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dibattito

 

Concorsi universitari, veleni, denuncie

Apriamo un altro discorso. Da qualche giorno è scoppiata una polemica su un concorso universitario ad Architettura. Qui di seguito alcuni pareri:

 

francesco la regina (ordinario di restauro architettonico Federico II Napoli)

 

La denuncia del collega Antonio Rossetti, le successive repliche e l’articolo di oggi 29 settembre a firma Conchita Sannino inducono a riflettere seriamente su ciò che accade nelle Università italiane, ed in particolare in quelle del nostro Mezzogiorno. Mi sia consentito tuttavia di entrare prima nel merito della vicenda: conosco Rossetti da quando era uno studente, ed ho potuto seguire ed apprezzare l’impegno e la qualità con cui ha sempre svolto il proprio lavoro, tanto da ottenere riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale. Giudicandolo uno dei migliori, se non il migliore, fra i nostri docenti di Composizione architettonica, gli ho sempre chiesto di collaborare con me agli esami di sintesi finale ed alle tesi di laurea. I suoi testi, non caso introvabili, sono preziosi per chiunque voglia comprendere l’architettura costruita e progettare quella nuova. Trovo quindi scandaloso che una commissione formata da tre professori ordinari della facoltà di Architettura di Napoli, che bene conoscono i vari candidati, abbia ritenuto di valutarlo meno di due giovani, certamente bravi ma con un curriculum non confrontabile con quello del Rossetti. Si tratta di una situazione spiacevole ed imbarazzante, soprattutto se è vero che le prove orali si sono svolte nel chiuso di una stanza, con impossibilità di accesso e controllo come prescrive la legge.
Altrettanto imbarazzante trovo la reazione del preside Gravagnuolo e del rettore, che non debbono preventivamente schierarsi ed “indignarsi” ma controllare ed indagare sull’operato della Commissione, al fine di rendere giustizia sia al denunciante che a tutti i partecipanti al concorso, vincitori o meno. Sono stati eletti per questo e rappresentano una istituzione, non se stessi e le proprie opinioni. Prendendo posizione prima di accertare i fatti, preside e Rettore contribuiscono ad alimentare il diffuso clima di sfiducia nella Università, A pagare le conseguenze di tanta arroganza non è solo Rossetti, di cui comprendo l’amarezza e l’indignazione, ma anche i due vincitori, per i quali rimarrà sempre il dubbio infamante del sospetto di favoritismo.
Sono rimasto profondamente colpito e mortificato dal titolo significativo dell’ultimo articolo: “Architettura. La grande famiglia”. Colpito e mortificato perché sono stato per oltre un trentennio un docente della Federico II, ed ho sempre vissuto tale appartenenza con orgoglio e fierezza. Cosa significa affermare che una determinata struttura universitaria è “una grande famiglia”? Non possiamo dimenticare che tale termine evoca condizioni e situazioni poco decorose. Non è un caso se studiosi stranieri hanno affermato che la mafia, la camorra e tutte le altre forme di associazione malavitosa che imperversano nel sud Italia e dovunque abbiano messo radici, traggono la propria origine e linfa vitale in quelle comunità (ricordiamo Gramsci: il Mezzogiorno è una grande disgregazione sociale) ove non esiste il senso dello Stato, della convivenza civile, ma i valori dominanti sono quelli tribali della famiglia, del sangue. Con questo non voglio dire che la scelta del titolo sia allusiva di tale riferimento. Tuttavia non è un caso se ciò che altrove è l’eccezione scandalosa (il docente che favorisce i propri congiunti) , qui nel sud è invece un dato normale e scontato. L’articolo della Sannino cita due clan familiari che da anni prosperano nella Università, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Da molti decenni il baronaggio familiare imperversa con arroganza ed alla luce del sole, mentre tutti tacciono e subiscono.
Il danno che da tanto ne deriva all’Università è gravissimo: perché i più bravi sono costretti ad andarsene, oppure a non fare carriera, come nel caso del prof, Rossetti. Come dimenticare peraltro che uno dei maggiori progettisti napoletani, il prof. Massimo Pica Ciamarra, sia stato sempre e sistematicamente bocciato ai concorsi per professore ordinario? Come non rilevare che architetti del livello di Francesco Venezia siano stati costretti ad andarsene prima a Genova e poi a Venezia? I più bravi sono costretti ad andarsene o a non fare carriera, per lasciare il posto ai figli, alle mogli, alle amanti, ai nipoti, ai generi ed alle nuore dei vari baroni. Di questi, pochi sono quelli bravi, mentre la stragrande maggioranza, come sono in grado di dimostrare, non è nemmeno capace di scrivere in italiano e di mettere la matita su un foglio per progettare un pollaio. Così l’Università degrada e si intristisce ogni giorno di più, ed i nostri laureati escono – magari con generosi risarcimenti di 110 e lode – assolutamente dequalificati, senza competenze e senza cultura, carne d’ammasso per la disoccupazione ed il precariato.
Insisto pertanto sulla necessità che i presidi ed i Rettori non debbano prendere posizione preventivamente ed indignarsi, ma adoprarsi affinché certe situazioni scandalose vengano evitate, provvedendo essi stessi a richiamare tutti i docenti al rispetto della istituzione universitaria ed all’impegno a non attorniarsi di parenti e famigli di vario genere. Se i docenti non possiedono dignità e senso dello stato, qualcuno deve poterlo imporre. Ma so già di parlare al vento, perché la crisi che stiamo vivendo non è soltanto universitaria, ma investe l’intera società italiana, soprattutto meridionale.

Napoli, li 29/09/07                                                        
                                                                        

giacomo ricci

 

Io credo che il nodo della denuncia – pienamente condivisibile di Francesco La Regina – sia esattamente nel fatto che il curriculum di Antonio Rossetti non è paragonabile a quelli di colleghi più giovani. Nulla da rimproverare a questi ultimi, meno che mani l’appartenenza ad alcuni gruppi familiari che, di contro, se non dev’essere ovviamente elemento preferenziale nella selezione al ruolo di docente, non può neanche trasformarsi nel suo esatto speculare, nel diniego di principio non si sa, poi, in base a quale principio.
Il fatto si è che la situazione universitaria italiana – e, in particolare, quella del sud – è incancrenita per comportamenti scorretti di antica data. E quando parlo di comportamenti scorretti non intendo riferirmi alla questione se e quanto si sia sconfinati nel penale nel singolo caso in esame, che è faccenda che interessa la magistratura e poco o nulla   la cultura universitaria.
Il problema vero è che i comportamenti corretti dovrebbero essere motivati da ragioni morali e culturali, atteso che, tra l’altro, un professore universitario ha a che fare con la formazione dei giovani e questa formazione, prima ancora che professionale, è di carattere, di principio, frutto di quell’arte di cui era maestro Socrate, la maieutica che, ricordo, consisteva nel portare alla luce,  dell’allievo,  la verità.
Quale verità potremmo mai portare alla luce quando il sistema universitario non prova vergogna nel mettere a confronto cose e persone che non sono confrontabili?  Il vero quesito è dunque questo: perché un Antonio Rossetti, che anch’io conosco da tempo lunghissimo, dai tempi di quando eravamo studenti, che ha profuso nel suo mestiere sapienza, consapevolezza, amore e dedizione deve essere messo a confronto con colleghi più giovani, che, per ovvi motivi di tempo e crescita, non posseggono uguale esperienza e consapevolezza scientifica? Perché non ci si indigna di fronte a queste situazioni? Il che non vuol dire che un giovane, perché tale, non possa e non debba diventare professore. Sia gli  uni che gli altri meritano, probabilmente, il salto di carriera. Ma non possono essere confrontati.
E il nome di Rossetti capita perché è stato sollevato il caso ma ho sulla punta della lingua tanti altri nomi di personaggi, ancora ricercatori, che non esito a definire “illustri” per l’impegno e la sapienza professionale,  che sono stati letteralmente lasciati marcire a lato senza che nessuno alzasse un dito.  Persone dal profilo scientifico altissimo che, vuoi per il carattere, vuoi per tanti altri motivi sui quali mi fa solo vergogna pensare di soffermarmi, sono stati letteralmente buttati via, lasciati andare in altra sede, perduti o mandati in pensione senza neanche un  riconoscimento.

E’dunque il meccanismo ad essere marcio.
 
Ed è chi dirige ad averne la piena responsabilità. Dirigere vuol dire compromettersi con la propria istituzione, essere anche impopolari, tagliare e decidere, assumere responsabilità, combattere, farsi nemici. Chi dei dirigenti universitari lo fa? Avete presente che cosa fanno i presidi nella Conferenza dei Presidi di Architettura, una sorta di microparlamentino con gli stessi difetti, le stesse borie, gli stessi ruoli, gli stessi giochi, gli stessi privilegi di quello politico? Credete che realmente si battano per le istituzioni o non lo facciano soltanto per una questione di prestigio personale? Sapete che vogliono fondare una società di fronte al notaio alla quale si iscrivano i presidi di architettura? Come se preside non fosse una carica elettiva transitoria, temporanea, ma una vera e propria investitura di feudale memoria.

E perché tutto ciò  accade?
 
La risposta è immediata: perché si confonde, come al solito il fine con il mezzo. Essere Presidi è come essere il “Signore” di un territorio, il feudatario, il mandatario del Sovrano che si bea della sua posizione e ne gode la rendita, vita natural durante, perché, pure se il suo mandato è cessato, è partecipe di una società fondata davanti ad un notaio, come una SPA, una holding, un partito, un'associazione, una confraternita.  In ogni caso, quale che sia il suo statuto, la sua natura, non significa più, come in origine, essere un professore che ha a cuore la sorte dell’istituzione e la sua corretta conduzione. Una volta preside, presidente, direttore e così via, divento "barone", la mia è un'investitura nobiliare, ne godo, finalmente, la rendita. Altro che democrazia, altro che scienza, altro che insegnamento, altro che maieutica! Ma chi se ne fotte: raccogliamo a piene mani prebende e privilegi. Ecco il "carpe diem" odierno, diffuso, malevolo, destabilizzante della nostra organizzazione sociale e delle nostre università. Ecco l'esempio che diamo ai giovani. E con un bel calcio in culo alla maieutica e a Socrate. In fin dei conti, era un bel coglione, visto che si fece far fuori con la cicuta!
Un professore è  – o forse era –  normalmente stimato, apprezzato e rispettato dai sui allievi e dalla comunità scientifica di cui faceva parte soprattutto per la qualità del suo insegnamento, per l’intelligenza e per l’impegno nel suo mandato. 
Non scorderò mai, ad esempio, la mia prima lezione di Analisi matematica da giovanissimo studente di ingegneria, con il professore Federico Cafiero.  Alto, elegante, in doppio petto, con il suo baffetto bianco, le tempie brizzolate, la sigaretta all’angolo della bocca e la sua voce calma, pacata che ci introduceva, a poco alla volta, in un mondo difficile, astruso, complesso. Ma  ce lo faceva amare per il suo modo di porgerlo. E ancora Renato Carrelli, ordinario di Fisica,  che faceva di ogni sua lezione un vero e proprio spettacolo, muovendosi  tra storte, lenti, prismi, alambicchi, pesi  e leve. Era una scenografia magica quella che lui riusciva a  mettere  in piedi e, alla fine della lezione, come un illusionista di altissimo profilo, strappava il nostro applauso convinto, e andavamo giù per lo scalone della Minerva ancora sotto l’effetto delle luci che si riflettevano colorate nei prismi e attraversavano il buio della sala.
Ma per noi la meraviglia non era che il professore spiegasse  bene e con sapienza la sua lezione.  Che fosse bravo e impegnato, al punto che alla fine della lezione cadeva stremato sulla sedia era un fatto dovuto, del tutto atteso. La meraviglia ci veniva dalla materia che ci era, fino a quel momento sconosciuta, e si apriva nel nostro immaginario un insieme di scenari cui non avevamo mai pensato. Il suo ruolo, quello del professore, intendo, era, per noi,  scontato. Era ovvio che un professore fosse bravo, che lo si dovesse applaudire alla fine della lezione, che ci meravigliasse, che interessasse le nostre menti, che rapisse la nostra attenzione.
Io ci ero stato abituato, come del resto tutti i miei colleghi universitari, già dal liceo. Il ricordo del mio professore di lettere non mi abbandonerà mai.  Non oso credere che sia morto, lui con quel suo impeccabile abito di lino celeste e la cravatta a strisce, tanto che il soprannome che gli avevamo affibbiato era “Celestino”. Celestino per l’abito ma anche per lo sguardo e per il modo di recitarci Dante, i passi più scabrosi dell’Inferno, o le rime più gentili di Di Giacomo o di D’Annunzio in  “Na vucchella”. E poi De filippo, che ci  recitava come un attore di consumata perizia.
Ci faceva amare la nostra lingua, e l’antica lingua “napolitana”, la letteratura, il latino.
Sono questi modelli che ci hanno spinti a scegliere il mestiere di professore. Volevamo, da giovani, essere bravi come loro, avere, con altri, la stessa funzione che loro avevano avuto con noi.
Ma, ragazzi, si è perso qualcosa per strada.  Quella passione, quella correttezza, quello smalto.
Oggi rimangono gli schemi, i trucchi, le manovre di corridoio. E non ci accorgiamo che a poco alla volta intorno a noi si sta facendo il deserto."

 

 

 

 

 

 

 

 

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