ArchigraficA

dibattito

 

  La bellezza trionferà? (di Giacomo Ricci)
   
  Ricordo (di Pasquale Belfiore)
   
  Frammenti di un discorso
     
  giacomo ricci

Caro Pasquale,
penso che possiamo cominciare. Ho contattato, oltre te, le persone che ti elenco:
Giorgio Giallocosta, Tecnologia dell'architettura, FdA Genova che forse non conosci
E poi:
Sergio Stenti
Gregorio Rubino
Alessandro Castagnaro
Maurizio Zenga
Pensavo, per prima cosa di costituire un Comitato scientifico della rivista. Coinvolgerei quelli di sopra se sei d'accordo.
Inizierei con un forum sulla "bellezza dell'architettura". La cosa è, ovviamente, provocatoria. Mi aspetto di cooptare, a poco alla volta, un certo numero di persone e di avere un dibattito molto vivace al proposito.
La formula potrebbe essere, per il momento, quella delle mail. Dovrebbero essere interventi brevi e caustici, anche in aperto dissenso e polemica tra loro. Il fatto che saranno trascritti su una pagina web fa sì che il testo debba essere stringato ed efficace.
Fammi sapere che ne pensi e proponimi dei nomi per il Comitato Scientifico.
Si potrebbe, poi, attivare una sorta di videoconferenza tra sedi diverse i9n contemporanea alla presenza degli studenti utilizzando le tecnologie skype. Ma su questo torneremo poi.

A presto

  pasquale belfiore

 

Caro Giacomo
la memoria è brutta bestia perché in assoluto automatismo reattivo ti porta ad associare passato e presente. Le bestioline di Pavlov ne sapevano qualcosa. Tu dici "parliamo della bellezza dell'architettura" e io ricordo - in assoluto automatismo reattivo - un pomeriggio degli anni Ottanta. Con Donatella Mazzoleni stavamo organizzando il convegno sulla bellezza dell'architettura. Chiamammo al telefono Manfredo Tafuri per invitarlo. Vedevo Donatella alzare gli occhi al cielo, strascicare sillabe cercando di inserirsi, invano, in quello che doveva essere un fiume in piena di parole, attaccare infine sconsolata la cornetta e dirmi: allucinante. All'invito a venire a Napoli - ferita a morte dal terremoto del 1980 e fors'anche ancor di più dalla ricostruzione - Tafuri aveva detto e ridetto e poi ancora detto e ridetto, tanto per non essere frainteso:con terremoto, camorra e malaffare, abusivismo e monnezza, come potete avere l'ardire di parlare di bellezza? Siete matti? Al convegno poi fu invitato Remo Bodei che fece una bella lezione sulla bellezza dell'architettura.
Da allora molto è cambiato e oggi i problemi di Napoli si chiamano: la ricostruzione interrotta, la nuova camorra, il nuovo malaffare, l'abusivismo della contemporaneità e la monnezza differenziata. Concludendo poi il Festival dell'architettura di quest'anno - Modena, Reggio Emilia, Parma - Remo Bodei ha fatto una bella conferenza sulle misure del bello in architettura.

     
  giacomo ricci

Caro Pasquale,
Come al solito ne sai sempre una in più del diavolo. Ti spiego perché. Sono di ritorno da un viaggio a Venezia dove sono stato invitato per presentare un mio progetto in una manifestazione a margine della Biennale (Urbanpromo); Dopo questo brevissimo soggiorno mi sono trovato tra le mani: la bellezza di Venezia, quella di Amalfi - che costituivano gli argomenti del mio lavoro su cui avevo riflettuto lungamente (trattandosi del progetto di un parco in Costa d'Amalfi) -; una manifestazione che mi sembrava decisamente inutile (Urbanpromo, per l'appunto), assolutamente fuori dalla realtà delle nostre città e concepita soltanto per fare da passerella agli assessori e i professori di turno (tra l'altro costosissima e tenuta in una sede prestigiosa, palazzo Franchetti a Venezia); un libro di Erri De Luca che Maurizio, un mio caro amico architetto, che spero si faccia coinvolgere dalla rivista e dal dibattito, napoletano d'origine, ma che vive lì da anni, mi aveva sollecitato a leggere che esprime una presa di posizione su Napoli perduta (Napolide) che mi sento di condividere quasi in pieno.
Allora, tu mi dici, a petto di tutto il disastro parliamo ancora di bellezza in perfetto accordo con Remo Bodei? Non aveva ragione Tafuri ad incazzarsi? E visto che, da allora, le cose non sono cambiate, anzi, se possibile s'è spalancato un baratro, un vuoto abissale nel quale rischiamo di essere inghiottiti tutti, non è che Tafuri avesse ragione?
Ti rispondo che allora non lo sapevo. Ma partecipai al convegno ed ascoltai l'intervento di Bodei che mi sembrò splendido e lucido. Oggi potrei dire ancora "non lo so"; ma penso di cominciare a saperlo. L'abbandono del proprio campo di specifica competenza da parte degli intellettuali è un errore che abbiamo pagato carissimo e che ha permesso, tra l'altro, gli equivoci, le confusioni ideologiche e le aporie che, assieme a tantissime altre motivazioni, stanno alla base dello sfacelo odierno.

La cultura ha un peso specifico forte; basta crederci e lottare: ricordo a questo proposito un bellissimo film di Tarkovsky - autore che tra l'altro la Mazzoleni amava moltissimo e ricordo citava spesso -; il titolo era Andrej Rubliov. La storia, la ricordo molto brevemente, era quella di Rubliov, giovane monaco russo e grande pittore di icone. Il film era ambientato nel medioevo più cupo, un medioevo densissimo di neve, presente come una morte implacabile, di immense folle di straccioni assolutamente beceri ed avviliti e di un numero pressochè sterminato di Tartari che, invadendo le terre russe, tutto distruggevano, lasciando il deserto dietro di sé. Andrej - ne parla all'inizio della storia - ha intenzione di creare un'immagine di Cristo che sia umana, vera, lontanissima da quelle icone inespressive ed altamente simboliche dell'alto medioevo russo. L'invasione dei tartari, barbari ed assassini, turba tanto il giovane Andrej che, dopo aver assistito, nascosto, alla morte di un pope, costretto ad ingoiare l'oro fuso di una croce come si trattasse di un aperitivo, decide che il mondo è troppo bestiale non soltanto per dipingere un Cristo umano ma finanche per parlare. E da quel momento rinuncia a profferire qualsiasi parola. Dopo un lungo, interminabile tempo di mutismo, la capacità di un giovanissimo ragazzo - il figlio del fabbro del villaggio poco più che tredicenne che si propone al posto del padre, morto per mano dei Tartari - nel costruire una campana senza sapere bene come fare, la forza e il coraggio di ricostruire sul deserto assoluto che i Tartari avevano lasciato, la capacità di inventare soluzioni porta alla realizzazione di una splendida campana che ha un suono meraviglioso. Il film, che è realizzato in un bianco e nero drammaticissimo e straordinario - vi si mescolano i linguaggi di Eisenstein e di Dreyer - si conclude con un Andrej che riprende a parlare e dipingere. Il ragazzo e la sua straordinaria impresa, la conquista di una rinnovata bellezza lo portano a dipingere quel Cristo straordinario - un Cristo alla Masaccio tanto per intenderci - denso di colori e di vita. Le ultime immagini sono a colori e riportano i quadri che Rubliov realizzò dopo la crisi dell'invasione dei Tartari.
Dobbiamo fare i modo che i Tartari di oggi siano sconfitti. La Bellezza, per dirla con Assunto, è un'arma raffinata e colta da opporre alla barbarie. Almeno io credo. D'altro canto la storia ricorda soltanto le opere di bellezza. Così ci restano i dipinti di Andrej, gli affreschi di Masaccio a parlarci della nostra storia ma non le impalature inflitte dagli invasori di turno o dagli idioti che inseguono deliri di onnipotenza e sogni di diventare Dio. La storia è, per così dire, implacabile: i grandi dittatori fanno sempre una fine indecorosa, meschina e tutti li ricordano così per quello che sono.


Per il momento ne vogliamo parlare? Potremmo contribuire, in qualche modo, alla costruzione della campana. L'alternativa è solo la morte e il deserto. Con molta probabilità siamo più utili a ricordare al mondo che l'architettura ha delle misure di bellezza che non a subire il vortice di insignificanza e la barbarie e farci zittire una volta per tutte.

Ciao

  sergio stenti

Un immediato suggerimento: oltre a parlare di Bellezza dell'architettura perchè non parlare anche dell'Utilità dell'architettura : a chi serve, chi la utilizza, chi la promuove, chi la fa ?
a presto


sergio

  maurizio zenga

 

Caro Giacomo,


vorrei partire da qui:

"Chi nato a Napoli si stacca, perde la cittadinanza. E' napòlide.
Porta nel sistema nervoso un apparecchio cercapersone messo dalla città in ognuno dei suoi.
Da una distanza non panoramica queste pagine reagiscono al segnale.
Su Napoli non si ha il diritto di sguardo dall'alto, solo il vulcano ha titolo per sovrastare.
La sua orbita sta spalancata nelle cartoline e negli incubi.
E' bene che resti cieca."

L'idea di parlare di questo malessere che accompagna il degrado della nostra Napoli e forse anche della nostra generazione è interessante anche se andrebbe ad aggiungersi alle molte voci che analizzano il fenomeno senza poterlo fermare. Che potere abbiamo noi di fare effettivamente qualcosa di concreto per contrastare questo scempio di umanità e di bellezza?
Io vorrei mettere su uno spettacolo multimediale che abbia una forza dirompente, che sia in grado cioè di sconvolgere la coscienza degli spettatori ma non raccontando loro le nefandezze e la violenza di cui è capace la nostra città ma la bellezza, la creatività, la dolcezza di cui ancora c'è traccia nella parte "sana" e nella cultura di questo popolo.
Senza piagnistei, senza semplificazioni, senza pregiudizi, portando in scena il "nostro" malessere di "napolidi" ( vedi Erri De Luca: " Napolide" ).
Disegni, immagini, video virtuali e musica dal vivo, attori in scena e ombre cinesi, effetti speciali. Niente tarantelle, niente triccheballacche, niente pulcinella. Nessun ammiccamento alla "napoletanità". Non ci credo e non mi interessa perchè non porta da nessuna parte.
Il blog potrebbe essere un modo di attingere materiali per i testi e la sceneggiatura...
Che ne pensi?

Maurizio

  maurizio zenga

 

Sono belle le cose
(Pier Mario Giovannone)


sono belle le cose, belli i contorni
degli occhi
e i contorni del rosso
gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci
le ciglia delle dive
le bolle di sapone,
il cerchio del mondo è bello
l'ossigeno delle stelle
e la poesia dei ritorni,
di emigranti e isole,
cercando l'invisibile: l'appartenenza
è bello il fuoco
e il sonno
e il buio petulante gola dei fantasmi
e il brodo primordiale padre nostro
che cola in questi nomi


A proposito di bellezza...Stamattina, percorrendo la strada in auto da Pordenone a casa mia ( sono andato ad una fiera dell'elettronica ), riflettevo sul fatto che da queste parti si perde completamente l'orientamento grazie ad una infinità di "rotonde" stradali che ti fanno continuamente girare in tondo, svoltare a destra o a sinistra, fino a quando non capisci più da dove sei venuto e dove stai andando. Mancando i punti di riferimento morfologici classici come la costa, il mare, la montagna ed essendo del tutto assenti i riferimenti architettonici di qualche rilievo, si ha la sensazione di viaggiare in un contesto inurbato indefinito, fatto di capannoni in cemento tirati su in fretta e decorati in modo da distinguersi da quelli vicini grazie a qualche trovata geniale dell'estroso progettista, come un pinnacolo in acciaio, un portale neoclassico in marmo, una piramide in vetro stile Louvre. Le case visibili dalla strada sono poche e ormai non presentano alcuna rilevanza storico artistica, nessuna connotazione formale di qualche interesse, le ville venete sono quasi sparite oppure si sono trasformate in relais, grandi alberghi o ristoranti di lusso.
Riflettevo appunto, mentre guidavo, sul tema della bellezza e sulla innaturale bruttezza di queste periferie industriali del Nord-Est prive di qualsiasi corrispondenza tra gli umani, che pure vivono e lavorano in questi enormi scatoloni di cemento, e la forma architettonica e urbana che li "contiene".
Una volta ( fino a qualche anno fa ...) potevi dare appuntamento ad un amico: "all'incrocio, davanti alla chiesetta tal dei tali...". Oggi è impossibile, gli incroci non esistono quasi più e le macchine scorrono e volteggiano tra le innumerevoli rotonde, sfiorandosi e scivolando l'una contro l'altra in un flusso continuo che ignora completamente cosa si nasconde oltre le quinte interminabili di capannoni e se ancora vi siano le città, quelle con la chiesa, il campanile, il palazzo del Comune, la piazza, il mercato, la scuola ecc.
Così come a Napoli il terremoto ha distrutto un tessuto urbano e sociale mai più risanato, così da queste parti sembra venuto un terremoto al contrario. Fino a qualche anno fa riuscivi a capire almeno dov'eri ( senza bisogno del navigatore satellitare...) se a Nord, a Sud, a Ovest, guardando sullo sfondo le montagne coperte di neve eo il campanile della chiesa, orientandoti a naso. Ora lo sguardo si perde sulla facciata colorata dell'ipermercato Auchan, che è lo stesso, identico ( ma proprio uguale! ), che ho visto anche a Napoli, a Roma e a Milano.

Maurizio

  giacomo ricci

Allora io direi: per me la "bellezza" è soprattutto categoria dello spirito. Dove per "spirito" non intendo quel prodotto liquido, con alto coefficiente di evaporazione e di infiammabilità che serve, tra le altre cose, per metterci a bagno le ciliegie, l'uva o altre bacche varie affinché il corpo ne tragga diletto nei dopopranzo fumosi e grigi delle domeniche invernali, quanto piuttosto un qualcosa evanescente, che ha a che fare con il nostro Io-segreto e il nostro Io-collettivo.
Senza quest'ingrediente, per così dire, la cultura riesce ad essere soltanto "cultura materiale" per essere spesso confusa, come tanti fanno con efferata disinvoltura, con "coltura", nel senso di colere, "coltivare".
Così "coltivare lo spirito" non è più operazione che ha a che fare con la nostra anima e la nostra sensibilità interiore, quanto piuttosto con quella delle papille gustative e, cioè, con carciofi, patate, cipolle e, dunque, anche sorbe, ciliegie, uvetta. Col che il circolo sembrerebbe chiudersi e tutto andare a posto. Intendiamoci: lungi da me l'idea di avere qualcosa contro patate, cipolle, carciofi, uvetta e ciliegie, prodotti della natura intorno alla cui serietà non ho mai nutrito alcun dubbio.
Il fatto si è che i due piani, ancorché accomunati da un termine identico - nel fonema ma non nel significato - dovrebbero, nell'uomo razionale ed avveduto, restar rigorosamente separati. Altrimenti non si rintraccerebbe - come purtroppo accade sempre più spesso nella nostra epoca - nel termine "spirito" alcun significato oltre a quello di alcool.
Devo dire che, standomene da un po' di anni in Costa d'Amalfi, ho imparato nuovamente a salutare la Bellezza come componente basilare del mio andare quotidiano. Ed ho imparato ad amare, oltre misura, l'Ottocento (o, almeno, alcuni suoi interpreti, quelli che sono passati per la Costa e l'hanno resa ancor più bella, come John Ruskin e Francis Nevile Reid) e la sua Estetica (che scrivo volutamente con l'iniziale maiuscola, non solo per confermare la dignità che le spetta ma anche per rimarcarne il ruolo di disciplina, ora desueta, ma per niente di secondo piano), logica, straordinaria, piena, soddisfacente.
E' pur vero che è proprio nell'Ottocento (intorno al 1871, anno della Comune di Parigi o giù di lì) che qualcuno cominciò a scalciare:


" …Un tempo, se ricordo bene, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano. Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia - E l'ho trovata amara. - E l'ho insultata …"


Non l'avesse mai fatto. Un poeta che rimane tale, cioè un poeta (e che poeta!), che gioca un tiro mancino alla pazzia, ingiuria la Bellezza (la Beauté, da notare che anche lui, riferendosi a concetti così eterei li scrive con l'iniziale maiuscola) e dà inizio allo "sregolamento di tutti i sensi" come pratica innovativa di conoscenza, diciamolo pure, è uno che vuole, soprattutto, dare scandalo perché, pur dissentendo in maniera così radicale, rimane nel suo ruolo di poeta; nonostante abbia assestato un calcio nel deretano della Bellezza, scrive versi stupendamente belli anche se provocatori, maledetti, dannati; d'altro canto le sue opere sono tratte, è lui stesso ad assicurarcelo, dal "taccuino di un dannato".
Ma alla fine, dannazione o meno, si tratta pur sempre di un gioco: per l'appunto giocare a "fare i dannati" con le armi specifiche della poesia, all'interno di un sistema espressivo ben inferrettato nelle sue regole e nelle sue prescrizioni.
Oggi, probabilmente, se Rimbaud tornasse in vita e vedesse i Visitors (termine adoperato da Roberto Saviano nel suo Gomorra) che s'aggirano nelle aree rarefatte di Secondigliano usati per testare, a rischio della loro vita, un nuovo taglio di droga, l'efferatezza (e la stupidità) dei delinquenti nostrani e la balorda conduzione della loro esistenza tra grandissime ricchezze - di cui non godranno mai - e lo status reale di braccato (dalla polizia, dagli avversari, tutti pronti ad inchiappettarseli senza alcuna pietà), costretti a vivere in bunker di pochi metri quadrati e, soprattutto, la fine che fanno (sparati, bruciati, con gli occhi cavati dalle orbite con il cacciavite, torturati con il flex, liquefatti nell'acido, ecc.), senza dubbio riporrebbe nuovamente la Bellezza a sedere sulle ginocchia e le chiederebbe perdono, stringendola al cuore come si stringe una debole creatura che ha bisogno di protezione.


Oggi, ragionare sulla Bellezza vuol dire contribuire a trovare un significato alla nostra vita che diventa sempre più enigmatico ed indecifrabile, quando, insomma, tutto il mondo "civile" sembra negare questa possibilità. Specialmente a Napoli.

Allora chiedo: perché l'architettura non dovrebbe essere bella?

  sergio stenti

 

Tra le tante bellezze che ci circondano, la bellezza mediatica mi sembra la più nuova ed insidiosa forma di seduzione sociale . Essa possiede enormi mezzi economici e persegue fini precisi, molto materiali. Questo tipo di creazione artistica che occupa i Media che occupano le nostre teste, ha acquisito una fortissima valenza politica, nel senso che viene usata scientificamente (teorie del marketing) non solo da grandi gruppi finanziari ma anche da Enti pubblici per fini di persuasione sociale , allargamento del consenso e marketing politico. La natura della bellezza mediatica mi sembra più virtuale che reale, più propagandata per immagini che proposta come pratica fisica delle persone, come esperienza di benessere, e paradossalmente proprio in questa virtualità sta la sua straordinaria forza.
Sembra che l'architettura diventa promessa sociale di trasformazione solo se sospinta nel regno dell'artistico, dell'oggetto unico e griffato da qualche Archistar.
Cito due esempi . Sul Corriere di ieri giganteggiava una intera pagina di pubblicità di un nuovo gruppo finanziario " Eurozon", l'immagine scelta mostrava un enorme ponte sospeso, una bellissima struttura a metà tra i cavalletti di Morandi e le tensostrutture di Calatrava. Sicuramente era un progetto prodotto con Photoshop: un sogno !

Peter Eisenman, ad una recente conferenza napoletana, le ha chiamate scherzosamente "photoshop architecture": una illusione immaginifica di brutti progetti.


L'altro esempio ci riguarda più da vicino. Alla Biennale di Venezia la Regione Campania e La Metropolitana spa hanno proposto una mostra sulle stazioni dell'Arte dove un'arte decorativa si sposa con una architettura griffata; ed intorno, celato, il solito degrado.
ciao
sergio

  pasquale belfiore

Caro Giacomo, finalmente sono riuscito a leggere le lettere tra te e Assunto. Che angoscia per il problema dei recapiti e degli indirizzi. Esisteva già allora la posta o affidavate i messaggi ad apprendisti piccioni viaggiatori?

  giacomo ricci

Utilizzavamo anche i segnali di fumo come gli indiani.

Sulla "bellezza" dell'architettura mediatica, cui fa cenno Sergio, ci sarebbe molto da discutere e da scrivere. Mi limito ad osservare che tra photoshop architecture, spot, clip filmate, videoschifezze varie, TV spazzatura a non finire, la nostra vita - e, quel che è peggio, la nostra immaginazione - è stata gettata in un virtuale sempre più potente, ingabbiato, castrante e idiota.

Certo: attorno c'è degrado, vuoto e angoscia. La Bellezza di cui stiamo tentando qui di individuare confini e valenze è definivamente tramontata? Credo di sì. Ma resta - come dire? - un vuoto senza fine. Un vuoto che non so se mai si possa colmare. Ma varrebbe la pena tentarci.

Ho fatto, qualche mese fa, una lunga camminata per la Valle dei Mulini di Amalfi che non conoscevo se non dai libri. Sono rimasto rapito ed incantato dalla Bellezza di quella natura che sembrava lontanissima - nel tempo e nello spazio - dalla nostra contemporaneità. Certamente perchè è difficile arrivarci e perchè non c'è strada se non uno stretto sentiero pedonale, scomodo e lungo. Mi sono sentito fuori dal mondo e dal tempo. E mi è piaciuto. C'erano, nella vecchia ferriera, un gruppetto di scout che si stavano acconciando per mangiare un panino all'ombra di alberi bellissimi e al rumore dell'acqua. Per rendere l'idea di quello che dico allego una foto che, anche se piccola di dimensioni, dovrebbe dare l'idea di quello che sto dicendo.

Il ragazzo in alto a destra - è veramente in scala rispetto agli alberi, non c'è trucco photoshop - se ne sta con i piedi nell'acqua gelida a guardare la cascata. L'acqua è freddissima e l'aria è piacevolmente fresca anche se siamo in pieno agosto 2006. La cosa straordinaria non è la natura con il suo trionfo ma il fatto che ci troviamo, in linea d'aria, ad un passo dalla piana dell'agro nocerino-sarnese del quale, mi sembra giusto, dare una vista, foto da me scattata dal Valico di Chiunzi qualche mese fa, guardando verso il Vesuvio.

E, notando che la massa in basso è un tessuto costruito nel quale non sopravvive un filo d'erba - dico un filo, un sol filo d'erba - credo non ci siano altri commenti da fare.

Ciao a tutti

  maurizio zenga

Buarque de Hollanda - Fossati)

Oh, che sarà, che sarà
che vanno sospirando nelle alcove
che vanno sussurrando in versi e strofe
che vanno combinando in fondo al buio
che gira nelle teste, nelle parole
che accende le candele nelle processioni
che va parlando forte nei portoni
e grida nei mercati che con certezza
sta nella natura nella bellezza
quel che non ha ragione
nè mai ce l'avrà
quel che non ha rimedio
nè mai ce l'avrà
quel che non ha misura.

Oh, che sarà, che sarà
che vive nell'idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati
e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai-e-dai delle meretrici
nel piano derelitto dei banditi.

Oh, che sarà, che sarà
quel che non ha decenza
nè mai ce l'avrà
quel che non ha censura
nè mai ce l'avrà
quel che non ha ragione.

Ah che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
persino il Padreterno da così lontano
guardando quell'inferno dovrà benedire
quel che non ha governo
nè mai ce l'avrà
quel che non ha vergogna
nè mai ce l'avrà
quel che non ha giudizio


( qualcosa che ha a che fare con la bellezza è certamente nelle parole di questa canzone, il testo in rosso lo metterei come didascalia alla foto che hai scattato dal Valico di Chiunzi ... )

  Alessandro Castagnaro

Architettura a Napoli: "dove era e come era"!
Noi architetti italiani abbiamo sempre meno l'opportunità di progettare e costruire delle architetture nuove, in quanto in un ambiente ormai saturato, spesso di edilizia di modesta qualità, l'opportunità di esprimersi con opere pubbliche o private è un privilegio riservato a pochi. Ma talvolta assistiamo a cose inverosimili, a incongruenze e mistificazioni, nella fattispecie in campo urbanistico ed architettonico, in particolare nel Mezzogiorno d'Italia e a Napoli.


In un'area del quartiere Arenella, parte marginale dell'esteso centro storico della città, esiste una zona di risulta, un tempo occupata da un edificio ottocentesco demolito circa sessant'anni or sono. I proprietari, oggi, hanno richiesto la licenza per edificare una nuova opera. Il Comune l'ha concessa nei seguenti termini: "si rilascia permesso di costruire per un intervento di restauro e risanamento conservativo con le modalità del ripristino filologico, ai sensi dell'art. 11, comma 5 della variante generale al P.R.G. Il progetto prevede la ricostruzione a parità di volumi e superfici con muratura di tufo piena e solai in legno dei quattro livelli originari del fabbricato a destinazione residenziale con la definizione di n. 7 unità residenziali e n. 4 unità commerciali, con accessi dall'androne e dal cortile; del sistema originario dell'impianto distributivo e organizzativo costituito da androne, ballatoi, scala; del cortile che termina con una esedra ancora esistente e degli spazi a giardino; della copertura costituita da tetto non praticabile a doppia falda e solai piani; le facciate saranno ripristinate riproponendo balconi con aggetti, basamenti con bugnato di intonaco, il ridisegno dei cornicioni, delle lesene e delle modanature; le coloriture delle facciate prevedono la differenziazione dei fondi e delle modanature, gli infissi saranno in legno; l'intervento prevede, altresì, la ricostruzione della piccola cappella con accesso dalla strada costituita da un ambiente unico con soffitto a volta e copertura piana e da un locale internato; per questo edificio è previsto il ripristino del portone di ingresso, del timpano e della copertura e l'utilizzo commerciale […] ". Ma dov'è l'opera da restaurare e risanare?


Il caso, sollevato da Antonio Guizzi su alcuni quotidiani locali, è stato da me pubblicato sulla Rassegna ANIAI n. 4/05 corredato da grafici anteriori alla demolizione e di quelli del nuovo progetto approvato, praticamente coincidenti. Sul tema hanno scritto: Guizzi, Vittorio Di Pace, Francesco Buonfantino ed il sottoscritto.
Mi sembra che la vicenda ci faccia toccare il fondo del baratro. Non è possibile rinnegare la nostra identità: la società procede e avanza velocemente, mutano i linguaggi, le tecniche, le tecnologie, i materiali; non è pensabile che questo avanzare - ci piaccia o no - venga rinnegato dai nostri amministratori i quali provvedono a rilasciare un permesso di costruzione, obbligando a realizzare un falso. Molti illustri storici e critici dell'architettura hanno sempre ritenuto l'architettura lo specchio della società, tuttavia nel nostro tempo sembra che tale assunto stia venendo meno.


Lungi da me pensare che qualche collega - architetto o ingegnere - possa progettare, oggi 2006, utilizzando il lessico, i materiali e le tecniche ottocentesche, sarebbe quanto meno anacronistico. Tuttavia, pur non condividendo tale posizione potrei accettarla se esistesse una specifica ignoranza del progettista o se egli non volesse perdere una parcella da qualche committente amante del "falso". Ma non è assolutamente giustificabile che tecnici di un Comune possano far passare un progetto del genere, in questo caso ancor più grave, perché sono gli organi preposti a condizionare il falso in oggetto.
Dalle fonti più avvedute, culturalmente e scientificamente avanzate, continua ad emergere la necessità di distinguere la cultura del recupero da quella dell'innovazione, di evidenziare il nuovo rispetto all'antico e allo storico, di auspicare un confronto progettuale che tenga vivo il carattere di sperimentazione, motore di studio e ricerca per una qualità migliore, senza tuttavia trascurare gli agganci con la storia dalla quale la sperimentazione trae il bagaglio culturale di conoscenza e rispetto dell'antico. Il nuovo va evidenziato con chiarezza, senza mistificazioni: tanti sono gli esempi di architetture contemporanee ben fuse ed armonizzate in contesti storici, dal Mercato realizzato da Salvatore Bisogni nei Quartieri Spagnoli a Napoli, al complesso universitario di Giancarlo De Carlo a Urbino, dal negozio Olivetti di Carlo Scarpa a p.zza S. Marco a Venezia, alle opere di Franco Albini a quelle di Ignazio Gardella a quelle di Mario Fiorentino, per citarne solo alcune e le più note.


Beninteso non sono favorevole ad un capovolgimento della cultura del recupero per l'esclusiva cultura dell'innovazione, perché l'importante patrimonio storico-artistico, spesso lasciato in abbandono, specie a Napoli, va tutelato e salvaguardato, ma nel nostro caso l'edificio di salita Arenella, 60, angolo via Orsi, 23, come ha chiaramente espresso Antonio Guizzi è un fantasma, non esiste altro se non un contorno planimetrico.
Non realizziamo falsi!



  claudio cajati

 

Ho dato una prima occhiata al sito-blog.
MI intriga.
Sarei onorato di essere nel comitato scientifico.
Comincio a segnalare il mio ultimo libro:
Claudio Cajati, Stefano Chiarenza, Introduzione alla progettazione architettonica. Esperienze di laboratorio 2002-2004, Giannini, Napoli 2006.
Un'idea a proposito del dibattito sulla bellezza in architettura:
insegnare architettura attraverso l'analisi dei manufatti patentemente brutti, risalendo dal particolare al generale.
Che ne dici?

  giorgio giallocosta

Caro Giacomo,

Ho trovato molto interessante la voglia di incidere su quella dicotomia fra bellezza e dissoluzione (soprattutto sociale) che purtroppo attanaglia molte nostre città (e non solo Napoli, che piuttosto si configura come punta di un iceberg di un disastro molto più esteso, ancorché diversamente evidente mediante palesi rappresentazioni). Ho trovato molto interessante quella volontà, e il senso dialogico che ne emana, non certo per nobilitare la dissoluzione (o peggio), quanto invece per opporsi fattivamente a essa con atteggiamenti che, anche dalle nostre discipline, mirino a ribaltare quella primitività barbarica (insito in ogni atteggiamento di arroganza, prevaricazione, e altro, e tipico di ogni forma anti-etica e di cui mafia, camorra, ecc., rappresentano tragiche esemplificazioni, ma non univoche); allora una tale dialogismo può consistere in questo: non opporsi soltanto agli aspetti maggiormente cruenti, rozzi e impresentabili di ogni dissoluzione, ma contrapporsi a esse scavando in profondità (nelle culture, nelle motivazioni politiche, in ogni giustificazionismo e in ogni collateralismo, ancorché più o meno impresentabili e non condivisibili), e mirando in alto, contrapponendo cioè voglie di ricostruzioni di intensità maggiori alle prassi correntemente distruttive, e appunto, fin negli aspetti più minuti di proprie esplicitazioni (nelle etiche così come nelle estetiche, negli usi così come nelle appercezioni, ecc.).

Penso di chiarire meglio quanto ho tentato di esprimere ricorrendo a una citazione da Benjamin in cui lo stesso, nella postilla a L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, e contrapponendosi al manifesto di Marinetti circa l'estetica della guerra, così conclude:

"Fiat ars - pereat mundus, dice il fascismo, e, come ammette Marinetti, si aspetta dalla guerra il soddisfacimento artistico (...) L'umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell'Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim'ordine. Questo è il senso dell'estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell'arte".


Concordo inoltre che anche mediante l'architettura si possano sconfiggere i Tartari (un altro bellissimo film di Tarkowsky, in qualche modo attinente a quanto ho tentato di esprimere, e che ti segnalerei, è Nostalghia). Ma di essa, è importante assumere ogni dimensione e connotazione; ancora Benjamin: delle costruzioni (o dell'architettura) "(...) si fruisce in un duplice modo: attraverso l'uso e attraverso la percezione".

A presto

  claudio cajati

E' notte. Non mi addormento subito.
Penso a www.archigrafica.org e al degrado di Napoli.
Mi viene a mente il cantiere dello scavo archeologico di Castel Nuovo.
Una stronzata, posso osare dire.
Sarebbe interessante impostare un discorso su
ricostruzione archeologica virtuale vs scavo archeologico reale.
Se si vuol fare turismo culturale davvero, perfino nella sfortunata Napoli di IervolinoBassolino.

ora vado adormire, se ci riesco.


  pasquale belfiore

Parma, Modena e Reggio Emilia, "Festival dell'architettura". L'occhio è stanco di architetture moderne. Un delirio di forme; troppe quelle storte, da Cottolengo. Entro nel Duomo di Parma, sono le otto del mattino, non c'è nessuno. Un signore sta suonando l'organo. Scopro sulla destra nel transetto la Crocifissione di Benedetto Antelami. Provo una emozione fortissima, sensazione sempre più rara dopo quarant'anni con gli occhi dentro le forme dell'arte e dell'architettura. Vado a vedere la mostra dei disegni di Aldo Rossi nella Biblioteca Palatina, l'unica che riscatta tutto il Festival. Goethe lasciava Napoli con lo spleen nell'animo per la fioritura di limoni. Lascio Parma - siate indulgenti e passatemi l'impari correlazione con Goethe - con animo divisato: amo il moderno più moderno, ma gran parte di esso mi annoia e mi irrita.
Napoli, mostre degli "Annali dell'architettura e della città 2006". D'acchito, noia e irritazione. Fai trenta metri e vedi solo sette, otto foto giganti, vedi facce di architetti in scala 4 a 1, decine di schermi che proiettano immagini, in alcune sembra di rivedere il Folco Quilici dei documentari televisivi, sonorizzazione e allestimento di marca fieristica, inevitabili mappe urbanistiche. Pausa e recupero di senso e misura con le foto di Jodice e Basilico. Si riprende con venti progetti per alcuni tra i territori più sbrindellati e dolenti della provincia di Napoli. Ti aspetteresti proposte conformi alla terribilità dei luoghi, architetture, se non d'impegno sociale e politico, come si diceva un tempo, almeno civili. Gran parte degli autori - non tutti, invero - hanno preferito raffinati straniamenti intellettualistici, colte variazioni su temi figurativi noti, proposte tanto minimaliste da sfiorare la modestia qualitativa, ma hanno preferito anche lasciarsi andare a qualche sberleffo progettuale. Trascorse noia e irritazione, la riflessione diviene più complessa. Questa mostra - contenuti e forma, scelta dei curatori e modalità di organizzazione e svolgimento - rappresenta bene la nuova idea di architettura che le generazioni più giovani di architetti stanno praticando da qualche decennio. Si può essere perplessi o contrari, ma sarebbe un errore valutarla come tendenza evasiva di giovani architetti rampantini e di belle speranze. Sono fatti più strutturali, diffusi a livello internazionale, che hanno successo e creano consenso, sono fatti con i quali stiamo facendo e dovremo sempre più in futuro fare i conti. Ancora tutta da definire la venustas dei risultati di questi nuovi processi; più chiaro il senso della utilitas.

  alberto ferlenga

Caro Giacomo

è sempre un piacere sentirti/leggerti e constatare che non hai perso l'entusiasmo e l'energia che ben ricordavo, nel mio tempo napoletano, essere tra le poche persone non afflitte e rese inutili da ideologismi, accademismi o napoletanismi (nel senso di convenzioni soffocanti) di ogni genere.

Mi sono precipitato a guardare la tua rivista e ho trovato coraggiosi e interessanti i problemi che poni e degni di essere praticati i sentieri trasversali che come sempre cerchi di aprire tra le barriere culturali e disciplinari che ci affliggono.


Sarà facile farmi venire voglia di partecipare alla tua avventura, solo il
tempo- intendo il poco tempo che ho- può costituire un ostacolo che cercherò di superare, intanto ti abbraccio e ti ringrazio per avermi fatto conoscere la tua nuova creazione

  giacomo ricci

Sono contento perché la fila degli scritti si allunga in breve tempo. Vuol dire che, in qualche modo, abbiamo tutti voglia di parlare ancora.
La prima parte della mail di Giorgio Giallocosta, che avevo omesso perché mi sembrava troppo riferita a me, invece pone un problema molto importante. Scrive, tra l'altro, Giorgio:

"Vorrei innanzitutto ringraziarti per la stima che dimostri verso la mia persona, nonostante le mie competenze attengano ad ambiti più rigidamente tecnologici e della produzione edilizia (né posso, naturalmente, procedere ad alcuna autovalutazione in merito). Accetto comunque il tuo invito circa la rivista di architettura on-line, nelle forme che riterrai più opportune, e naturalmente (mi ripeto), nei limiti delle mie competenze e del tempo (non molto, purtroppo) che potrò dedicarci."

E pone due problemi che oggi ci assillano: il tempo, che non basta mai, e la limitazione di competenze. Per il primo credo che la formula del blog ci aiuti molto. Scriviamo come se stessimo parlando, senza troppa etichetta formale ma andando alla sostanza dei problemi proprio come in un libero conversare tra amici.


Dimensione perduta. Dimensione classica, greca, mediterranea, antica, perduta per sempre.

Dialogare seduti attorno ad un tavolo - magari dalla splendida terrazza di casa mia aperta verso il mare infinito della Costa - e sul piano del tavolo vino rosso e biscotti di limone. Una cosa che si potrebbe anche organizzare: un meeting qui in Costa d'Amalfi dedicato all'architettura che vedrebbe interessati dieci architetti (o più, magari cento, mille, diecimila, ma in questo caso non ci staremmo tutti a casa mia e credo neanche nel fantomatico auditorium di Ravello) di svariate parti d'Italia che parlano della Bellezza e dell'abisso di degrado delle nostre città. In fin dei conti fare l'architetto è anche immaginare città splendide e felici, indipendentemente dal fatto che qualcuno sia poi capace di raccogliere queste idee e realizzarle.
Il secondo problema è quello della competenza: è vero, ci hanno insegnato che nella specializzazione c'è la nostra forza. Ma poi, proprio Giorgio cita - e ne sono felice, speravo che qualcuno lo facesse visto che avevo tirato in ballo Andrei Rubliov - Nostalghia e, poi, Walter Benjamin.
Tarkovsky fu autore importante non soltanto perché ancorato con i piedi nella tradizione del grande cinema della sua terra, ma anche perché era un fine intellettuale aperto oltre i limiti asfittici del contingente, delle limitazioni che un regime stupido e balordo - soprattutto divorato dalla sua interna burocrazia - gli imponeva.
In qualche modo io penso che ciò cui oggi siamo chiamati, come intellettuali - assolutamente disorganici, sradicati, anime perdute perché manca la terra alla quale Gramsci voleva che ci si ancorasse per avere senso e funzione - è riaprire un discorso logico, una ricucitura anche se minima, microscopica, infinitesima tra le numerosissime ferite che spezzano il corpo collettivo urbano e sociale.


Da dove dobbiamo cominciare? Che cosa dobbiamo pensare? Chi dobbiamo chiamare in causa? Perché dovremmo farlo?


Ciò che mi colpisce di più del libro del momento (Roberto Saviano, Gomorra) non è quello che è scritto - cose che si sapevano, anche se non così in dettaglio e descritte con così grande, micrometrica precisione e spesso, se possibile in tanta infinita e rozza barbarie, colme di poesia - ma il fatto che lui lo abbia scritto; e non per il coraggio - che comunque è grandissimo - ma per la voglia che ha mostrato, per la determinazione, per la purezza ideologica, per il fatto di averlo fatto.
E' questo, questa voglia - la voglia di ridefinire il mondo attorno a noi, cominciando dalle piccole cose (si fa per dire) - dell'architettura e della loro estetica - che dovrebbe rinascere.
In un dialogo tranquillo, aspecialistico ma corposo - come traspare anche dalle piccole cose che ognuno scrive da Claudio che prima di andare a letto pensa a questo progetto a Pasquale che ci racconta le insulsaggini della ennesima occasione ufficiale a tutti gli altri che con piccoli passi cominciano a dire la loro.
Quello che ne risulta è un interessante pastiche, un dialogo a distanza, un flusso di coscienza.
Vediamo dove andiamo a sbarcare, "vediamo questo stupido dove vuole arrivare" direbbe Totò.
A presto

  gregorio rubino

 

Scusate il ritardo

Caro Giacomo,

Se devo dire velocemente la mia, penso che ormai siamo alla vigilia di una nuova mutazione esistenziale destinata a cambiare il mondo e con forza tale da non poter essere esorcizzata in condizioni normali. Il tuo desiderio di scendere in campo per presidiare gli spazi del bello e del buono dai Tartari in avvicinamento ti fa onore, ma ormai si combatte ad onor di bandiera. A me pare che tutto possa spiegarsi con i modelli consumistici della nostra transizione dal lavoro al tempo libero: dal "teatrino" della politica alle ballerine siliconate, dall'ecclissi del senso di legalità alla architetture virtuali etc., come del resto già si coglie dagli interventi al tuo blog. Dopo gli ultimi tentativi di fermare il mondo, ci sarà, come al solito, il moderno. Solo che a noi dell'era del lavoro - come già è avvenuto altre volte in passato - il moderno che si prepara non piace e mette ansia e questo è tutto. In Italia, ed a Napoli in particolare, il fenomeno è comunque manifesto nei suoi aspetti più deleteri, i barbari sono veramente tali e forse non fa testo. Fra monnezza, mafia e corruzione dilagante, è infatti evidente che la formula magica della nostra "demagocrazia", dove ognuno fa quello che gli pare e la Provvidenza provvede al resto, è fallita, accentuando di conseguenza la paura sul vuoto etico ed estetico della transizione.


Per il resto è come tu dici, il bello è certamente una "categoria dello spirito". Ho sempre pensato che appartenga al genere del "coraggio" di Don Abbondio: se uno non lo possiede non se lo può dare, nè può conoscerlo, descriverlo o esportarlo a terzi. Molto meglio convergere sul concetto, più accessibile, di "buona architettura", che per me rimane sempre quella rispettosa dell'ambiente, della storia, delle persone, delle regole dell'arte e della buona educazione. Lontana anni luce cioè da quel noto edonismo reaganiano che pensavamo scomparso, ma che probabilmente darà la sua impronta estetica al moderno in avvicinamento. E ormai non solo in virtù di una pessima scuola. Vogliamo spiegare, per esempio, che un'area verde non è necessariamente un vuoto architettonico e che non sempre la vecchia architettura chiede di essere imbellettata e modernizzata? In questo dunque sono d'accordo con il suggerimento di Stenti. Ma per confondere le idee anche agli specialisti, sottopongo al giudizio estetico due immagini notturne dell'uovo di Calatrava nella sua città di Valencia (Palacio de las Artes Reina Sofia), da me carpite poche settimane or sono. Calatrava è l'uomo in doppiopetto che ha catturato la luce ed intrapreso una crociata personale contro la linea retta e la forza di gravità, che me lo rendono particolarmente fascinoso. Un po' umanista ed un po' santone, sarà il primo dei moderni o l'ultimo dei modernisti? Anche gli sceriffi americani sono…belli, recita una canzoncina.

   
  giacomo ricci

Caro Claudio,

i tuoi brevi racconti sono bellissimi. Lo dico con profonda convinzione ma senza alcuna meraviglia perché l’ho sempre saputo che sei uno scrittore di razza.

Li mettiamo certamente in Archigrafica. Vorrei però concertare con te la forma.

Li mettiamo in un settore specifico (narrativa, per esempio) con un link nella prima pagina?

Vorrei insomma creare una collana di mini racconti – se sei d’accordo – ognuno con la sua copertina e i suoi diritti d’autore ben visibili.

Ci sentiamo presto.

Giacomo

PS. Sono tutti bellissimi ma quello dello zucchero mi ha letteralmente entusiasmato. Ricoprire la nostra città con questa leggerissima atmosfera da favola è quanto di più rivoluzionario (in senso buono, profondo, dissacrante ed intelligente) si possa fare.

Da un lato si porta, nel nostro sfrenato ed idiota ciclo del consumo paratelevisivo, l’esaltazione di un'immagine di Napoli alla Tarantino, una città di “plastica”, di esplosioni, di uccisioni, di dissoluzione che va in fumo ed avvelena tutti con diossina e cancro e, dall’altro, questa straordinaria visione – direi pienamente settecentesca, con l’arguzia tipica di “metropoli dei lumi” dell’abate Ferdinando Galiani - di una città immersa nello zucchero, alla faccia dei lividi “Palluccini” (artisti e intellettuali di turno che pontificano e inventano cazzate inutili ) con un popolo felice e un sindaco-sovrano-padre che più non si può che – e nemmeno tanto alla lontana – ricorda quel re lazzarone che, al di là di qualsiasi vulgata e detrazione di savoiarda memoria, è stato forse il potere meno potere che questa città ha avuto e il sovrano più complice del suo popolo, non fa niente se nel livello basso, da pescivendolo e plebeo, ma lo è stato. Ma questa è una mia particolarissima – e discutibilissima – visione della storia di Napoli assolutamente non in linea con le idee repubblicane e stataliste di oggi, anche se queste fanno acqua da tutte le parti. Penso che sia molto utile inserie direttamente La Montagna di zucchero nel blog - cosa che faccio immediatamente - e gli altri tutti nella minicollana che ti dicevo. Mi sembra un ottimo spunto, insomma, per continuare il nostro discorso, aprendolo in maniera esplicita su Napoli e il suo destino. Ti abbraccio.

  claudio cajati

La Montagna di Zucchero
di Claudio Cajati

Il sindaco portò la tazzina fumante alla bocca stanca di parlare. Fece un sorso prima che il segretario potesse fermarlo. "Ma è amaro!" protestò. E dopo una mattinata così, fra disoccupati, progetti per Bagnoli, misure per Secondigliano e attacchi dell'opposizione, pure il caffé amaro... era proprio troppo!
Il segretario si avvicinò mortificato, premuroso, rassicurante. Si affrettò a dire: "Manca lo zucchero, ma ho mandato a prenderlo a Piazza Plebiscito".
Il sindaco lo guardò fra perplesso e ironico: "A Piazza Plebiscito? E che, non ci sta un negozio più vicino?"
Il segretario gli lanciò uno sguardo allusivo. "Vi state dimenticando la Montagna..." osò suggerire.
"La montagna?" chiese il sindaco, quasi irritato. "Ma quale montagna... e che c'entrano le montagne?"
"Come, la Montagna di Zucchero!"
"Ah già, la Montagna di Zucchero... Sì, ma che c'entra con il mio caffè?"
"Beh, c'entra, perché anche noi andiamo a prendere lo zucchero lì..."
"A togliere lo zucchero dalla Montagna? A rovinare un'opera d'arte, che il popolo ci tiene tanto? Ma siete impazziti?!"
"Se volete il caffé zuccherato, non c'è altro modo..."
"E che, non lo sapete comprare in un negozio?"
"Nei negozi non ce n'è più. E' finito tutto, proprio per completare la Montagna. Ho detto che andiamo anche noi a prenderlo lì, perché ormai ci sta andando il popolo, da ogni parte della città."
"Ma mi stanno distruggendo un capolavoro! E poi chi lo sente Palluccino, quello ci ha messo un mese per progettare quella Montagna!" Il sindaco assunse un aspetto stoico: afferrò la tazza del caffé e lo trangugiò in un sorso solo. "Il caffé si può bere anche amaro" affermò con trionfale severità.
"Ma al popolo piace dolce, molto dolce...".
Per tutta risposta il sindaco corse verso l'attaccapanni, indossò il soprabito e comandò: "Subito a Piazza Plebiscito. Dobbiamo fermarli".
In piazza accorreva gente da via Toledo e da Monte Echia, da via Chiaia e dai Cavalli di Bronzo. Scorsero da lontano la gigantesca sagoma della Montagna: non era più precisamente piramidale. La larga base era profondamente erosa, e il tutto stava quasi assumendo la sagoma di una punta di freccia. Però quella punta era spuntita. Al posto della cuspide, man mano che si avvicinavano, individuarono dei ragazzi: ne avevano ricavata una piccola piattaforma da cui lanciarsi giù per l'erto profilo, e lungo il percorso grattare con la mano una manciata di zucchero. Vinceva chi ne raccoglieva di più.
Ma era alla base che il fervore di iniziative era più intenso. Ogni genere di pentole secchi boccacci scatoli venivano riempiti della preziosa polvere, e non mancavano ovviamente spintoni e litigi. Già erano spuntati dei bancarielli da cui si alzavano voci allettanti e allegre: "A vit'è amara: chi vò 'o zucchero?" oppure "'O ddoce cchiù doce sta 'ccà: 'o zucchero pe' v'arricrià" o ancora "'O zucchero è commo 'a femmena: senza nun se pò campà".
Qualche ambulante aveva sostituito le solite pizzette di strada con le graffe, che andavano a ruba, e si potevano vedere signori e signore, vecchi e giovani, con i musi golosi tutti fatti di zucchero, dal mento fino al naso.
C'era chi si era portato la tazzina di caffè, completa di cucchiaino, addirittura sotto al monumento, come se non potesse aspettare un secondo di più; chi addirittura aveva versato il caffè sulla Montagna (c'era un'intenzione estetica? Se sì, si trattava di opera d'arte effimera, visto che il dolcissimo impasto veniva subito leccato con voluttà).
Circolava anche qualche brutto figuro e qualche faccia allucinata, e non era esagerato supporre che si trattasse di spacciatori e drogati che trovavano lì, in mezzo alla confusione generale, il posto più adatto per il loro traffico di altre polverine bianche: le dosi che magari venivano occultate temporaneamente proprio sulla superficie altrettanto nivea del monumento.
Intanto la Montagna continuava a cambiare forma; assumeva una siluetta sempre più ardita e inaspettata. Il sindaco pensò che quella era la vera arte di fine millennio, l'arte della totale partecipazione. E che Palluccino, il freddo e sofisticato artista, era stato sconfitto: il popolo spontaneo ed estroverso era molto più artista di lui. Protese la mano destra in un gesto di saluto e quasi di benedizione, e cominciò solenne: "Cittadine, cittadini...". Ma fu subito interrotto. Dal popolo in tripudio si levò, secco come una schioppettata, un grido entusiastico e riconoscente: "Sinnaco, si nu zucchero!".

  giacomo ricci

(trascrivo una mail inviata ad Alessandro Castagnaro che però, penso, interessi tutti e provochi risposte)

Ho discusso un po’ con Pasquale Belfiore al telefono sulla piega che sta prendendo il blog. Pare vada bene anche se Pasquale mi fa delle critiche: ma si tratta di appunti sulla mia visione dell’architettura, forse troppo legata ad una realtà preindustriale e negatrice del “moderno”.

Non nego il moderno ma le sue conseguenze. Il moderno mi è sempre piaciuto, proprio sotto il profilo estetico: l'albero di Mondrian, l'uomo con la mano alzata di Le Corbusier, le case-caverna di Finsterlin, la raffinatezza di Mies, il neoespressionismo spinto e visionario di Gehry e chi più ne ha ne metta. Come non nego il cemento anche se, istintivamente, ne ho terrore per quello che può permettere e ha permesso in tante, troppe (stavo per dire tutte ma avrei detto una bugia) occasioni.

Contro il futurismo, ad esempio, non ho nulla, almeno sul piano teorico tranne che non potrei astenermi dal fare moltissime obiezioni sul suo interventismo nella Grande guerra. Solo che mi chiedo: perché oggi dovremmo ancora esaltare la velocità quando stiamo comprendendo che non vale la pena correre, correre e correre ancora? Non dovremmo, al contrario, trovare il tempo per sederci e riflettere un po’ di più sulla nostra condizione e sulle conseguenze della velocità?

Ho insomma l’impressione che tutta questa nostra democrazia, tutte le conquiste del moderno – al di là delle lodevolissime buone intenzioni dei padri fondatori dell’architettura contemporanea, Le Corbusier in testa – ci abbiano condotto in un pasticcio senza fine e, soprattutto, abbiano fornito un grossissimo alibi a quello che mi sembra il vero scopo del cuore della democrazia contemporanea, che poi si chiama "libero mercato": non sancire i diritti dell’uomo, come nella famosa dichiarazione postrivoluzione, ma preparare un favorevolissimo terreno per il consumo. Siamo liberi, sì, ma di consumare, di andare con la famiglia nei supermarket superaccessoriati portandoci i ragazzini in carrozzella come se stessimo passeggiando per Via Caracciolo all'aria di mare, di intrupparci con le auto in fila per i luoghi di vacanza, di spendere qualche soldino in più per Natale, di consumare.

Non riesco a non collegare tra loro questa visione della vita e i grandissimi condomini che discendono direttamente dalla macchina per abitare di corbusiana fondazione.

Che suggerisce, ad esempio un edificio come quello della Stella Polare (nei pressi del parcheggio Brin Napoli) se non questa visione di una mediocrità democratica intruppata per il ciclo lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo-lavoro-consumo e così via all’infinito? Quelle lunghe teorie di finestre e balconcini tutti uguali, interminabili, non ricordano le auto in fila, e le barche nel mare nel mese di agosto, tanto numerose che, nel mare, non c'è più spazio neanche per i pesci ?

Venezia, quando ci sono stato poco tempo fa, mi è appara ancora più bella che in passato ma ho dovuto fare molta fatica per rintracciarla, nei pressi del Ponte di Rialto, sotto le infinite incrostazioni di paccottiglia per turisti, bancarelle, mascherine di plastica, gioielli falsi, orpelli inutili messi lì a bella posta per turisti distratti, grossolani e ignoranti. Tutto in attesa dei prossimi cinesi che, come le cavallette in mutazione, divoreranno tutto, anche la terra sporca di petrolio e le buste di plastica delle discariche. Altro che piaghe bibliche!

Insomma tra la casa unifamiliare isolata con giardinetto e orticello (spaziando dalla Danimarca, all'Olanda fino ad arrivare alla casa di Paperino) e il transatlantico corbusiano arenato a terra (sia a Marsiglia o a Secondigliano ha poca importanza) ci sarà pure uno spazio per la mediazione logica e razionale di una casa ripetibile ma non in maniera ossessiva, moderna ma non alienata e asettica, tecnologica ma non ipertecnologica alla Tatì o imbottita come quella che attraversa Peter Sellers in Hollywod Party?

Noi architetti, oggi dopo il fiasco del moderno, che città pensiamo, al di là dei vari Centri Direzionali - come quello di Napoli - e delle sculture-architetture di Gehry o Tadao Hando? Riusciamo a pensare una città a misura di corpo e di mente? Perchè diciamo - e l'ho sentito non più tardi di ieri da Pasquale Belfiore - che la città medievale è bella? In che consiste la sua bellezza urbana? Negli spazi ristretti, in quella che Filiberto Menna chiamava "urbanistica labirintica", nei materiali dei paramenti murari, nei solai in legno e a volta affrescati, nelle grandi cattedrali che si aprono alla vista improvvise sbucando da strettissimi vicoli, nelle torri di guardia e le mura che, come dice Assunto, non servono più da difesa ma sanciscono la fine della città e l'inizio della Natura?

A presto risentirci


   
     
  maurizio zenga

Caro Giacomo,

come sai, apprezzo molto l'opera di Erri De Luca e penso che sia una gran bella testa di pensatore napoletano ( anzi, di "napolide"…)
Leggevo ieri sera, prima di addormentarmi un brano dal suo In nome della madre e, quasi automaticamente, ne è scaturita una riflessione collegata a ciò che stiamo dibattendo allegramente sul tuo blog , ti riporto il brano integralmente:

" Mi piace pure quando la luna passa in faccia al sole e lo spegne in pieno giorno. In terra si fa una pace agghiacciante, si fermano pure le formiche. In quel momento nessuno ruba, nessuno ammazza, nessuno muore. Per un minuto il mondo è costretto a comportarsi bene, parlare a bassa voce."

E poi la mia riflessione:

La bellezza dell'architettura si manifesta anche nella capacità di coniugare, sovrapporre, la luce e il buio, la notte e il giorno, il pieno e il vuoto in modo da sorprendere e affascinare il mondo, la gente che ci vive dentro. A volte, la "bella architettura", ci riesce al punto da provocare una "pace schiacciante", nella quale "nessuno ruba, nessuno ammazza, nessuno muore e nella quale il mondo è costretto a comportarsi bene e a parlare a bassa voce".
Una "bella architettura" potrebbe forse definirsi quella capace di creare questa condizione, una sorta di "eclissi" costante che, in ogni momento solleciti l'uomo a dare sfogo, "spazio" alla propria spiritualità, nella pace e nel silenzio, sorprendendolo.
Del resto non è difficile osservare il contrario a conferma di quanto detto: dove c'è una società umana che uccide, che ruba, che urla, che non trova pace e che muore, c'è sempre una brutta architettura o non c'è affatto.
Come se la definizione di bellezza in architettura possa in qualche modo prescindere da parametri estetici ma abbia invece a che fare, essenzialmente, con una intuizione poetica, artistica, del Creatore - architetto che si rivolge al cuore dell'uomo, prima che al cervello, chiedendogli attenzione.

( avrei voluto intitolare questo pezzettino estemporaneo: "…Professò…!? Permettete?...
Un pensiero poetico…". Ti ricordi il poeta - intellettuale napoletano nel film di Luciano de Crescenzo? )

P.S. Ho trovato bellissimo il racconto di Cajati . Prova a dare una occhiata al blog di Beppe Grillo che crea un file PDF una volta alla settimana, stampabile, con le cose migliori ricevute. Una bella idea per leggere con un pezzo di carta in mano…Chi vuole se lo scarica e legge in poltrona.

Un abbraccio,

Maurizio

Ti allego una foto della Facoltà di Architettura di Palermo che mi sembra possa accompagnare bene questo testo ( tu dirai: ma perché?...Boh. Non lo so, mi pare che vada bene… )

  giacomo ricci

ed ecco un altro racconto di Claudio che mi sembra molto in carattere con quanto accade in Campania

L'idea di fare un pdf di quanto fatto finora mi sembra eccellente anche perchè, per motivi tecnici devo mettere una fine a questa pagina che diventa troppo lunga ed ingestibile per chi la manipola e per chi la legge. Creerò, a stretto giro un archivio delle pagine pregresse ed inaugureremo pagine nuove. Magari aggiustando il tiro a poco alla volta anche sugli argomenti. Sembra che l'argomento sia l'architettura moderna, l'orrore del cemento, l'esaltazione del grattacielo, in altre parole modernizzare o non modernizzare? E ha senso questa domanda?

per il momento riflettiamo sulla monnezza campana e il Vesuvio. Le due cose sembrano avere qualche rapporto. Ma leggiamo:

  claudio cajati

Munnezzator Vesevo

26 febbraio
Comincia qui il taccuino di bordo del mio viaggio verso il Vesuvio. Ma non pensate ad una nave da crociera, o ad un'auto lussuosa. Io sono, per la breve durata di questo primo lavoro a termine, un semplice autista di tir. Uno di quelli che debbono andare a prendere l'immondizia che laggiù, in Campania, non sanno più dove ficcare; che tutti, sindaci e popolazioni, rifiutano. E portarla in Emilia Romagna, che poi è la mia regione.
Ma se questo è l'ingrato e volgare contenuto delle mie mansioni, si tratta pur sempre di un viaggio, di una vacanza, di un itinerario turistico, a suo modo, fra i paesi che si aggrappano alle falde del gigantesco vulcano. Già: il mitico Vesuvio. Uno spettacolo che saprò ammirare e confrontare con le mie letture scolastiche e universitarie: perché ho studiato, io, anche se ora mi adatto a questo lavoraccio temporaneo, e so di Plinio, di Goethe, di Leopardi e di tutto quanto la cultura degli uomini ha costruito, oltre alle case abusive, attorno al famoso vulcano.
Dicono che le abbiano costruite, le case abusive voglio dire, per sfrenato individualismo, per incoscienza, per mancanza di cultura e di spirito civico, perché dal tempo della vittoria della plebe sui giacobini questa sarebbe terra di volgo becero e camorra trionfante. Io credo che ci sia piuttosto il gusto della sfida, che è proprio di questo popolo coraggioso. Sfidare il vulcano che gli studiosi assicurano essere ancora attivo, anche se dal '44 sembra spento. Morto o piombato in un letargo profondo. E loro, i napoletani, o vanno a sfruculià.


28 febbraio
Chiuso in questo angusto abitacolo, incollato al posto di guida, posso solo sognarle le passeggiate che mi piacerebbe fare attorno e sopra al Vesuvio. Andrei a cogliere le ginestre, per esempio. Le ginestre che seppero scatenare la potenza poetica di Leopardi. E così magari entrare in un labile contatto con lui. Anche se non condivido il suo pessimismo: questo mondo immerso nell'immondizia, di cui qui ho un lampante esempio, non è poi tanto immondo. Noi, che con i nostri camion la portiamo via, l'immondizia, restituiremo questa terra del fuoco al suo antico nitore mediterraneo, alle vette culturali di Plinio, di Goethe, della Serao, di Emily Dickinson: intellettuali e poeti dal naso fino cui troppo dispiacerebbero i miasmi dei rifiuti, accumulati in sconci coacervi e lasciati a putrefare e fermentare per giorni e giorni prima che si riesca ad imballarli, trasferirli, scaricarli, sottrarli finalmente alla vista e all'olfatto.


3 marzo
La munnezza traboccante, trionfante, protagonista assoluta, mette in pericolo il turismo. E, oltre che terra del fuoco, quella vesuviana è terra di turismo. Paesi che vivono di questo, come Sorrento, vedono cancellate una dopo l'altra le prenotazioni. La stagione rischia di essere un grande flop, anche grazie agli amici inglesi che nei loro tabloid scandalistici non perdono l'occasione per dipingere un quadro in cui l'emergenza rifiuti assume i contorni dell'apocalisse.
E noi, camionisti della munnezza (ma non 'a munnezza dei camionisti!), dobbiamo fare pulizia perché i signori turisti si possano godere tutto quello che c'è da godersi qui, sole paesaggi vini manicaretti. Noi dobbiamo faticare perché loro possano riposarsi divagarsi divertirsi. Ma il Vesuvio non è solo per loro, il Vesuvio è di tutti, anche dei proletari dell'immondizia, anche mio.
Così mi sono deciso al grande passo. Tutto il giorno a guidare, culo schiacciato sul sedile, mani attente sul volante e sul cambio, sguardo fisso alla strada. Ma la sera tardi, prima di andare a cogliere il meritato riposo, una energica doccia per tornare profumato, e via vagabondando alle falde del gigante senza pennacchio. Dopo molti tentativi ho trovato un bar, con i tavolini all'aperto, che non si fa preferire tanto per il buon caffè e per le belle ragazze quanto perché da lì posso contemplare il mio Vesuvio. O meglio immaginarlo, ricostruirlo. Di giorno lo vedo bene, con la sua sagoma essenziale e poderosa, il suo colorito severo eppure amichevole; la sera tardi, invece, il buio se lo mangia. Ma io so ricordare il suo bel profilo e, nell'illusione che non ci sia e nella certezza che invece c'è, ritrovo una pace, una serenità, una consolazione che contrasta singolarmente con gli affanni diurni dell'emergenza rifiuti.


5 marzo
Questa sera me la sono vista brutta. Hanno preso il mio autocarro per uno di quelli che dovevano scaricare i rifiuti fra Napoli e Caserta, in località Maruzzella di San Tammaro. Loro viaggiavano in colonna, di sera tardi, scortati dalla polizia, per riuscire a sversare nella discarica nonostante i blocchi che amministratori e cittadini delle zone coinvolte avevano approntato. Ci siamo incrociati casualmente: io, dopo un'ultima occhiata alla mia passione, il gigante ondulato che di notte fa anche più impressione, mi avviavo verso l'imbocco dell'autostrada per prendere la via del nord; loro stavano decidendo il percorso più imprevedibile per sviare i dimostranti in agguato nei paraggi. All'improvviso siamo stati circondati da una folla compatta, sbucata chissà da dove, vociante, scatenata, armata addirittura di bastoni e spranghe, che ci ha attaccato come un esercito ben addestrato.
Avessero avuto modo di riflettere, si sarebbero accorti che il mio camion era diverso, con la targa di un'altra regione. Ma non si poteva certo pretendere tanto da gente esasperata da settimane di assedio puzzolente. (Bisogna considerare anche che questi napoletani, e tutti i campani in generale, sono assai fini di naso oltre che sensibili di palato: terribile per loro essere costretti a gustare i proverbiali manicaretti locali, immersi nel fetore di tante putrefazioni!)


8 marzo
La situazione si va facendo esplosiva: i magistrati si premurano di impicciarsi chiudendo e sigillando discariche; il popolo dei residenti vesuviani si prepara alla resistenza inoltrata, guidato da sindaci e politici alla ricerca di facili guadagni demagogici. Tutti, come in un accordo sciagurato, collaborano ad intralciare il già deficitario smaltimento dei rifiuti. La camorra intanto studia, preme e si organizza per mettere le mani su un business tanto appetitoso.
Oggi dovrebbe essere solo festa, la festa delle donne. Ma la vera protagonista è sempre lei, la munnezza. Il giallo allegro, il profumo penetrante delle mimose sono sopraffatti dalle policromie occasionali e scoordinate dei mucchi d'immondizia, dall'olezzo che si spande dappertutto e mette in crisi il goffo romanticismo dei maschi, rende meno dolci i baci, meno eccitante l'odore dei corpi abbracciati. Stende su ogni poesia il velo prosaico di un monito: siete rifiuti che producono rifiuti!
Ho pensato all'improvviso: E se il Vesuvio si svegliasse di nuovo? La lava sicuramente avrebbe la forza di liberarci da questa emergenza… Che odore ha la munnezza bruciata dalla lava? Che odore ha la lava stessa mentre cola lenta ma inarrestabile dalle falde del vulcano? Gli abitanti di Pompei ed Ercolano in fuga erano atterriti anche dal suo odore?
Domande difficili, o forse assurde, a cui cerco una risposta. Ma il Vesuvio non risponde; sta a guardare, sprezzante e sornione, e non si spreca più nemmeno a cacciare il pennacchio.


10 marzo
Domani è l'ultimo giorno del mio lavoro. Dovrei tornarmene a Bologna, troncare le mie esplorazioni vesuviane. Sento che ancora molti sono i segreti che il vulcano mi nasconde; che nel suo sonnecchiare indolente, dall'alto della sua mole, prepara qualche formidabile sorpresa. Per me, per i napoletani, per il mondo.
Sì, avrei dovuto tornarmene a casa. Ma ho cercato di rimanere. A fare lo stesso lavoro, con un altro datore di lavoro, dal nome risaputo e terribile: camorra! Non ho avuto bisogno di prendere contatti con loro e offrirmi. Sono stati loro stessi a cooptarmi, come se mi avessero letto nel pensiero. Lo hanno fatto in maniera apparentemente camuffata, in effetti spavalda ed esplicita. Io ho avanzato, timidamente, un'obiezione: i controlli sempre più severi e numerosi sulle discariche abusive. Come cautelarci e farla franca? La risposta è stata un prepotente ghigno furbesco, come di chi abbia un asso incredibile nella manica.
Per farla breve, l'asso era, nientemeno, proprio il Vesuvio. Ma non le sue pendici, su cui sempre si rinnovano le discariche abusive che erano state scoperte e bloccate. No, quelle ormai, nel nuovo clima di legalità esasperata, erano bruciate. No, si trattava del cratere! E già, perché loro, i camorristi, hanno una logica elementare, una disinvolta incoscienza ambientale. Per loro il Vesuvio, in quanto vulcano ancora attivo, è potenzialmente un inceneritore ottimale. E poi, quale Autorità del cosiddetto Stato o della fantomatica Regione potrebbe mai protestare per dei rifiuti che scompaiono alla vista, gentilmente fagocitati dalle fauci del gigante disponibile? E il Vesuvio non ha politici e sindaco a presidiarlo.
Non so come ho potuto accettare una simile proposta. E non tanto per il coinvolgimento con la camorra, quanto per l'offesa inaudita portata al vulcano. Lo facevo per l'esigenza di continuare a guadagnare? Non credo. E allora come potevo io, proprio io, farmi complice di un tale affronto ecologico all'Essere - perché per me il Vesuvio era un essere vivente - che dicevo di ammirare e rispettare?
Non ho saputo darmi una risposta ragionevole. Credo che mi abbia eccitato e piegato l'idea della sfida, l'idea di partecipare a questa sfida contro il Gigante: tanto, lui alla fine avrebbe vinto, ed io avrei gioito della sua vittoria, ne ero sicuro. Ma non sono riuscito ad immaginare quale potrebbe essere la sua vittoriosa vendetta.


11 marzo
Stamattina siamo andati in esplorazione per scegliere il percorso migliore, quello che ci conduca all'agognato cratere nel minor tempo, ma al tempo stesso con pendenze accettabili e aggirando tutti i controlli. Una fila di dieci automezzi, tutti del clan Altieri, quello che qui comanda nel settore dell'ecomafia. E io in testa alla carovana, con il nuovo camion (quello di prima l'ho dovuto riportare al mio padroncino a Bologna). Ordinati e incolonnati, come un piccolo esercito diligente, ci siamo inerpicati lungo l'immane corpo del vulcano. Stridore di freni, sgommate nervose, curve strette, rombi di motori affaticati, nulla ha potuto scuoterlo dal suo sonno. I camion puzzavano di residui di rifiuti ma, man mano che ci addentravamo nella vegetazione, un concerto di profumi festosi, esaltato dai primi tepori che annunciano la primavera imminente, prevaleva sull'olezzo inseparabile da ogni civiltà consumistica.
Dovevo fare attenzione alla guida, a memorizzare il percorso. Altrimenti, dimentico del terribile pasticcio in cui mi ero cacciato, mi sarei abbandonato come un qualsiasi turista spensierato e godereccio. Come mi sarebbe piaciuto lasciare la cabina di guida e andare in cerca di orchidee selvatiche, rincorrere le coloratissime farfalle della flora mediterranea, scovare il topo quercino, il coniglio e lo scoiattolo, appostarmi per vedere tornare ai loro nidi le poiane, i gheppi, i corvi imperiali, le cince more. Invece procedevamo risoluti nei nostri mostri metallici, arrampicandoci come animali artificiali.
Finalmente siamo giunti in cima. Gli altri si sono messi a valutare le manovre da fare, ai margini del cratere, per riversare i rifiuti senza caderci dentro anche noi con tutti i camion. Io invece cercavo di auscultare, se mai era possibile, l'interno del gigante. Come se il magma potesse dare un segno della sua presenza. Ma era solo il mio istinto, l'impulso ad entrare più profondamente in contatto con il vulcano. Quasi che me lo volessi ingraziare, lo volessi rabbonire, lo volessi pregare di perdonarci per quello che stavamo per fargli, scusarmi e ringraziarlo: lui sarebbe stato il salvatore delle popolazioni vesuviane, lui ci avrebbe liberato, con il suo sacrificio, dall'assedio mefitico dell'immondizia.
Da là sopra come sembrava lontana piccola insignificante la tragicommedia della munnezza traboccante! Il Vesuvio poteva guardare con ironia e disprezzo le miserevoli cose umane. E noi, con criminale incoscienza, andavamo a buttargliele dentro.


12 marzo
Stanotte ho dormito poco e niente. Non riuscivo a perdonarmi la mia complicità in questa sciagurata iniziativa. Ogni tanto, vinto dalla stanchezza, mi appisolavo e subito il Vulcano si rivolgeva a me, mi sembrava che si animasse come mostro umanoide e avesse occhi per fulminarmi, mani pronte a strozzarmi, la bocca sul punto di sputarmi addosso fiotti di lava. Dal suo immane ventre usciva un borbottio sempre più forte e minaccioso, e dentro di quello una voce lontana ma potente gridava il mio nome e mi ammoniva a non osare… Nel dormiveglia, vaneggiando, immaginavo di mollare tutto e tornarmene al nord. Ma la camorra, si sa, non ammette defezioni.


14 marzo
Stamattina abbiamo fatto il primo viaggio dell'Operazione Cratere. Siamo partiti all'alba, ma non è stato duro alzarmi così presto. Ero sveglio già da parecchio, eccitato e spaventato al tempo stesso per quello che stavamo per fare. Ho visto il capo carovana molto tranquillo, come se non ci fosse nessun pericolo di essere intercettati dalle forze dell'ordine, come se tutti fossero stati avvertiti, anche nel senso pesante della parola.
Prima di inerpicarci sulle pendici del Vesuvio, ho guardato ancora una volta la sua silhouette elegante, che sarebbe femminea e sensuale se non fosse per la sua mole poderosa. Mi è venuto l'impulso di chiedergli scusa, come fanno i cacciatori di alcune tribù con gli animali che si accingono ad uccidere.
Questa volta la scalata al vulcano è stata più ardua, più lenta. Eravamo carichi zeppi di munnezza, e la munnezza pesa oltre che puzzare. Abbiamo scaricato, scaricato, scaricato. Tonnellate di rifiuti che scomparivano nella grandissima bocca. Mi è venuto di pensare che sotto quella bocca ci fosse una gola, uno stomaco, delle viscere. Come se davvero, non solo nella mia fantasia aberrante, il Vesuvio fosse un essere vivente, un essere sensibile.


16 marzo
E' troppo spudorata, troppo azzardata, questa sfida al grande vulcano. Sento che non la polizia, i carabinieri o le guardie forestali, ma lui stesso ci fermerà. E ne sarò coinvolto drammaticamente, forse tragicamente. Torna a ossessionarmi e solleticarmi l'idea di scapparmene a Bologna, l'idea che sia onorevole, necessario, possibile. Potrei battermela di notte, aummo aummo, come dicono qui. Ma qui sanno anche come venirti a prendere dovunque tu sia andato a rifugiarti, sanno sempre il tuo indirizzo. E allora sul Vesuvio ci tornerei non più alla guida del camion, bensì dietro, coricato e ben mescolato ai rifiuti, da riversare assieme a tutto il resto nel cratere. Solo un altro tipo di immondizia per loro: immondizia con la bocca definitivamente chiusa. E, in verità, a questa conoscenza così diretta, così profonda con il vulcano, proprio non ci tengo.


19 marzo
Il Vesuvio è davvero un gigante buono? Davvero può continuare a subire, indefinitamente, di essere trasformato nella più grande e inconsueta discarica nella storia dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani?
A paragone dell'immondizia molteplice e disordinata, polimorfa e sconcia, che gli scarichiamo nella bocca, mi sembra ancora più nobile ed essenziale il suo profilo curvo che si staglia intatto contro tutti i cieli, azzurri variabili o nuvolosi, che si erge imperterrito contro le diffuse miserie con cui gli uomini si affannano quotidianamente attorno e sopra di lui. Fermo nella sua dignità in tutto questo movimento indegno.
A sera, per quanto stanco dei molti viaggi col camion, vado a sedermi di nuovo al mio bar preferito. A indovinare di nuovo la sagoma immane che scompare eppure c'è. A farmi qualche bicchiere di più, di Lacryma Christi o di Falanghina, per affogare il rimorso, la coscienza delle mie incredibili colpe ecologiche.
E mi addormento, mezzo fatto a vino, mormorando "Scusa, Vesuvio, scusa…".


21 marzo
Stamattina è successo tutto. Tutto a un tratto. Senza preavviso e con forza furibonda. Avevamo scaricato ancora una volta tonnellate di immondizia: nella bocca larghissima e generosa che sembrava incassare con infinita pazienza l'oltraggio fetido degli uomini. Eravamo scesi di nuovo fino alle falde quando la terra, i camion, noi, abbiamo cominciato a tremare. Un sinistro brontolio crescente ci ha presi alle spalle. Ci siamo girati verso la vetta e abbiamo capito che era lui. Che era tornato alla sua vera natura, e noi l'avevamo aiutato.
Come un enorme gigante adirato, vomitava fuori lava e immondizia. Su noi, prima di tutto, rintanati nei nostri abitacoli metallici, atterriti al punto da non riuscire nemmeno a premere l'acceleratore a tavoletta. E poi sui paesi vesuviani, sciaguratamente aggrappati alle sue pendici, e infine su tutta Napoli. Un immane ombrello di magma rossastro, punteggiato di ogni genere di puzzolenti proiettili roventi.
Ho pensato - chissà come vengono, proprio in momenti così delicati, associazioni mentali del genere - alla scena finale di Zabriskie Point. Ma non era un film, noi ci stavamo dentro.
Il gigante sputacchiava e sputacchiava, con rinnovata rabbia, munnezza incandescente. Finalmente si liberava, della lava accumulata, di tutta la fetenzia vesuviana.
Poi lentamente, ma molto lentamente, si quietava. E tornava soddisfatto ad appisolarsi, a riprendere il suo profondo letargo sdegnoso.

  giacomo ricci

Laura Canuti si è laureata da poco a Pescara con una bella tesi sui caffè storici e il progetto di un caffè in Lanciano. L'intervento che propopne è pieno di freschezza e semplicità che merita di essere letto anche perchè, come vedremo, dello stesso argomento si occupa, con altra malizia, Claudio Cajati. I due, naturalmente non sanno nulla l'uno dell'intervento dell'altro.

  laura Canuti

fine settimana ad Assisi


Questo fine settimana ho avuto l’occasione di visitare Assisi che avevo visto solo un’altra volta, alla tenera età di tredici anni, durante una gita organizzata dalla scuola media che frequentavo.
E’ inutile dire quanto poco potessero interessare ad una ragazzina così giovane quale ero io le bellezze architettoniche del luogo, il nostro interesse (mi permetto di parlare anche per gli altri miei compagni di allora) era unicamente quello di scoprire a quale ragazza spettasse il bacio del più carino della classe o di vedere chi fosse più bravo a fare l’imitazione della professoressa di italiano (colgo l’occasione per ricordarla con grande affetto e stima…)
Il ricordo di quei pochi giorni è ovviamente molto vago.
Visitare oggi Assisi, al contrario, mi ha regalato un’emozione indimenticabile.
Probabilmente la nebbia a contribuito a rendere ancora più suggestivo il posto, ma ciò che ha impressionato oltre ai miei occhi il mio spirito è stata la Basilica di San Francesco, il che può sembrare banale e scontato, ma io non credo sia così.
Per gustare questa architettura nella sua interezza io consiglio di visitarla partendo dalla Basilica Superiore, per poi proseguire in quella Inferiore, fino a perdersi nella grandiosa semplicità del sepolcro in cui sono custodite le spoglie del santo.
E’ proprio in quest’ultimo luogo che ho fatto fatica a trattenere le lacrime e ad impedire che le mie gambe cedessero.
Lì, al centro di una struttura imponente quale è la Basilica, è custodita l’arca di pietra con i resti mortali del santo; tomba severa e disadorna che tutto sostiene e a cui tutto si rivolge: l’intera cittadina e lo spirito, intriso di bellezza e di fede, dei pellegrini.
Ma cosa può esserci di bello in un “sasso”?
C’è il significato stesso dell’esistenza di un uomo.
Allora per me la bellezza è anche questo…
E’ alzare lo sguardo per vedere gli affreschi della Basilica Superiore e dialogare con Giotto; immaginare quanto possa essere stato terrificante vedere alcune delle vele staccarsi e precipitare a terra a causa del terremoto e poi ancora ammirare con soddisfazione i risultati del loro restauro.
E’ riempirsi gli occhi con i colori delle vetrate che ti insegnano le sfumature della vita.
E’ scendere nella Basilica Inferiore e sentirsi abbracciati dalle crociere che sembrano bramare la terra a discapito delle massicce basi che le sorreggono.
E’ liberare lo spirito nel silenzio di un sepolcro e sperare che abbia la forza per ritornare nel proprio corpo.
E’ pensare di aver ricevuto quel mantello, di aver bagnato le labbra con quell’acqua miracolosamente sgorgata da una pietra, di aver cantato con gli uccelli…
Ciò che è bello si insinua nella carne, graffia il cuore e la mente, fa sorridere lo spirito.
Allontanandomi dalla Basilica, che vedevo svanire in mezzo alla nebbia, mi sono sentita semplicemente…felice.
Ho poi continuato a passeggiare per le vie di Assisi anch’esse particolarmente suggestive a parte la miriade di negozietti carichi di immagini sacre, collane con Tau di varie forme e grandezza che non posso fare a meno di paragonare ai
carciofi, alle patate e alle cipolle da lei citate in una mail che ho letto sul sito di archigrafica e che non aiutano certo a “coltivare lo spirito”.
E penso allora a padre Pio e a come gli uomini siano riusciti a ridurre la bellezza e la semplicità di quest’uomo ad un “mercato dell’anima”, a idolatrare il Dio Denaro nascondendolo sotto le finte spoglie di una fede e soprattutto di un modo di intendere la propria vita che con esso non aveva alcun legame.
San Francesco rinunciò a tutti i beni terreni e consacrò la sua esistenza alla “bellezza della fede di Dio” e Padre Pio si vestiva con una tonaca rattoppata, portava ai piedi miseri sandali e viveva in una stanza umile e spoglia.


  giacomo ricci

ed ecco il racconto di Claudio Cajati

  Claudio Cajati

La zanzara di Francesco


Il fiume era ormai vicino, a pochi passi sotto il dirupo. Come ad ogni tramonto, giunto lì, il giovane uomo dai glauchi occhi sinceri si sarebbe tolto finalmente il pesante saio puzzolente. E lei avrebbe avuto un intero corpo a disposizione: non più solo la faccia bruciata dal sole, le mani dai gesti lenti e amorosi, i piedi teneri costretti in rozzi sandali. Avrebbe potuto ancora una volta scegliere. Senza fretta, tenendo a bada la smania di affondare al più presto il minuscolo fioretto. Ripetere la minuziosa trasvolata, sullo sterminato territorio di carne rosea, per propiziare la succhiatina più gustosa.
E volava, leggera di eccitazione e di voglia, sopra la testa liscia dell'uomo. Altri giovanotti, intorno a lui a corona, assieme saltellavano allegri e sicuri, indifferenti alle insidie del dirupo scosceso. Presto si sarebbero liberati del peso e del fetore della veste. Ma lei volava solo sopra di lui. Il suo preferito. Il suo Francesco.
Francesco si tolse il saio con un gesto deciso, eppure gentile. Come se anche il saio che si apprestava a lavare nel fiumicello fosse uno dei suoi tanti fratelli. E lei, confusa da tutto quel bendiddio, stette qualche secondo irresoluta. Sospesa nel buio che scendeva complice, a contemplare la distesa morbida che profumava di innocenza. Il sangue dei giusti è un'altra cosa - pensò - di una dolcezza che non la puoi raccontare, che chi non l'ha succhiato non può immaginare. E, assorta per un istante in questa riflessione, assaporò mentalmente la bella impresa che ancora una volta la attendeva.
I giovani frati, ignudi tutti e senza vergogna alcuna, stavano inginocchiati a bordo del fiumicello. Le schiene si piegavano ritmicamente nel gesto che accompagnava le mani, intente a sfregare la stoffa intrisa di sudore nella limpida sorella acqua.
D'improvviso, il ronzio esagerato per la troppa eccitazione e la picchiata a capofitto. Il minuscolo fioretto pronto a penetrare la pelle sull'orlo dell'ombelico.
Francesco si girò appena. Le mani smisero di stropicciare il bordo della veste grondante. Stava per dire, forse (era perfino prevedibile), qualcosa come: "Sorella zanzara, più assetata del solito stasera?" Ma fu preceduto ed interrotto.
"Frate Francesco" - gridò un giovinetto dalla voce immatura - "c'è una zanzara... Una sorella zanzara" - si corresse subito - "che sta per succhiarti il sangue!"
Il lento sorriso di Francesco sembrava quasi di godimento. Accompagnò un guizzo di rimprovero nello sguardo.
"La conosco, frate Celestino, la conosco bene" - la voce rassicurante sembrò venire dalla lontananza di un'intimità affettuosa - "mi accompagna e mi sugge il sangue ogni giorno, dal tramonto alla notte..."
Frate Celestino non poté trattenersi. Cominciò a scrutargli il corpo alla ricerca delle bolle. Bolle che non c'erano.
"Ma, Frate Francesco, com'è che...?" - E non ebbe cuore di completare: "...non vi grattate mai?"
Francesco ricompose l'interruzione come se non avesse percepito la sua voce:
"... Dal tramonto alla notte, finché è sazia. E allora mi vola in testa, mi si posa sulla chierica, la notte mi fa compagnia, la mattina di nuovo sulla nostra strada mi segue. Fedele e riconoscente. Perfino attenta ai nostri discorsi, credo, toccata dalla parola di pace, di fratellanza, di amore. Sorella zanzara che da noi sa prendere il meglio, che non succhia solo sangue, che anche d'altro sa nutrirsi."
E così dicendo, finì di strizzare il saio, lo indossò con gesto semplice. Assieme a tutti gli altri fratelli, di nuovo vestiti, di nuovo puliti, si avviò in compagnia della piccola zanzara.
Gli ultimi raggi solari, come ogni giorno, si fecero in un istante ardenti per asciugare loro le vesti.

  giacomo ricci

Una specie di riassunto-punto

 

Come chi ci segue si sarà accorto, sembra ci sia stata, nel dialogo, una battuta d'arresto. In realtà il dialogo non si è mai fermato. Ci sono state - ed era ora! - delle contraddizioni. Qualcuno ha criticato, non ha apprezzato, qualche altro si è incazzato, qualcuno a sentenziato, altri molto saggiamente hanno fatto pochissimi commenti non privi di una punta di saggezza con qualche accento sardonico, qualcuno a filosofeggiato. Proprio come nella migliore delle riunioni universitarie di una volta. Mettere insieme tante persone che sono lontane, che non si conoscono o che, da tempo, non usavano dialogare tra loro non è cosa facile. Anche perché ognuno si aspetta cose diverse, la vede in modo diverso. Ed è giusto che sia così, anzi questa diversità-contrasto (si diveva una volta "dialettica") costituisce il vero sale della discussione. Costituisce il vero motivo del Blog e di ArchigraficA.

Riassumo in breve.

Pasquale Belfiore mi ha scritto dicendo, tra l'altro, che, a suo parere, "il blog ha preso una vecchia piega, come quelle plissettate che ornavano le gonne delle fanciulle della nostra età e che facevano dannare le stiratrici." La piega vecchia, a suo modo di vedere, è costituita dall'inserimento "non omogeneo" di alcuni interventi che generano, per l'appunto, delle pieghe del discorso. La freschezza, lui afferma, rischia sempre di essere banalità e consentirla, come ho fatto io, può trasformarsi in vero e proprio "infortunio editoriale", con orride scivolate in uno stile alla Carolina Invernizio. Come pure eccedere nel narrativo può dare luogo ad incomprensioni, debolezze del discorso che deve mantenere una sua coerenza, una sua tensione, un suo livello, con il rischio di creare atmosfere crepuscolari con qualche sdolcinatura.
Senza entrare nel merito delle possibili "debolezze" di alcuni interventi - che, apertamente e francamente, non ho visto e continuo a non vedere - io, in buona sostanza, gli ho risposto che la "leggerezza" non sempre coincide con la banalità e che, molto spesso, espressioni semplici e sincere, che appaiono prive di qualsiasi ironia, lo sono perché, a conti fatti, nascondono una profondità tutta da scoprire e si esprimono in maniera semplice perché non tutti hanno sessant'anni, fanno il professore universitario da 35 e compilano raffinate pubblicazioni che nessuno, dico per mia esperienza diretta, nessuno mai leggerà.


Ho poi spostato il discorso sul piano dell'impegno - per così dire - degli intellettuali e dell'orrido che si nasconde in ognuno di noi quando si concentra troppo sul suo ruolo e perde di vista quello che gli sta attorno. Se il mondo, ho aggiunto, generalmente si esprime in una maniera che rasenta la banalità - ma resta da dimostrare, insisto, che "leggerezza", "semplicità", e "freschezza" siano sinonimi di banalità, almeno nel caso in questione - compito precipuo di chi tenta di capire il mondo è quello di capire effettivamente che cosa vi accada dentro. Concludevo la mia risposta - che ho mandato in giro per mail a tutti - sostenendo che il banale, quello vero, è l'abbandono reale in cui versano intere porzioni di popolazione e, in quest'abbandono, ci vedo anche la forte responsabilità di coloro che, partendo da giovani con la voglia di mangiarsi il mondo e i suoi padroni, hanno impiegato tutto il loro tempo e le loro energie a trasformare se stessi specularmente in coloro che, un tempo, avevano combattuto con accanimento.


Sergio Stenti ha scritto, laconicamente con quell'aria da effimera provocazione velata da una leggera sfumatura di sfottò - cosa che me lo fa apprezzare come un buon vino sapientemente invecchiato - , che ogni dibattito deve essere aperto e pubblico e ogni sfumatura deve essere posta a giorno. L'unica cosa consentita - in un blog - semmai è fare il blog del blog (blog footnotes lo ha definito) fonte di piccanti inciuci e appetitosa pietanza per chi ama il gossip e l'insidiosa terra delle chiacchiere e dei chiacchierati.


Claudio Cajati ha, al contrario, aderito pienamente con la semplicità per esserne parte attiva, per esserne fine narratore, alla ricerca delle contraddizioni, delle sfumature di carattere e di sensibilità proprie di chi guarda il mondo con sguardo fine e disincantato e delle sue contraddizioni fa materia di profonda riflessione. E, soprattutto, ha detto di essere "a favore del registro bastardo, anti-accademico; a favore del dialogo-confronto-scontro franco e netto"; la semplicità che è venuta fuori nel corso del dialogo è per Claudio un bene e un modo efficace e profondo di manifestare la propria adesione alla bellezza dell'architettura.


Dello stesso parere è stato Maurizio Zenga che ha scritto: "personalmente adoro parlare da un "livello" all'altro perchè mi riporta alle discussioni che si facevano dal balcone del vecchio studio di via Cristallini a Napoli, negli anni dell'Università, dal quale io ( "o 'ngignero..." ) discutevo con la signora dall'altro lato della strada ( a' capera...) sulla tinta da dare all'intonaco della mia "terrazza" ( a proposito di bellezza dell'architettura...). Devo dire che, nonostante la differenza di livello ( io ero al primo piano e lei era in un basso, al piano terra ) le nostre chiacchierate "pubbliche" diventavano sempre estremamente stimolanti e interessanti, seppure la mia cortese quanto ingombrante dirimpettaia non dimostrasse di avere particolari conoscenze nel campo della cultura architettonica o letteraria in generale."


Per cogliere a fondo quello che dice Maurizio devo aggiungere che, conoscendo bene lo studio di Via Cristallini, per esserci stato per più di un anno, si trattava di un livello "alto" per modo di dire, atteso che era solo un piano rialzato rispetto al livello stradale e che, all'interno del cortiletto del palazzo un balcone era tanto basso da poterci accedere montando su una sedia di paglia e che, una notte, i ladri mi penetrarono nello studio mentre dormivo rubandomi il portafoglio con tutti i pantaloni nel quale esso era. Non vi sto a raccontare gli interrogativi del giorno dopo. In perfetto stile eduardiano da Questi fantasmi, mi ero figurato un monaciello dispettoso che ce l'avesse con me. Mi feci capace di aver subito un furto solo dopo 15 giorni circa, quando al commissariato di piazza Carità fui chiamato e mi venne restituita la patente che era nel portafoglio.

Conseguentemente, a mio parere, l'interessamento della "capera" per la condizione dell'edificio era giustificato non soltanto dai motivi ora da Maurizio ben descritti, ma anche per una comunanza che legava l'abitante di un basso con quelli (il gruppo di studenti "ngigneri") un po', ma solo un poco, più in alto. V'era, insomma, una comunanza "prossemica", di spazi, di vicinato che generava un'esaltante frammistione di discorsi alto-basso, colto-popolare, autoironia e autosfottò assolutamente esilarante e convincente. Ognuno di noi - anche se da solo - veniva sempre chiamato, ad esempio, con l'appellativo di "studenti", al plurale. La ragazzina al piano di sopra, quando doveva comunicare con me, lanciava un urlo bestiale - che col tempo avevo decifrato, per l'appunto, nella parola "studenti" che suonava allo stesso modo dei "Rafilina", "Aitano" o "Gennarino" tipici dei vicoli napoletani, un suono che parte dal petto, si modula lungamente nella faringe e esce contemporaneamente dal naso e dalla bocca trasformando la voce umana in uno strano miscuglio, un soffio d'aria primordiale che si spande nello spazio come fosse modulato contemporaneamente da un flauto e da un trombone.


Gregorio Rubino ha colto soprattutto le difficoltà che oggi caratterizzano il nostro vivere civile ed ha scritto:
"Cito a memoria l'intervista ad un giovane africano, da tempo immigrato in Italia e padrone della lingua, ascoltata per radio qualche giorno fa:
"Cosa sperava di trovare in Europa", chiedeva la tipa che lo intervistava,
"Cercavo il lavoro, la democrazia, la liberta'...", rispondeva lui a tono,
"E li ha trovati ?",
"Si, ho trovato il lavoro, ho trovato la democrazia, ho trovato la liberta', ma non ho trovato la Vita. La Vita non c'e'...".
Cosa volete che vi dica, a me è sembrato un episodio esemplare. E tutti noi sappiamo cosa significa.
Ma dove non c'è più la vita, può sopravvivere il bello ed il buono ? Non so, ma è certamente vero che ognuno ha il diritto di andarseli a cercare dove gli pare...Non credo che il moderno che si avvicina darà una risposta per tutti. La risposta sarà individuale e, come sempre, ci saranno delle decisioni da prendere ed un prezzo da pagare. Il giovanotto africano ormai lo ha capito, noi ancora no."

Pasquale Belfiore, come risposta, mi ha scritto:
"la nostra generazione non ha avuto maestri migliori di quelli attuali, ma di certo ha avuto una educazione culturale. Che è passata attraverso l'impegno o la militanza politici, o attraverso la scuola, oltremodo formativa, dell'associazionismo (quello cattolico, nel mio caso). Maestri, partiti e istituzioni avevano un tratto comune: la serietà dell'impegno, che si esprimeva o attraverso la competizione o attraverso l'esercizio d'un severo magistero. Questo ti ha consentito di crescere nelle lettere e nel pensiero e ti consente oggi di scrivere - da docente di tecnologia - un sapiente saggio di teoria e critica d'arte. Per ora mi limito a osservare che, probabilmente, uno dei danni maggiori che procuriamo ai nostri allievi è proprio la rinunzia ad un severo esercizio del nostro magistero. Siamo diventati comprensivi e indulgenti. Bene per noi che, come si suol dire, non ci facciamo nemici e, di fatto, lavoriamo di meno e più tranquilli; bene per la psicanalisi che considera la severità al pari di una pratica vessatoria; male, molto male per gli allievi che crescono sorridenti e appagati della loro modestia. Mi fermo qui, per ora."


Insomma il dialogo è ancora tutto aperto.
E in sintesi si può dire, come dice Gregorio: di fronte allo sfacelo, alla debacle della Vita, ognuno si arrangia come può e va a cercarsi il Bello dove e con i mezzi che ha a sua disposizione.

Domanda: chiudiamo qui o pensiamo che valga la pena di parlare ancora? Non nel Blog ma in generale. Parlare di Bellezza in un paese governato - subdolamente dalla malavita (vedi Gomorra) - e male dai governanti, dove tutto si svende e tutto sembra inutile (anche parlare), chiudiamo il capitolo?
Io continuo, insisto: è possibile parlare ancora di Bellezza dell'architettura, come, perché, con quali mezzi, con chi, a chi? Nelle aule universitarie? Per strada? O, magari, in un Blog come questo?
A proposito, ArchigraficA non è solo Blog. E' anche una maniera per editare opere, scritti, disegni, progetti, opere liriche, arie, ecc.

PS: una comunicazione di servizio. Io chiuderei qui questa prima parte in un file pdf di archivio e ripartirei. Aspetto vostre notizie.

PPS. Mi è venuta l'idea di fare una sorta di libro degli amici come fece Hofmannsthal: raccogliere citazioni, osservazioni che costituiscano una sorta di viatico da tenere con sé. Se siete favorevoli iniziamo aprendo una nuova sezione di ArchigraficA.

PPPS. L'altra idea è quella di aprire una rubrica dove gli architetti si dedichino a descrivere delle architetture - anche antiche anche ovvie, anche libri. Insomma gli architetti descrivono i "luoghi" dell'architettura. Un "luogo", in quest'accezione è un topos, un nodo di significato della nostra cultura, o almeno quello che ognuno di noi crede sia tale.

  ha fatto il giro delle mail dei docenti

un pensiero natalizio del preside Gravagnuolo della Facoltà di Architettura di Napoli

  sergio stenti

Diversi modi di fare auguri impersonali dai colleghi: qui sopra quello di Gravagnuolo.

Mi chiedo ma che prodotti vendono questi nuovi managers di aziende fantasma? E poi mi sembra quasi una posta indesiderata, anzi direi una vera e propria spam che è molto difficile da bloccare: mi hanno inondato di auguri gratis forse solo per mettere alla fine il nome della loro azienda, se stessi.

buone feste caro vecchio mio !

  giacomo ricci

Viene fuori nient’altro che le loro sono aziende-fantasma.

Ci sarebbe molto da interrogarsi su quest’essenza evanescente, ma ce lo risparmiamo almeno nei pressi del Natale, sia che ci si “rallegri” con panettone meneghino sia che lo si faccia abboffandosi con borbonici struffoli dai mille colori regali.

Anzi potrebbe trattarsi dell’incipit di un nuovo discorso da aprire su AchigraficA per l’anno nuovo. La domanda dovrebbe essere la parodia di “Che fine ha fatto Totò-baby”; se ti ricordi era il titolo di una divertente parodia del principe De Curtis di molti anni fa.

Che fine ha fatto la Facoltà di Architettura? Così daremmo via alla parodia d’una parodia, per restare nei paradossi-bisticci che mi sembra ti piacciano. Tra corsi, minicorsi, due + due + uno, 3 + 2, 1 + 1 + 1 + 1 + 1, eccellenze varie, master, l’architettura s’è certamente perduta da qualche parte; poco male visto che nessuno se ne fotte più nulla.

Ma le aziende, fantasmatiche, diafane e virtuali, proliferano. Questo è l’essenziale.

Ognuno con il suo piccolissimo ruolino di ducettino. E allora, potremmo gridare, magari il 31 notte, tra botti e tappi di spumante che viaggiano per aria:”W l’insieme dei capi”: Qualcuno potrebbe aggiungere che è una società realmente democratica quella dove tutti sono capi: solo che non si sa bene chi comandano e che cosa chiedono.

Magari fanno finta.

Fare finta di essere capi in una società di per sé già evanescente è interpretare bene il ruolo della parodia della parodia.

Ma, poi, alla fine chi se ne frega; fingiamo di comandare, di produrre, di significare, di progettare, di parlare; tanto nessuno ci presta ascolto, nemmeno noi stessi a ben pensare.

L’importante è essere a capo, non si sa bene di che cosa, ma non importa.

E così il cerchio del ’68 si è chiuso.

Con buona pace di quei poveretti – e noi eravamo nel numero – che ci hanno creduto.

Anche a te cari auguri, amico mio.

  gregorio rubino
Non solo la Facolta' di Architettura, ma l'Universita' italiana e' sparita, le Persone sono sparite !
Da quando si sono sentiti autorizzati, questi ducettini si sono coalizzati e si sono fottuti...il potere, alla faccia dei benpensanti.
Ma ne riparleremo l'anno prossimo, al momento vogliamo (e dobbiamo) solo scambiarci i piu' affettuosi Auguri per un Nuovo Anno di serenita' e prosperita'. Un abbraccio a tutta la famiglia, cani, gatti, tartarughe e pappagalli inclusi.
A presto,
Gregorio
  pasquale belfiore

Ricominciamo a parlare di bellezza attraverso il suo opposto, ciò che bello non è, Napoli ad esempio. Propongo una esercitazione teorico-pratica (?) su questo tema sul quale mi sembra vi sia da tempo inerzia speculativa o, peggio, maliziosa reticenza, come accade allorquando si tace per non ammettere verità sgradevoli o imbarazzanti.
Pensiamo ad un viaggiatore che arrivi a Napoli dai quattro punti cardinali. Da nord, attraversa quell'orrida marmellata edilizia di comuni già compresi da Nitti un secolo fa nella "corona di spine" che circondava il capoluogo e poi giunge alla porta settecentesca di piazza Carlo III - Foria il cui fuoco visivo è un palazzo di dodici piani costruito negli anni Sessanta all'angolo tra via Duomo e Foria. Da est, attraversa dapprima gli attuali paesi vesuviani - quelli dei seicentomila abitanti da evacuare dei piani del rischio Vesuvio, tanto per intenderci - e poi si immette nella strada forse più brutta di Napoli. Quella via Marina del Piano Cosenza quarantadue volte variato e oggi stupidissima litoranea definita, da un lato, da una sorta di antologia figurativa della capricciosa modestia dell'architettura napoletana del dopoguerra e dall'altro da un fronte del porto perennemente indeciso tra vocazioni turistiche e necessità commerciali. Da ovest, solca la caotica e abusiva edilizia flegrea e si ferma in piazzale Tecchio. Negli anni Trenta-Quaranta, Canino e il fascismo ben avevano inteso il suo valore urbanistico e simbolico, svilito poi da stadi, mondiali e metropolitane varie. Da sud, infine, dal mare, non si può negare che l'immagine della città adagiata sulle colline abbia ancora un suo potente respiro estetico. Di fatto però e senza pulsioni emotive, l'immagine è un omogeneo catino di palazzi. Se vi si entra, si scopre che più della metà è fatto di immonda edilizia. Qualcuno ha detto che Napoli "è un quadro di lontananza". Appunto, funziona soprattutto da lontano. Si potrebbe, beffardamente, aggiungere che non a caso una delle stagioni più note e fortunate della pittura napoletana sia stata quella del vedutismo.
Napoli diventa brutta anche quando l'architettura della contemporaneità stravolge - per insipienza, indolenza, incultura di supponenti architetti - spazi e luoghi della città. Considero l'intervento di Mendini a Materdei come il paradigma di questo processo di imbruttimento. Un istruttivo paradigma perché non è prodotto dalla tradizionale protervia della speculazione edilizia ma da un importante architetto italiano con la connivente distrazione della committenza pubblica. C'è un dignitoso quartiere degli anni Trenta con palazzine, strade e giardini. Linguaggio tra storicista e tardo liberty, adottato con forte ritardo sui tempi. Atmosfera retrò, ma piacevole. Fors'anche bella, se si vuole. Arriva il pur bravo designer milanese e propone il solito repertorio di obelischi e maioliche. Il risultato è straniante: un catatonico obelischetto in ferro e vetro troneggia al centro della piazza (dio non voglia che Mendini abbia avuto a riferimento gli straordinari obelischi delle piazze del centro antico) e la strada antistante sembra allestita provvisoriamente per ospitare una sfilata del carnevale di Rio, tanto è accanitamente colorata. Il tutto, decisamente brutto.

  sergio stenti

Cercare il mare a Napoli è abbastanza facile, lo si vede per lo più da lontano, ma andarci vicino è cosa molto più difficile, concessa in pochissimi punti ; passeggiare poi lungo il suo bordo o sui qualche molo dove l'acqua è trasparente è una rarità. Tra queste rarità un posto speciale della iconografia napoletana spetta a Mergellina, da sempre luogo celebrato di incontro tra città e il suo mare.
Fare una passeggiata sul molo di Mergellina è però di uno sconforto irritante. Non che il mare sia brutto ma è la passeggiata che non è invitante: un molo precario, sciatto , senza pavimentazione, senza panchine, senza lampioni, che si interrompe bruscamente come se qualcuno l'avesse troncato di netto; un massetto di cemento per terra che crea di tanto in tanto pozze di acqua piovana ristagnante, un muretto di separazione con la scogliera di fetente calcestruzzo armato con tracce di intonaco dipinto, e dall'altro lato, verso il porticciolo dove stazionano barche milionarie il tratto di molo ( privato) appare per lo meno funzionale e ben tenuto. Che dire ? Gli occhiali iconografici non bastano per non vedere tanta inutile bruttezza.

   

 

 

 

 

 

 

 

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