, non servono più da difesa ma sanciscono
la fine della città e l'inizio della Natura?
A
presto risentirci
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maurizio
zenga |
Caro
Giacomo,
come
sai, apprezzo molto l'opera di Erri De Luca e penso che sia una
gran bella testa di pensatore napoletano ( anzi, di "napolide"…)
Leggevo ieri sera, prima di addormentarmi un brano dal suo In
nome della madre e, quasi automaticamente, ne è scaturita
una riflessione collegata a ciò che stiamo dibattendo allegramente
sul tuo blog , ti riporto il brano integralmente:
"
Mi piace pure quando la luna passa in faccia al sole e lo spegne
in pieno giorno. In terra si fa una pace agghiacciante, si fermano
pure le formiche. In quel momento nessuno ruba, nessuno ammazza,
nessuno muore. Per un minuto il mondo è costretto a comportarsi
bene, parlare a bassa voce."
E
poi la mia riflessione:
La
bellezza dell'architettura si manifesta anche nella capacità
di coniugare, sovrapporre, la luce e il buio, la notte e il giorno,
il pieno e il vuoto in modo da sorprendere e affascinare il mondo,
la gente che ci vive dentro. A volte, la "bella architettura",
ci riesce al punto da provocare una "pace schiacciante",
nella quale "nessuno ruba, nessuno ammazza, nessuno muore
e nella quale il mondo è costretto a comportarsi bene e
a parlare a bassa voce".
Una "bella architettura" potrebbe forse definirsi quella
capace di creare questa condizione, una sorta di "eclissi"
costante che, in ogni momento solleciti l'uomo a dare sfogo, "spazio"
alla propria spiritualità, nella pace e nel silenzio, sorprendendolo.
Del resto non è difficile osservare il contrario a conferma
di quanto detto: dove c'è una società umana che
uccide, che ruba, che urla, che non trova pace e che muore, c'è
sempre una brutta architettura o non c'è affatto.
Come se la definizione di bellezza in architettura possa in qualche
modo prescindere da parametri estetici ma abbia invece a che fare,
essenzialmente, con una intuizione poetica, artistica, del Creatore
- architetto che si rivolge al cuore dell'uomo, prima che al cervello,
chiedendogli attenzione.
(
avrei voluto intitolare questo pezzettino estemporaneo: "…Professò…!?
Permettete?...
Un pensiero poetico…". Ti ricordi il poeta - intellettuale
napoletano nel film di Luciano de Crescenzo? )
P.S.
Ho trovato bellissimo il racconto di Cajati . Prova a dare una
occhiata al blog di Beppe Grillo che crea un file PDF una volta
alla settimana, stampabile, con le cose migliori ricevute. Una
bella idea per leggere con un pezzo di carta in mano…Chi
vuole se lo scarica e legge in poltrona.
Un
abbraccio,
Maurizio
Ti
allego una foto della Facoltà di Architettura di Palermo
che mi sembra possa accompagnare bene questo testo ( tu dirai:
ma perché?...Boh. Non lo so, mi pare che vada bene…
)
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giacomo
ricci |
ed
ecco un altro racconto di Claudio che mi sembra molto in carattere
con quanto accade in Campania
L'idea
di fare un pdf di quanto fatto finora mi sembra eccellente anche
perchè, per motivi tecnici devo mettere una fine a questa
pagina che diventa troppo lunga ed ingestibile per chi la manipola
e per chi la legge. Creerò, a stretto giro un archivio
delle pagine pregresse ed inaugureremo pagine nuove. Magari aggiustando
il tiro a poco alla volta anche sugli argomenti. Sembra che l'argomento
sia l'architettura moderna, l'orrore del cemento, l'esaltazione
del grattacielo, in altre parole modernizzare o non modernizzare?
E ha senso questa domanda?
per
il momento riflettiamo sulla monnezza campana e il Vesuvio. Le
due cose sembrano avere qualche rapporto. Ma leggiamo:
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claudio
cajati |
Munnezzator
Vesevo
26
febbraio
Comincia qui il taccuino di bordo del mio viaggio verso il Vesuvio.
Ma non pensate ad una nave da crociera, o ad un'auto lussuosa.
Io sono, per la breve durata di questo primo lavoro a termine,
un semplice autista di tir. Uno di quelli che debbono andare a
prendere l'immondizia che laggiù, in Campania, non sanno
più dove ficcare; che tutti, sindaci e popolazioni, rifiutano.
E portarla in Emilia Romagna, che poi è la mia regione.
Ma se questo è l'ingrato e volgare contenuto delle mie
mansioni, si tratta pur sempre di un viaggio, di una vacanza,
di un itinerario turistico, a suo modo, fra i paesi che si aggrappano
alle falde del gigantesco vulcano. Già: il mitico Vesuvio.
Uno spettacolo che saprò ammirare e confrontare con le
mie letture scolastiche e universitarie: perché ho studiato,
io, anche se ora mi adatto a questo lavoraccio temporaneo, e so
di Plinio, di Goethe, di Leopardi e di tutto quanto la cultura
degli uomini ha costruito, oltre alle case abusive, attorno al
famoso vulcano.
Dicono che le abbiano costruite, le case abusive voglio dire,
per sfrenato individualismo, per incoscienza, per mancanza di
cultura e di spirito civico, perché dal tempo della vittoria
della plebe sui giacobini questa sarebbe terra di volgo becero
e camorra trionfante. Io credo che ci sia piuttosto il gusto della
sfida, che è proprio di questo popolo coraggioso. Sfidare
il vulcano che gli studiosi assicurano essere ancora attivo, anche
se dal '44 sembra spento. Morto o piombato in un letargo profondo.
E loro, i napoletani, o vanno a sfruculià.
28 febbraio
Chiuso in questo angusto abitacolo, incollato al posto di guida,
posso solo sognarle le passeggiate che mi piacerebbe fare attorno
e sopra al Vesuvio. Andrei a cogliere le ginestre, per esempio.
Le ginestre che seppero scatenare la potenza poetica di Leopardi.
E così magari entrare in un labile contatto con lui. Anche
se non condivido il suo pessimismo: questo mondo immerso nell'immondizia,
di cui qui ho un lampante esempio, non è poi tanto immondo.
Noi, che con i nostri camion la portiamo via, l'immondizia, restituiremo
questa terra del fuoco al suo antico nitore mediterraneo, alle
vette culturali di Plinio, di Goethe, della Serao, di Emily Dickinson:
intellettuali e poeti dal naso fino cui troppo dispiacerebbero
i miasmi dei rifiuti, accumulati in sconci coacervi e lasciati
a putrefare e fermentare per giorni e giorni prima che si riesca
ad imballarli, trasferirli, scaricarli, sottrarli finalmente alla
vista e all'olfatto.
3 marzo
La munnezza traboccante, trionfante, protagonista assoluta, mette
in pericolo il turismo. E, oltre che terra del fuoco, quella vesuviana
è terra di turismo. Paesi che vivono di questo, come Sorrento,
vedono cancellate una dopo l'altra le prenotazioni. La stagione
rischia di essere un grande flop, anche grazie agli amici inglesi
che nei loro tabloid scandalistici non perdono l'occasione per
dipingere un quadro in cui l'emergenza rifiuti assume i contorni
dell'apocalisse.
E noi, camionisti della munnezza (ma non 'a munnezza dei camionisti!),
dobbiamo fare pulizia perché i signori turisti si possano
godere tutto quello che c'è da godersi qui, sole paesaggi
vini manicaretti. Noi dobbiamo faticare perché loro possano
riposarsi divagarsi divertirsi. Ma il Vesuvio non è solo
per loro, il Vesuvio è di tutti, anche dei proletari dell'immondizia,
anche mio.
Così mi sono deciso al grande passo. Tutto il giorno a
guidare, culo schiacciato sul sedile, mani attente sul volante
e sul cambio, sguardo fisso alla strada. Ma la sera tardi, prima
di andare a cogliere il meritato riposo, una energica doccia per
tornare profumato, e via vagabondando alle falde del gigante senza
pennacchio. Dopo molti tentativi ho trovato un bar, con i tavolini
all'aperto, che non si fa preferire tanto per il buon caffè
e per le belle ragazze quanto perché da lì posso
contemplare il mio Vesuvio. O meglio immaginarlo, ricostruirlo.
Di giorno lo vedo bene, con la sua sagoma essenziale e poderosa,
il suo colorito severo eppure amichevole; la sera tardi, invece,
il buio se lo mangia. Ma io so ricordare il suo bel profilo e,
nell'illusione che non ci sia e nella certezza che invece c'è,
ritrovo una pace, una serenità, una consolazione che contrasta
singolarmente con gli affanni diurni dell'emergenza rifiuti.
5 marzo
Questa sera me la sono vista brutta. Hanno preso il mio autocarro
per uno di quelli che dovevano scaricare i rifiuti fra Napoli
e Caserta, in località Maruzzella di San Tammaro. Loro
viaggiavano in colonna, di sera tardi, scortati dalla polizia,
per riuscire a sversare nella discarica nonostante i blocchi che
amministratori e cittadini delle zone coinvolte avevano approntato.
Ci siamo incrociati casualmente: io, dopo un'ultima occhiata alla
mia passione, il gigante ondulato che di notte fa anche più
impressione, mi avviavo verso l'imbocco dell'autostrada per prendere
la via del nord; loro stavano decidendo il percorso più
imprevedibile per sviare i dimostranti in agguato nei paraggi.
All'improvviso siamo stati circondati da una folla compatta, sbucata
chissà da dove, vociante, scatenata, armata addirittura
di bastoni e spranghe, che ci ha attaccato come un esercito ben
addestrato.
Avessero avuto modo di riflettere, si sarebbero accorti che il
mio camion era diverso, con la targa di un'altra regione. Ma non
si poteva certo pretendere tanto da gente esasperata da settimane
di assedio puzzolente. (Bisogna considerare anche che questi napoletani,
e tutti i campani in generale, sono assai fini di naso oltre che
sensibili di palato: terribile per loro essere costretti a gustare
i proverbiali manicaretti locali, immersi nel fetore di tante
putrefazioni!)
8 marzo
La situazione si va facendo esplosiva: i magistrati si premurano
di impicciarsi chiudendo e sigillando discariche; il popolo dei
residenti vesuviani si prepara alla resistenza inoltrata, guidato
da sindaci e politici alla ricerca di facili guadagni demagogici.
Tutti, come in un accordo sciagurato, collaborano ad intralciare
il già deficitario smaltimento dei rifiuti. La camorra
intanto studia, preme e si organizza per mettere le mani su un
business tanto appetitoso.
Oggi dovrebbe essere solo festa, la festa delle donne. Ma la vera
protagonista è sempre lei, la munnezza. Il giallo allegro,
il profumo penetrante delle mimose sono sopraffatti dalle policromie
occasionali e scoordinate dei mucchi d'immondizia, dall'olezzo
che si spande dappertutto e mette in crisi il goffo romanticismo
dei maschi, rende meno dolci i baci, meno eccitante l'odore dei
corpi abbracciati. Stende su ogni poesia il velo prosaico di un
monito: siete rifiuti che producono rifiuti!
Ho pensato all'improvviso: E se il Vesuvio si svegliasse di nuovo?
La lava sicuramente avrebbe la forza di liberarci da questa emergenza…
Che odore ha la munnezza bruciata dalla lava? Che odore ha la
lava stessa mentre cola lenta ma inarrestabile dalle falde del
vulcano? Gli abitanti di Pompei ed Ercolano in fuga erano atterriti
anche dal suo odore?
Domande difficili, o forse assurde, a cui cerco una risposta.
Ma il Vesuvio non risponde; sta a guardare, sprezzante e sornione,
e non si spreca più nemmeno a cacciare il pennacchio.
10 marzo
Domani è l'ultimo giorno del mio lavoro. Dovrei tornarmene
a Bologna, troncare le mie esplorazioni vesuviane. Sento che ancora
molti sono i segreti che il vulcano mi nasconde; che nel suo sonnecchiare
indolente, dall'alto della sua mole, prepara qualche formidabile
sorpresa. Per me, per i napoletani, per il mondo.
Sì, avrei dovuto tornarmene a casa. Ma ho cercato di rimanere.
A fare lo stesso lavoro, con un altro datore di lavoro, dal nome
risaputo e terribile: camorra! Non ho avuto bisogno di prendere
contatti con loro e offrirmi. Sono stati loro stessi a cooptarmi,
come se mi avessero letto nel pensiero. Lo hanno fatto in maniera
apparentemente camuffata, in effetti spavalda ed esplicita. Io
ho avanzato, timidamente, un'obiezione: i controlli sempre più
severi e numerosi sulle discariche abusive. Come cautelarci e
farla franca? La risposta è stata un prepotente ghigno
furbesco, come di chi abbia un asso incredibile nella manica.
Per farla breve, l'asso era, nientemeno, proprio il Vesuvio. Ma
non le sue pendici, su cui sempre si rinnovano le discariche abusive
che erano state scoperte e bloccate. No, quelle ormai, nel nuovo
clima di legalità esasperata, erano bruciate. No, si trattava
del cratere! E già, perché loro, i camorristi, hanno
una logica elementare, una disinvolta incoscienza ambientale.
Per loro il Vesuvio, in quanto vulcano ancora attivo, è
potenzialmente un inceneritore ottimale. E poi, quale Autorità
del cosiddetto Stato o della fantomatica Regione potrebbe mai
protestare per dei rifiuti che scompaiono alla vista, gentilmente
fagocitati dalle fauci del gigante disponibile? E il Vesuvio non
ha politici e sindaco a presidiarlo.
Non so come ho potuto accettare una simile proposta. E non tanto
per il coinvolgimento con la camorra, quanto per l'offesa inaudita
portata al vulcano. Lo facevo per l'esigenza di continuare a guadagnare?
Non credo. E allora come potevo io, proprio io, farmi complice
di un tale affronto ecologico all'Essere - perché per me
il Vesuvio era un essere vivente - che dicevo di ammirare e rispettare?
Non ho saputo darmi una risposta ragionevole. Credo che mi abbia
eccitato e piegato l'idea della sfida, l'idea di partecipare a
questa sfida contro il Gigante: tanto, lui alla fine avrebbe vinto,
ed io avrei gioito della sua vittoria, ne ero sicuro. Ma non sono
riuscito ad immaginare quale potrebbe essere la sua vittoriosa
vendetta.
11 marzo
Stamattina siamo andati in esplorazione per scegliere il percorso
migliore, quello che ci conduca all'agognato cratere nel minor
tempo, ma al tempo stesso con pendenze accettabili e aggirando
tutti i controlli. Una fila di dieci automezzi, tutti del clan
Altieri, quello che qui comanda nel settore dell'ecomafia. E io
in testa alla carovana, con il nuovo camion (quello di prima l'ho
dovuto riportare al mio padroncino a Bologna). Ordinati e incolonnati,
come un piccolo esercito diligente, ci siamo inerpicati lungo
l'immane corpo del vulcano. Stridore di freni, sgommate nervose,
curve strette, rombi di motori affaticati, nulla ha potuto scuoterlo
dal suo sonno. I camion puzzavano di residui di rifiuti ma, man
mano che ci addentravamo nella vegetazione, un concerto di profumi
festosi, esaltato dai primi tepori che annunciano la primavera
imminente, prevaleva sull'olezzo inseparabile da ogni civiltà
consumistica.
Dovevo fare attenzione alla guida, a memorizzare il percorso.
Altrimenti, dimentico del terribile pasticcio in cui mi ero cacciato,
mi sarei abbandonato come un qualsiasi turista spensierato e godereccio.
Come mi sarebbe piaciuto lasciare la cabina di guida e andare
in cerca di orchidee selvatiche, rincorrere le coloratissime farfalle
della flora mediterranea, scovare il topo quercino, il coniglio
e lo scoiattolo, appostarmi per vedere tornare ai loro nidi le
poiane, i gheppi, i corvi imperiali, le cince more. Invece procedevamo
risoluti nei nostri mostri metallici, arrampicandoci come animali
artificiali.
Finalmente siamo giunti in cima. Gli altri si sono messi a valutare
le manovre da fare, ai margini del cratere, per riversare i rifiuti
senza caderci dentro anche noi con tutti i camion. Io invece cercavo
di auscultare, se mai era possibile, l'interno del gigante. Come
se il magma potesse dare un segno della sua presenza. Ma era solo
il mio istinto, l'impulso ad entrare più profondamente
in contatto con il vulcano. Quasi che me lo volessi ingraziare,
lo volessi rabbonire, lo volessi pregare di perdonarci per quello
che stavamo per fargli, scusarmi e ringraziarlo: lui sarebbe stato
il salvatore delle popolazioni vesuviane, lui ci avrebbe liberato,
con il suo sacrificio, dall'assedio mefitico dell'immondizia.
Da là sopra come sembrava lontana piccola insignificante
la tragicommedia della munnezza traboccante! Il Vesuvio poteva
guardare con ironia e disprezzo le miserevoli cose umane. E noi,
con criminale incoscienza, andavamo a buttargliele dentro.
12 marzo
Stanotte ho dormito poco e niente. Non riuscivo a perdonarmi la
mia complicità in questa sciagurata iniziativa. Ogni tanto,
vinto dalla stanchezza, mi appisolavo e subito il Vulcano si rivolgeva
a me, mi sembrava che si animasse come mostro umanoide e avesse
occhi per fulminarmi, mani pronte a strozzarmi, la bocca sul punto
di sputarmi addosso fiotti di lava. Dal suo immane ventre usciva
un borbottio sempre più forte e minaccioso, e dentro di
quello una voce lontana ma potente gridava il mio nome e mi ammoniva
a non osare… Nel dormiveglia, vaneggiando, immaginavo di
mollare tutto e tornarmene al nord. Ma la camorra, si sa, non
ammette defezioni.
14 marzo
Stamattina abbiamo fatto il primo viaggio dell'Operazione Cratere.
Siamo partiti all'alba, ma non è stato duro alzarmi così
presto. Ero sveglio già da parecchio, eccitato e spaventato
al tempo stesso per quello che stavamo per fare. Ho visto il capo
carovana molto tranquillo, come se non ci fosse nessun pericolo
di essere intercettati dalle forze dell'ordine, come se tutti
fossero stati avvertiti, anche nel senso pesante della parola.
Prima di inerpicarci sulle pendici del Vesuvio, ho guardato ancora
una volta la sua silhouette elegante, che sarebbe femminea e sensuale
se non fosse per la sua mole poderosa. Mi è venuto l'impulso
di chiedergli scusa, come fanno i cacciatori di alcune tribù
con gli animali che si accingono ad uccidere.
Questa volta la scalata al vulcano è stata più ardua,
più lenta. Eravamo carichi zeppi di munnezza, e la munnezza
pesa oltre che puzzare. Abbiamo scaricato, scaricato, scaricato.
Tonnellate di rifiuti che scomparivano nella grandissima bocca.
Mi è venuto di pensare che sotto quella bocca ci fosse
una gola, uno stomaco, delle viscere. Come se davvero, non solo
nella mia fantasia aberrante, il Vesuvio fosse un essere vivente,
un essere sensibile.
16 marzo
E' troppo spudorata, troppo azzardata, questa sfida al grande
vulcano. Sento che non la polizia, i carabinieri o le guardie
forestali, ma lui stesso ci fermerà. E ne sarò coinvolto
drammaticamente, forse tragicamente. Torna a ossessionarmi e solleticarmi
l'idea di scapparmene a Bologna, l'idea che sia onorevole, necessario,
possibile. Potrei battermela di notte, aummo aummo, come dicono
qui. Ma qui sanno anche come venirti a prendere dovunque tu sia
andato a rifugiarti, sanno sempre il tuo indirizzo. E allora sul
Vesuvio ci tornerei non più alla guida del camion, bensì
dietro, coricato e ben mescolato ai rifiuti, da riversare assieme
a tutto il resto nel cratere. Solo un altro tipo di immondizia
per loro: immondizia con la bocca definitivamente chiusa. E, in
verità, a questa conoscenza così diretta, così
profonda con il vulcano, proprio non ci tengo.
19 marzo
Il Vesuvio è davvero un gigante buono? Davvero può
continuare a subire, indefinitamente, di essere trasformato nella
più grande e inconsueta discarica nella storia dello smaltimento
dei rifiuti solidi urbani?
A paragone dell'immondizia molteplice e disordinata, polimorfa
e sconcia, che gli scarichiamo nella bocca, mi sembra ancora più
nobile ed essenziale il suo profilo curvo che si staglia intatto
contro tutti i cieli, azzurri variabili o nuvolosi, che si erge
imperterrito contro le diffuse miserie con cui gli uomini si affannano
quotidianamente attorno e sopra di lui. Fermo nella sua dignità
in tutto questo movimento indegno.
A sera, per quanto stanco dei molti viaggi col camion, vado a
sedermi di nuovo al mio bar preferito. A indovinare di nuovo la
sagoma immane che scompare eppure c'è. A farmi qualche
bicchiere di più, di Lacryma Christi o di Falanghina, per
affogare il rimorso, la coscienza delle mie incredibili colpe
ecologiche.
E mi addormento, mezzo fatto a vino, mormorando "Scusa, Vesuvio,
scusa…".
21 marzo
Stamattina è successo tutto. Tutto a un tratto. Senza preavviso
e con forza furibonda. Avevamo scaricato ancora una volta tonnellate
di immondizia: nella bocca larghissima e generosa che sembrava
incassare con infinita pazienza l'oltraggio fetido degli uomini.
Eravamo scesi di nuovo fino alle falde quando la terra, i camion,
noi, abbiamo cominciato a tremare. Un sinistro brontolio crescente
ci ha presi alle spalle. Ci siamo girati verso la vetta e abbiamo
capito che era lui. Che era tornato alla sua vera natura, e noi
l'avevamo aiutato.
Come un enorme gigante adirato, vomitava fuori lava e immondizia.
Su noi, prima di tutto, rintanati nei nostri abitacoli metallici,
atterriti al punto da non riuscire nemmeno a premere l'acceleratore
a tavoletta. E poi sui paesi vesuviani, sciaguratamente aggrappati
alle sue pendici, e infine su tutta Napoli. Un immane ombrello
di magma rossastro, punteggiato di ogni genere di puzzolenti proiettili
roventi.
Ho pensato - chissà come vengono, proprio in momenti così
delicati, associazioni mentali del genere - alla scena finale
di Zabriskie Point. Ma non era un film, noi ci stavamo dentro.
Il gigante sputacchiava e sputacchiava, con rinnovata rabbia,
munnezza incandescente. Finalmente si liberava, della lava accumulata,
di tutta la fetenzia vesuviana.
Poi lentamente, ma molto lentamente, si quietava. E tornava soddisfatto
ad appisolarsi, a riprendere il suo profondo letargo sdegnoso.
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giacomo
ricci |
Laura
Canuti si è laureata da poco a Pescara con una bella tesi
sui caffè storici e il progetto di un caffè in Lanciano.
L'intervento che propopne è pieno di freschezza e semplicità
che merita di essere letto anche perchè, come vedremo,
dello stesso argomento si occupa, con altra malizia, Claudio Cajati.
I due, naturalmente non sanno nulla l'uno dell'intervento dell'altro.
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laura
Canuti |
fine
settimana ad Assisi
Questo fine settimana ho avuto l’occasione di visitare Assisi
che avevo visto solo un’altra volta, alla tenera età
di tredici anni, durante una gita organizzata dalla scuola media
che frequentavo.
E’ inutile dire quanto poco potessero interessare ad una
ragazzina così giovane quale ero io le bellezze architettoniche
del luogo, il nostro interesse (mi permetto di parlare anche per
gli altri miei compagni di allora) era unicamente quello di scoprire
a quale ragazza spettasse il bacio del più carino della
classe o di vedere chi fosse più bravo a fare l’imitazione
della professoressa di italiano (colgo l’occasione per ricordarla
con grande affetto e stima…)
Il ricordo di quei pochi giorni è ovviamente molto vago.
Visitare oggi Assisi, al contrario, mi ha regalato un’emozione
indimenticabile.
Probabilmente la nebbia a contribuito a rendere ancora più
suggestivo il posto, ma ciò che ha impressionato oltre
ai miei occhi il mio spirito è stata la Basilica di San
Francesco, il che può sembrare banale e scontato, ma io
non credo sia così.
Per gustare questa architettura nella sua interezza io consiglio
di visitarla partendo dalla Basilica Superiore, per poi proseguire
in quella Inferiore, fino a perdersi nella grandiosa semplicità
del sepolcro in cui sono custodite le spoglie del santo.
E’ proprio in quest’ultimo luogo che ho fatto fatica
a trattenere le lacrime e ad impedire che le mie gambe cedessero.
Lì, al centro di una struttura imponente quale è
la Basilica, è custodita l’arca di pietra con i resti
mortali del santo; tomba severa e disadorna che tutto sostiene
e a cui tutto si rivolge: l’intera cittadina e lo spirito,
intriso di bellezza e di fede, dei pellegrini.
Ma cosa può esserci di bello in un “sasso”?
C’è il significato stesso dell’esistenza di
un uomo.
Allora per me la bellezza è anche questo…
E’ alzare lo sguardo per vedere gli affreschi della Basilica
Superiore e dialogare con Giotto; immaginare quanto possa essere
stato terrificante vedere alcune delle vele staccarsi e precipitare
a terra a causa del terremoto e poi ancora ammirare con soddisfazione
i risultati del loro restauro.
E’ riempirsi gli occhi con i colori delle vetrate che ti
insegnano le sfumature della vita.
E’ scendere nella Basilica Inferiore e sentirsi abbracciati
dalle crociere che sembrano bramare la terra a discapito delle
massicce basi che le sorreggono.
E’ liberare lo spirito nel silenzio di un sepolcro e sperare
che abbia la forza per ritornare nel proprio corpo.
E’ pensare di aver ricevuto quel mantello, di aver bagnato
le labbra con quell’acqua miracolosamente sgorgata da una
pietra, di aver cantato con gli uccelli…
Ciò che è bello si insinua nella carne, graffia
il cuore e la mente, fa sorridere lo spirito.
Allontanandomi dalla Basilica, che vedevo svanire in mezzo alla
nebbia, mi sono sentita semplicemente…felice.
Ho poi continuato a passeggiare per le vie di Assisi anch’esse
particolarmente suggestive a parte la miriade di negozietti carichi
di immagini sacre, collane con Tau di varie forme e grandezza
che non posso fare a meno di paragonare ai
carciofi, alle patate e alle cipolle da lei citate in una mail
che ho letto sul sito di archigrafica e che non aiutano certo
a “coltivare lo spirito”.
E penso allora a padre Pio e a come gli uomini siano riusciti
a ridurre la bellezza e la semplicità di quest’uomo
ad un “mercato dell’anima”, a idolatrare il
Dio Denaro nascondendolo sotto le finte spoglie di una fede e
soprattutto di un modo di intendere la propria vita che con esso
non aveva alcun legame.
San Francesco rinunciò a tutti i beni terreni e consacrò
la sua esistenza alla “bellezza della fede di Dio”
e Padre Pio si vestiva con una tonaca rattoppata, portava ai piedi
miseri sandali e viveva in una stanza umile e spoglia.
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giacomo
ricci |
ed
ecco il racconto di Claudio Cajati
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Claudio
Cajati |
La
zanzara di Francesco
Il fiume era ormai vicino, a pochi passi sotto il dirupo. Come
ad ogni tramonto, giunto lì, il giovane uomo dai glauchi
occhi sinceri si sarebbe tolto finalmente il pesante saio puzzolente.
E lei avrebbe avuto un intero corpo a disposizione: non più
solo la faccia bruciata dal sole, le mani dai gesti lenti e amorosi,
i piedi teneri costretti in rozzi sandali. Avrebbe potuto ancora
una volta scegliere. Senza fretta, tenendo a bada la smania di
affondare al più presto il minuscolo fioretto. Ripetere
la minuziosa trasvolata, sullo sterminato territorio di carne
rosea, per propiziare la succhiatina più gustosa.
E volava, leggera di eccitazione e di voglia, sopra la testa liscia
dell'uomo. Altri giovanotti, intorno a lui a corona, assieme saltellavano
allegri e sicuri, indifferenti alle insidie del dirupo scosceso.
Presto si sarebbero liberati del peso e del fetore della veste.
Ma lei volava solo sopra di lui. Il suo preferito. Il suo Francesco.
Francesco si tolse il saio con un gesto deciso, eppure gentile.
Come se anche il saio che si apprestava a lavare nel fiumicello
fosse uno dei suoi tanti fratelli. E lei, confusa da tutto quel
bendiddio, stette qualche secondo irresoluta. Sospesa nel buio
che scendeva complice, a contemplare la distesa morbida che profumava
di innocenza. Il sangue dei giusti è un'altra cosa - pensò
- di una dolcezza che non la puoi raccontare, che chi non l'ha
succhiato non può immaginare. E, assorta per un istante
in questa riflessione, assaporò mentalmente la bella impresa
che ancora una volta la attendeva.
I giovani frati, ignudi tutti e senza vergogna alcuna, stavano
inginocchiati a bordo del fiumicello. Le schiene si piegavano
ritmicamente nel gesto che accompagnava le mani, intente a sfregare
la stoffa intrisa di sudore nella limpida sorella acqua.
D'improvviso, il ronzio esagerato per la troppa eccitazione e
la picchiata a capofitto. Il minuscolo fioretto pronto a penetrare
la pelle sull'orlo dell'ombelico.
Francesco si girò appena. Le mani smisero di stropicciare
il bordo della veste grondante. Stava per dire, forse (era perfino
prevedibile), qualcosa come: "Sorella zanzara, più
assetata del solito stasera?" Ma fu preceduto ed interrotto.
"Frate Francesco" - gridò un giovinetto dalla
voce immatura - "c'è una zanzara... Una sorella zanzara"
- si corresse subito - "che sta per succhiarti il sangue!"
Il lento sorriso di Francesco sembrava quasi di godimento. Accompagnò
un guizzo di rimprovero nello sguardo.
"La conosco, frate Celestino, la conosco bene" - la
voce rassicurante sembrò venire dalla lontananza di un'intimità
affettuosa - "mi accompagna e mi sugge il sangue ogni giorno,
dal tramonto alla notte..."
Frate Celestino non poté trattenersi. Cominciò a
scrutargli il corpo alla ricerca delle bolle. Bolle che non c'erano.
"Ma, Frate Francesco, com'è che...?" - E non
ebbe cuore di completare: "...non vi grattate mai?"
Francesco ricompose l'interruzione come se non avesse percepito
la sua voce:
"... Dal tramonto alla notte, finché è sazia.
E allora mi vola in testa, mi si posa sulla chierica, la notte
mi fa compagnia, la mattina di nuovo sulla nostra strada mi segue.
Fedele e riconoscente. Perfino attenta ai nostri discorsi, credo,
toccata dalla parola di pace, di fratellanza, di amore. Sorella
zanzara che da noi sa prendere il meglio, che non succhia solo
sangue, che anche d'altro sa nutrirsi."
E così dicendo, finì di strizzare il saio, lo indossò
con gesto semplice. Assieme a tutti gli altri fratelli, di nuovo
vestiti, di nuovo puliti, si avviò in compagnia della piccola
zanzara.
Gli ultimi raggi solari, come ogni giorno, si fecero in un istante
ardenti per asciugare loro le vesti.
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giacomo
ricci |
Una
specie di riassunto-punto
Come
chi ci segue si sarà accorto, sembra ci sia stata, nel
dialogo, una battuta d'arresto. In realtà il dialogo non
si è mai fermato. Ci sono state - ed era ora! - delle contraddizioni.
Qualcuno ha criticato, non ha apprezzato, qualche altro si è
incazzato, qualcuno a sentenziato, altri molto saggiamente hanno
fatto pochissimi commenti non privi di una punta di saggezza con
qualche accento sardonico, qualcuno a filosofeggiato. Proprio
come nella migliore delle riunioni universitarie di una volta.
Mettere insieme tante persone che sono lontane, che non si conoscono
o che, da tempo, non usavano dialogare tra loro non è cosa
facile. Anche perché ognuno si aspetta cose diverse, la
vede in modo diverso. Ed è giusto che sia così,
anzi questa diversità-contrasto (si diveva una volta "dialettica")
costituisce il vero sale della discussione. Costituisce il vero
motivo del Blog e di ArchigraficA.
Riassumo
in breve.
Pasquale
Belfiore mi ha scritto dicendo, tra l'altro, che, a suo
parere, "il blog ha preso una vecchia piega, come quelle
plissettate che ornavano le gonne delle fanciulle della nostra
età e che facevano dannare le stiratrici." La piega
vecchia, a suo modo di vedere, è costituita dall'inserimento
"non omogeneo" di alcuni interventi che generano, per
l'appunto, delle pieghe del discorso. La freschezza, lui afferma,
rischia sempre di essere banalità e consentirla, come ho
fatto io, può trasformarsi in vero e proprio "infortunio
editoriale", con orride scivolate in uno stile alla Carolina
Invernizio. Come pure eccedere nel narrativo può dare luogo
ad incomprensioni, debolezze del discorso che deve mantenere una
sua coerenza, una sua tensione, un suo livello, con il rischio
di creare atmosfere crepuscolari con qualche sdolcinatura.
Senza entrare nel merito delle possibili "debolezze"
di alcuni interventi - che, apertamente e francamente, non ho
visto e continuo a non vedere - io, in buona sostanza, gli ho
risposto che la "leggerezza" non sempre coincide con
la banalità e che, molto spesso, espressioni semplici e
sincere, che appaiono prive di qualsiasi ironia, lo sono perché,
a conti fatti, nascondono una profondità tutta da scoprire
e si esprimono in maniera semplice perché non tutti hanno
sessant'anni, fanno il professore universitario da 35 e compilano
raffinate pubblicazioni che nessuno, dico per mia esperienza diretta,
nessuno mai leggerà.
Ho poi spostato il discorso sul piano dell'impegno - per così
dire - degli intellettuali e dell'orrido che si nasconde in ognuno
di noi quando si concentra troppo sul suo ruolo e perde di vista
quello che gli sta attorno. Se il mondo, ho aggiunto, generalmente
si esprime in una maniera che rasenta la banalità - ma
resta da dimostrare, insisto, che "leggerezza", "semplicità",
e "freschezza" siano sinonimi di banalità, almeno
nel caso in questione - compito precipuo di chi tenta di capire
il mondo è quello di capire effettivamente che cosa vi
accada dentro. Concludevo la mia risposta - che ho mandato in
giro per mail a tutti - sostenendo che il banale, quello vero,
è l'abbandono reale in cui versano intere porzioni di popolazione
e, in quest'abbandono, ci vedo anche la forte responsabilità
di coloro che, partendo da giovani con la voglia di mangiarsi
il mondo e i suoi padroni, hanno impiegato tutto il loro tempo
e le loro energie a trasformare se stessi specularmente in coloro
che, un tempo, avevano combattuto con accanimento.
Sergio Stenti ha scritto, laconicamente con quell'aria
da effimera provocazione velata da una leggera sfumatura di sfottò
- cosa che me lo fa apprezzare come un buon vino sapientemente
invecchiato - , che ogni dibattito deve essere aperto e pubblico
e ogni sfumatura deve essere posta a giorno. L'unica cosa consentita
- in un blog - semmai è fare il blog del blog
(blog footnotes lo ha definito) fonte di piccanti
inciuci e appetitosa pietanza per chi ama il gossip
e l'insidiosa terra delle chiacchiere e dei chiacchierati.
Claudio Cajati ha, al contrario, aderito pienamente
con la semplicità per esserne parte attiva, per esserne
fine narratore, alla ricerca delle contraddizioni, delle sfumature
di carattere e di sensibilità proprie di chi guarda il
mondo con sguardo fine e disincantato e delle sue contraddizioni
fa materia di profonda riflessione. E, soprattutto, ha detto di
essere "a favore del registro bastardo, anti-accademico;
a favore del dialogo-confronto-scontro franco e netto"; la
semplicità che è venuta fuori nel corso del dialogo
è per Claudio un bene e un modo efficace e profondo di
manifestare la propria adesione alla bellezza dell'architettura.
Dello stesso parere è stato Maurizio Zenga
che ha scritto: "personalmente adoro parlare da un "livello"
all'altro perchè mi riporta alle discussioni che si facevano
dal balcone del vecchio studio di via Cristallini a Napoli, negli
anni dell'Università, dal quale io ( "o 'ngignero..."
) discutevo con la signora dall'altro lato della strada ( a'
capera...) sulla tinta da dare all'intonaco della mia "terrazza"
( a proposito di bellezza dell'architettura...). Devo dire che,
nonostante la differenza di livello ( io ero al primo piano e
lei era in un basso, al piano terra ) le nostre chiacchierate
"pubbliche" diventavano sempre estremamente stimolanti
e interessanti, seppure la mia cortese quanto ingombrante dirimpettaia
non dimostrasse di avere particolari conoscenze nel campo della
cultura architettonica o letteraria in generale."
Per cogliere a fondo quello che dice Maurizio devo aggiungere
che, conoscendo bene lo studio di Via Cristallini, per esserci
stato per più di un anno, si trattava di un livello "alto"
per modo di dire, atteso che era solo un piano rialzato rispetto
al livello stradale e che, all'interno del cortiletto del palazzo
un balcone era tanto basso da poterci accedere montando su una
sedia di paglia e che, una notte, i ladri mi penetrarono nello
studio mentre dormivo rubandomi il portafoglio con tutti i pantaloni
nel quale esso era. Non vi sto a raccontare gli interrogativi
del giorno dopo. In perfetto stile eduardiano da Questi fantasmi,
mi ero figurato un monaciello dispettoso che ce l'avesse con me.
Mi feci capace di aver subito un furto solo dopo 15 giorni circa,
quando al commissariato di piazza Carità fui chiamato e
mi venne restituita la patente che era nel portafoglio.
Conseguentemente,
a mio parere, l'interessamento della "capera" per la
condizione dell'edificio era giustificato non soltanto dai motivi
ora da Maurizio ben descritti, ma anche per una comunanza che
legava l'abitante di un basso con quelli (il gruppo di studenti
"ngigneri") un po', ma solo un poco, più in alto.
V'era, insomma, una comunanza "prossemica", di spazi,
di vicinato che generava un'esaltante frammistione di discorsi
alto-basso, colto-popolare, autoironia e autosfottò assolutamente
esilarante e convincente. Ognuno di noi - anche se da solo - veniva
sempre chiamato, ad esempio, con l'appellativo di "studenti",
al plurale. La ragazzina al piano di sopra, quando doveva comunicare
con me, lanciava un urlo bestiale - che col tempo avevo decifrato,
per l'appunto, nella parola "studenti" che suonava allo
stesso modo dei "Rafilina", "Aitano" o "Gennarino"
tipici dei vicoli napoletani, un suono che parte dal petto, si
modula lungamente nella faringe e esce contemporaneamente dal
naso e dalla bocca trasformando la voce umana in uno strano miscuglio,
un soffio d'aria primordiale che si spande nello spazio come fosse
modulato contemporaneamente da un flauto e da un trombone.
Gregorio Rubino ha colto soprattutto le difficoltà
che oggi caratterizzano il nostro vivere civile ed ha scritto:
"Cito a memoria l'intervista ad un giovane africano, da tempo
immigrato in Italia e padrone della lingua, ascoltata per radio
qualche giorno fa:
"Cosa sperava di trovare in Europa", chiedeva la tipa
che lo intervistava,
"Cercavo il lavoro, la democrazia, la liberta'...",
rispondeva lui a tono,
"E li ha trovati ?",
"Si, ho trovato il lavoro, ho trovato la democrazia, ho trovato
la liberta', ma non ho trovato la Vita. La Vita non c'e'...".
Cosa volete che vi dica, a me è sembrato un episodio esemplare.
E tutti noi sappiamo cosa significa.
Ma dove non c'è più la vita, può sopravvivere
il bello ed il buono ? Non so, ma è certamente vero che
ognuno ha il diritto di andarseli a cercare dove gli pare...Non
credo che il moderno che si avvicina darà una risposta
per tutti. La risposta sarà individuale e, come sempre,
ci saranno delle decisioni da prendere ed un prezzo da pagare.
Il giovanotto africano ormai lo ha capito, noi ancora no."
Pasquale
Belfiore, come risposta, mi ha scritto:
"la nostra generazione non ha avuto maestri migliori di quelli
attuali, ma di certo ha avuto una educazione culturale. Che è
passata attraverso l'impegno o la militanza politici, o attraverso
la scuola, oltremodo formativa, dell'associazionismo (quello cattolico,
nel mio caso). Maestri, partiti e istituzioni avevano un tratto
comune: la serietà dell'impegno, che si esprimeva o attraverso
la competizione o attraverso l'esercizio d'un severo magistero.
Questo ti ha consentito di crescere nelle lettere e nel pensiero
e ti consente oggi di scrivere - da docente di tecnologia - un
sapiente saggio di teoria e critica d'arte. Per ora mi limito
a osservare che, probabilmente, uno dei danni maggiori che procuriamo
ai nostri allievi è proprio la rinunzia ad un severo esercizio
del nostro magistero. Siamo diventati comprensivi e indulgenti.
Bene per noi che, come si suol dire, non ci facciamo nemici e,
di fatto, lavoriamo di meno e più tranquilli; bene per
la psicanalisi che considera la severità al pari di una
pratica vessatoria; male, molto male per gli allievi che crescono
sorridenti e appagati della loro modestia. Mi fermo qui, per ora."
Insomma il dialogo è ancora tutto aperto.
E in sintesi si può dire, come dice Gregorio: di fronte
allo sfacelo, alla debacle della Vita, ognuno si arrangia come
può e va a cercarsi il Bello dove e con i mezzi che ha
a sua disposizione.
Domanda:
chiudiamo qui o pensiamo che valga la pena di parlare ancora?
Non nel Blog ma in generale. Parlare di Bellezza in un paese governato
- subdolamente dalla malavita (vedi Gomorra) - e male dai governanti,
dove tutto si svende e tutto sembra inutile (anche parlare), chiudiamo
il capitolo?
Io continuo, insisto: è possibile parlare ancora di Bellezza
dell'architettura, come, perché, con quali mezzi, con chi,
a chi? Nelle aule universitarie? Per strada? O, magari, in un
Blog come questo?
A proposito, ArchigraficA non è solo Blog.
E' anche una maniera per editare opere, scritti, disegni, progetti,
opere liriche, arie, ecc.
PS:
una comunicazione di servizio. Io chiuderei qui questa prima parte
in un file pdf di archivio e ripartirei. Aspetto vostre notizie.
PPS.
Mi è venuta l'idea di fare una sorta di libro degli
amici come fece Hofmannsthal: raccogliere citazioni, osservazioni
che costituiscano una sorta di viatico da tenere con sé.
Se siete favorevoli iniziamo aprendo una nuova sezione di ArchigraficA.
PPPS.
L'altra idea è quella di aprire una rubrica dove gli architetti
si dedichino a descrivere delle architetture - anche antiche anche
ovvie, anche libri. Insomma gli architetti descrivono i "luoghi"
dell'architettura. Un "luogo", in quest'accezione è
un topos, un nodo di significato della nostra cultura, o almeno
quello che ognuno di noi crede sia tale.
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ha
fatto il giro delle mail dei docenti |

un
pensiero natalizio del preside Gravagnuolo della Facoltà
di Architettura di Napoli
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sergio
stenti |
Diversi
modi di fare auguri impersonali dai colleghi: qui sopra quello
di Gravagnuolo.
Mi
chiedo ma che prodotti vendono questi nuovi managers di aziende
fantasma? E poi mi sembra quasi una posta indesiderata, anzi direi
una vera e propria spam che è molto difficile da bloccare:
mi hanno inondato di auguri gratis forse solo per mettere alla
fine il nome della loro azienda, se stessi.
buone
feste caro vecchio mio !
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giacomo
ricci |
Viene
fuori nient’altro che le loro sono aziende-fantasma.
Ci
sarebbe molto da interrogarsi su quest’essenza evanescente,
ma ce lo risparmiamo almeno nei pressi del Natale, sia che ci
si “rallegri” con panettone meneghino sia che lo si
faccia abboffandosi con borbonici struffoli dai mille colori regali.
Anzi
potrebbe trattarsi dell’incipit di un nuovo discorso da
aprire su AchigraficA per l’anno nuovo.
La domanda dovrebbe essere la parodia di “Che fine ha fatto
Totò-baby”; se ti ricordi era il titolo di una divertente
parodia del principe De Curtis di molti anni fa.
Che
fine ha fatto la Facoltà di Architettura? Così daremmo
via alla parodia d’una parodia, per restare nei paradossi-bisticci
che mi sembra ti piacciano. Tra corsi, minicorsi, due + due +
uno, 3 + 2, 1 + 1 + 1 + 1 + 1, eccellenze varie, master, l’architettura
s’è certamente perduta da qualche parte; poco male
visto che nessuno se ne fotte più nulla.
Ma
le aziende, fantasmatiche, diafane e virtuali, proliferano. Questo
è l’essenziale.
Ognuno
con il suo piccolissimo ruolino di ducettino. E allora, potremmo
gridare, magari il 31 notte, tra botti e tappi di spumante che
viaggiano per aria:”W l’insieme dei capi”: Qualcuno
potrebbe aggiungere che è una società realmente
democratica quella dove tutti sono capi: solo che non si sa bene
chi comandano e che cosa chiedono.
Magari
fanno finta.
Fare
finta di essere capi in una società di per sé già
evanescente è interpretare bene il ruolo della parodia
della parodia.
Ma,
poi, alla fine chi se ne frega; fingiamo di comandare, di produrre,
di significare, di progettare, di parlare; tanto nessuno ci presta
ascolto, nemmeno noi stessi a ben pensare.
L’importante
è essere a capo, non si sa bene di che cosa, ma non importa.
E
così il cerchio del ’68 si è chiuso.
Con
buona pace di quei poveretti – e noi eravamo nel numero
– che ci hanno creduto.
Anche
a te cari auguri, amico mio.
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gregorio
rubino |
Non
solo la Facolta' di Architettura, ma l'Universita' italiana e' sparita,
le Persone sono sparite !
Da quando si sono sentiti autorizzati, questi ducettini si sono
coalizzati e si sono fottuti...il potere, alla faccia dei benpensanti.
Ma ne riparleremo l'anno prossimo, al momento vogliamo (e dobbiamo)
solo scambiarci i piu' affettuosi Auguri per un Nuovo Anno di serenita'
e prosperita'. Un abbraccio a tutta la famiglia, cani, gatti, tartarughe
e pappagalli inclusi.
A presto,
Gregorio |
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pasquale
belfiore |
Ricominciamo
a parlare di bellezza attraverso il suo opposto, ciò che
bello non è, Napoli ad esempio. Propongo una esercitazione
teorico-pratica (?) su questo tema sul quale mi sembra vi sia
da tempo inerzia speculativa o, peggio, maliziosa reticenza, come
accade allorquando si tace per non ammettere verità sgradevoli
o imbarazzanti.
Pensiamo ad un viaggiatore che arrivi a Napoli dai quattro punti
cardinali. Da nord, attraversa quell'orrida marmellata edilizia
di comuni già compresi da Nitti un secolo fa nella "corona
di spine" che circondava il capoluogo e poi giunge alla porta
settecentesca di piazza Carlo III - Foria il cui fuoco visivo
è un palazzo di dodici piani costruito negli anni Sessanta
all'angolo tra via Duomo e Foria. Da est, attraversa dapprima
gli attuali paesi vesuviani - quelli dei seicentomila abitanti
da evacuare dei piani del rischio Vesuvio, tanto per intenderci
- e poi si immette nella strada forse più brutta di Napoli.
Quella via Marina del Piano Cosenza quarantadue volte variato
e oggi stupidissima litoranea definita, da un lato, da una sorta
di antologia figurativa della capricciosa modestia dell'architettura
napoletana del dopoguerra e dall'altro da un fronte del porto
perennemente indeciso tra vocazioni turistiche e necessità
commerciali. Da ovest, solca la caotica e abusiva edilizia flegrea
e si ferma in piazzale Tecchio. Negli anni Trenta-Quaranta, Canino
e il fascismo ben avevano inteso il suo valore urbanistico e simbolico,
svilito poi da stadi, mondiali e metropolitane varie. Da sud,
infine, dal mare, non si può negare che l'immagine della
città adagiata sulle colline abbia ancora un suo potente
respiro estetico. Di fatto però e senza pulsioni emotive,
l'immagine è un omogeneo catino di palazzi. Se vi si entra,
si scopre che più della metà è fatto di immonda
edilizia. Qualcuno ha detto che Napoli "è un quadro
di lontananza". Appunto, funziona soprattutto da lontano.
Si potrebbe, beffardamente, aggiungere che non a caso una delle
stagioni più note e fortunate della pittura napoletana
sia stata quella del vedutismo.
Napoli diventa brutta anche quando l'architettura della contemporaneità
stravolge - per insipienza, indolenza, incultura di supponenti
architetti - spazi e luoghi della città. Considero l'intervento
di Mendini a Materdei come il paradigma di questo processo di
imbruttimento. Un istruttivo paradigma perché non è
prodotto dalla tradizionale protervia della speculazione edilizia
ma da un importante architetto italiano con la connivente distrazione
della committenza pubblica. C'è un dignitoso quartiere
degli anni Trenta con palazzine, strade e giardini. Linguaggio
tra storicista e tardo liberty, adottato con forte ritardo sui
tempi. Atmosfera retrò, ma piacevole. Fors'anche bella,
se si vuole. Arriva il pur bravo designer milanese e propone il
solito repertorio di obelischi e maioliche. Il risultato è
straniante: un catatonico obelischetto in ferro e vetro troneggia
al centro della piazza (dio non voglia che Mendini abbia avuto
a riferimento gli straordinari obelischi delle piazze del centro
antico) e la strada antistante sembra allestita provvisoriamente
per ospitare una sfilata del carnevale di Rio, tanto è
accanitamente colorata. Il tutto, decisamente brutto.
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sergio stenti |
Cercare
il mare a Napoli è abbastanza facile, lo si vede per lo
più da lontano, ma andarci vicino è cosa molto più
difficile, concessa in pochissimi punti ; passeggiare poi lungo
il suo bordo o sui qualche molo dove l'acqua è trasparente
è una rarità. Tra queste rarità un posto
speciale della iconografia napoletana spetta a Mergellina, da
sempre luogo celebrato di incontro tra città e il suo mare.
Fare una passeggiata sul molo di Mergellina è però
di uno sconforto irritante. Non che il mare sia brutto ma è
la passeggiata che non è invitante: un molo precario, sciatto
, senza pavimentazione, senza panchine, senza lampioni, che si
interrompe bruscamente come se qualcuno l'avesse troncato di netto;
un massetto di cemento per terra che crea di tanto in tanto pozze
di acqua piovana ristagnante, un muretto di separazione con la
scogliera di fetente calcestruzzo armato con tracce di intonaco
dipinto, e dall'altro lato, verso il porticciolo dove stazionano
barche milionarie il tratto di molo ( privato) appare per lo meno
funzionale e ben tenuto. Che dire ? Gli occhiali iconografici
non bastano per non vedere tanta inutile bruttezza.
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