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dibattito

 

 

L'armonia perduta

Quella che dovrebbe esserci tra “contenitore” e “contenuto”.
Come riconquistarla?... Andando al circo.

di Maurizio Zenga

 

L’altra sera sono andato al circo.

Il circo mi affascina e mi commuove.
L’atmosfera che si respira nei dintorni del tendone , oltre agli odori forti che mescolano zucchero filato a sterco di elefante, è classicamente felliniana ed è forse per questo che il sogno cinematografico del grande Maestro rimbalza nella mia memoria  ogni volta che ho di fronte uno spettacolo di magia o di equilibrismo oppure semplicemente un pagliaccio con il naso rosso che mi sorride.
Ricordo che la mia prima idea di tesi di laurea in architettura  fu quella di un Luna Park trasformato in un luogo urbano permanente, al centro della città, in cui la gente potesse incontrarsi anche per scopi che non fossero solo il puro divertimento, con biblioteche, teatri, scuole, uffici ecc.
Forse questa antica memoria mi ha consigliato di non mancare allo spettacolo di Moira Orfei, nel parco di Marghera, periferia di Venezia, nel quale si promettevano sorprese mirabolanti ed imprese memorabili di uomini ed animali.
La musica ha introdotto il primo numero con due ragazzini, i nipoti di Moira, le cui contorsioni eleganti e complicate su base musicale, mi hanno invitato immediatamente ad una prima riflessione:
che scuola hanno frequentato due ragazzi che a dodici tredici anni sono in grado di esibirsi con tanta precisione, con tanto rigore e con una  forza fisica e psicologica così potente ?
Che insegnanti hanno avuto questi fenomeni per essere così accurati nei  loro movimenti e così appropriati negli sguardi, nei tempi musicali, nei gesti verso il pubblico, da non avere mai nemmeno l’ombra di un’incertezza?
Ovvio che il mio pensiero sia andato ai miei alunni, quelli che ogni mattina incontro in classe e a cui devo spiegare almeno dieci volte le stesse cose per ottenere che vengano poi altre dieci volte davanti alla mia cattedra a chiedermi tutti la stessa cosa che ho appena spiegato…
A proposito di nipoti e di nepotismo…
Il nepotismo al circo, inteso come passaggio dei ruoli tra padri e figli o…nipoti, è la regola!
Ma una regola sana, garanzia di risultati e al circo non basta essere figli o nipoti del domatore per averne lo stesso coraggio, la stessa capacità, la stessa bravura nell’addestrare le tigri.
Bisogna essere capaci di fare anche meglio dei padri per conquistarsi il diritto di seguirne le orme la fama e l’applauso del pubblico, dimostrando di avere acquisito e rielaborato perfettamente fin dalla nascita il loro insegnamento. Nell’Università italiana ( tanto per fare un parallelo ) il fatto di essere figlio di “quel” padre è già presupposto sufficiente per seguirne le orme e la fama, anche senza alcun merito e nessuna capacità. Se i “baroni” delle nostre Università perdessero meno tempo ad intrallazzare con le commissioni d’esame per piazzare i propri figli e andassero di più al circo, forse almeno si vergognerebbero un po’… ).
Dopo i ragazzini Orfei è stata la volta dei pagliacci, quelli che tra un numero e l’altro vi distraggono per non farvi pesare il tempo che occorre per montare e smontare le attrezzature dei vari numeri che si susseguono. Ogni volta mi fanno ridere con più gusto ed ogni volta su temi diversi che questi “signori” dello spettacolo affrontano come fossero degli psicologi, talmente esperti della natura umana e delle sue reazioni, da ottenere dal pubblico sempre ciò che si aspettano. E il pubblico risponde con le risate a ciò che invece dovrebbe spingerli, quasi sempre, ad un esame di coscienza.

indovina: chi è il leone? (vignetta di Maurizio Zenga)

[NOTA: In realtà, come nella vignetta precedente sull'angelo e forse in molte altre mie vignette, io rido di me stesso e del fatto che non posso fare a meno di sentirmi nei panni del soggetto delle mie riflessioni, quasi che questo mi possa assicurare una certa indulgenza da parte di chi legge le cose che scrivo o che disegno.
Nello spettacolo di cui parlo nel testo, al leone era affidata una parte comica (un grosso leone bianco sempre accasciato sul suo sgabello come a dire: "sono nato stanco, lasciatemi in pace...nun tengo genio e fa niente..." ) e io o pensato che mi sarebbe piaciuto essere proprio lui, mi sono immedesimato in lui ma con "circo"spezione...Come si può intendere dallo sguardo...). ]

Perché è a questo che il vero clown vuole spingere il suo pubblico, con una saggezza e una semplicità che, l’altra sera, mi hanno portato ad un’altra riflessione:
come sarebbe bello se tutti coloro che hanno qualcosa da dare o da dire potessero avere imparato la leggerezza della poesia con cui trasferire le loro conoscenze, come sarebbe opportuno e utile che tutti coloro che hanno responsabilità nella scuola, nell’Università e nel Governo della nostra Cultura avessero le doti di un clown nel passare i concetti e nel trasferire le loro competenze, nello svolgere il proprio compito…Ve lo immaginate un clown che diventa un “barone”? Un Ministro dell’Istruzione con le doti e l’intelligenza di un clown emanare un decreto che taglia i fondi alla sperimentazione e all’innovazione? Sarebbe possibile?
La musica che ha salutato i clowns ha introdotto poi un numero che definire incredibile è poco perché ha coinvolto degli animali che sinceramente non pensavo potessero essere addestrati in quel modo: i pappagalli. Come si possa far fare ad un pappagallo cose che richiedono atteggiamenti e posizioni talmente espressivi, quasi “umane” è davvero un mistero. Eppure, un giovane addestratore ci riesce con disinvoltura, quasi come se conoscesse il linguaggio di questi volatili ( a proposito, non credo agli animalisti che denunciano “torture” da parte degli addestratori, credo piuttosto ad una disciplina rigorosa nella comunicazione e alla conoscenza profonda che i circensi hanno dei loro compagni animali, con cui certamente parlano un linguaggio a noi sconosciuto ).
Il mio pensiero va in questo caso alla difficoltà di comunicazione sempre più evidente che c’è tra noi adulti e i ragazzi, tra docenti e allievi nelle scuole e nelle Università. Esagero se dico che sogno di avere allievi che siano come i pappagalli del circo, non perché possano “ripetere” come i pappagalli appunto ma perché siano, come loro, coloratissimi, capaci di volare basso e anche alto, in coppia e in gruppo, all’unisono o anche singolarmente?
Esagero se auspico che la scuola e l’Università possano essere un giorno in grado di “addestrare” i loro “pappagalli” umani  con la stessa abilità con cui questo magnifico addestratore del circo addestra i suoi? Che siano capaci un giorno di insegnare loro a volare basso ma anche alto e con il senso delle proporzioni e della misura, senza toccare il telo del tendone e senza sparare cacche sulla testa del pubblico pagante?
Forse esagero. Non so se possa essere compreso fino in fondo questo accostamento.
Dopo i pappagalli è stata la volta dell’equilibrista.
E’ sempre attraente ciò che viaggia sul filo del pericolo e della tensione e quindi è in silenzio che il pubblico ha assistito alle evoluzioni su di una strana macchina rotante di quest’uomo volante.
Mentre la macchina ruotava sul perno sospeso alle strutture del tendone, l’equilibrista ( all’esterno di una ruota simile a quella dei criceti ) effettuava ripetute evoluzioni, capriole, salti, giravolte ecc.
La simbologia più facile dell’equilibrista è quella del tipo sempre sulla cresta dell’onda, capace di muoversi tra mille pericoli e mille difficoltà uscendone sempre illeso e pimpante tra gli applausi.
In questo caso però la riflessione cui mi porta la scena è più amara: “guardate come sono bravo, non sbaglio nulla, ho la precisa percezione di dove devo mettere i piedi e le mani, non ho paura della morte…” e chi non ha paura della morte è salvo per se stesso ma è un pericolo per la società che lo guarda con sospetto. Come chi si espone al pericolo denunciando e dicendo la verità, si espone alla ritorsione di coloro che denuncia ma anche alla emarginazione di coloro che non amano il pericolo e temono la morte. Sull’equilibrista si potrebbe scrivere un libro di metafore di simbologie sulla società, sulla politica, sulla scuola, sul potere ecc. A me piace riflettere sulla percezione precisa che egli ha delle sue forze e delle sue capacità, la sicurezza che gli deriva dall’esercizio costante, ripetuto, quotidiano, rigoroso che gli dice cosa può fare e fino a dove, ogni momento, per non morire. Se fossi il capo del Governo affiderei ad un serio “equilibrista” il dicastero dell’economia.
A seguire il numero degli elefanti:
meraviglia delle meraviglie…Non ho mai visto in un pachiderma tanta leggerezza. Come fa un elefante a camminare tra quattro corpi di ragazze distese a terra e a non sfiorarne neanche una con le zampe?
Semplice, ponendo attenzione.
E come fa un elefante a fare attenzione?
Glielo hanno insegnato, probabilmente imposto. Ecco il punto. L’insegnamento è anche questo, la famiglia, la scuola, l’Università devono insegnare anche attraverso l’imposizione.
Nel senso che non devono offrire alternative tra il bene e il male ma “imporre” il bene come unica scelta possibile. Assumendosene , ovviamente, la responsabilità.
“Non puoi andare a spasso con la tua auto quando sei pieno di  alcool, droga, ecc. Non puoi! Punto e basta. Non hai l’alternativa di andarci ma stando attento…Se ci vai ti becchi una punizione pesante. Punto”
Ho ammirato a dismisura questo domatore di elefanti senza peso.
Questo signore, dipendesse da me, lo metterei alla Cultura e alla conservazione dei Beni Archeologici…( Una metafora dell’architetto ideale? ).
La musica dal vivo è una di quelle cose che al circo non può mancare perché quando segue un esercizio, ne segue il tempo, il ritmo, la misura, le pause, il maestro guarda il clown e ne segue i movimenti, osserva il saltatore volante dal trapezio e aspetta il suo tuffo per suonare il piatto, insomma è tutt’uno con l’artista che si muove nell’arena e tiene insieme lo spettacolo rammentandone le sfasature e coprendone i buchi con qualche toppa.
In forma simbolica ciò che dovrebbe fare un vero educatore, colui cioè che aspiri  ad essere il tutore, la guida  del gruppo che riesce a tenere saldamente in mano con la propria bacchetta, che a volte segue e asseconda, a volte trascina o scuote malamente.
Al circo, di fatto, il “maestro unico” c’è già ma è unico non perché è solo di fronte al suo pubblico ma è l’unico che può dirigere tutta questa massa di persone rendendole un corpo solo, organico con lo spettacolo che va in scena. Quanta umiltà e quanta sapienza, quanta arte e quanta poesia c’è in questo mettersi completamente al servizio dello spettacolo, senza eccessi, senza assoli, senza velleità di apparire in prima fila o sotto i riflettori, ma nell’ombra del golfo mistico.
Dovremmo forse imparare che la vera democrazia nasce dal buio quasi totale nel quale suona l’orchestra del circo, dalla sconosciuta maestria di questi musicisti senza volto che ogni sera danno un suono ai gesti di chi si esibisce alla luce dei riflettori sotto la guida del “Maestro”. Ecco, forse la scuola avrebbe bisogno di maestri così: capaci di seguire, passo passo, i propri  allievi fino all’applauso finale, chiedendo loro semplicemente di non sbagliare, magari di rallentare, di fermarsi ma di portare a termine l’esercizio.

Tra le molte altre attrazioni del circo di cui vorrei parlare, ce n’è una che  ho lasciato per ultima e che riguarda il ruolo che è forse considerato il più prestigioso ma anche il più pericoloso e difficile:
il trapezio e gli uomini volanti.
Questa è la parte dello spettacolo che più si avvicina al cielo di questo piccolo mondo in miniatura, si svolge infatti molto in alto, quasi a toccare il tendone e dunque è  quella  che più mi richiama al senso spirituale e, se vogliamo, religioso dell’arte circense.
Non c’è che la fiducia totale e reciproca nella certezza che ci sia sempre l’abbraccio di un compagno a raccoglierti dopo un triplo salto mortale nel vuoto. Fiducia la cui alternativa è solo il vuoto, il fallimento o addirittura la morte, per i più spericolati.
Quale metafora più bella e profonda della solidarietà umana e del coraggio che ad essa dovrebbe sempre accompagnarsi?
C’è una simbologia più chiara e più semplice di questa? Che ci parli di amore, forza, coraggio, abilità, solidarietà e che ci avvicini così tanto alla nostra consapevolezza di essere nulla , se non c’è qualcuno che ci stringa forte tra le sue braccia quando rischiamo di precipitare?
Infine vorrei fare una riflessione sul tendone, si, sulla tenda che contiene e che protegge questo piccolo mondo fantastico.
Cosa c’è di più evocativo della tenda, della capanna, origine stessa dell’architettura  come riparo dell’uomo e, allo stesso tempo, di più avanzato tecnologicamente, di più funzionale e flessibile        ( come si usa dire spesso dell’architettura  contemporanea ) di un tendone da circo con tutti gli annessi e connessi?
Le architetture “stanziali” come le abitazioni, gli ospedali, le scuole, gli uffici in cui viviamo oggi, credo che possano prendere ispirazione dal circo, che è una architettura “itinerante” nello spazio ma anche nel tempo, per capire come ci si può adattare tecnologicamente ed in modo funzionale alle diverse condizioni territoriali, climatiche, economiche e culturali senza rinunciare però alla propria “classicità”. Il circo è così com’è da centinaia di anni, eppure è sempre al passo coi tempi.
Come mai la tenda del circo svetta ancora nelle nostre piazze di periferia accogliendo migliaia di persone, funzionando perfettamente al suo scopo dopo centinaia di anni, mentre capolavori dell’architettura moderna, anche recente, giacciono già abbandonati come carcasse ai margini delle nostre città?
Dico forse banalità se dico che nel circo c’è armonia tra forma e contenuto, tra il contenitore e la vita che in esso si  muove e si evolve?
Che il fallimento dell’architettura moderna è dovuto, secondo me, alla mancanza palese di questa armonia?

Posso consigliare seriamente ai miei amici, ai colleghi architetti, a quelli che studiano ancora, a quelli che insegnano e a quelli che progettano e costruiscono edifici importanti che cambiano le nostre città e la nostra vita, di andare al circo qualche volta?

 

 

 

 

 

 

 

 

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