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dibattito

 

 

Il cimitero di Brunico

un esempio di architettura urbana

 
Maurizio Zenga

 

Ho trascorso due giorni in Alto Adige, a Brunico per la precisione.
Sono stato in diversi luoghi straordinariamente belli, per la vastità del paesaggio, per i colori, per la natura incontaminata, per l’aria buona e leggera e per la quiete…
Ho attraversato a piedi qualche chilometro di vallate, sentieri sassosi, prati fioriti e scoscesi sfiorando  le mucche disposte qui e là a godersi il sole su queste montagne incantate che, per me che sono nato e cresciuto in una città di mare, sono una specie di pianeta sconosciuto ma pieno di fascino.
Ho apprezzato la civiltà, la gentilezza, di una popolazione certamente “straniera” (  in quanto non c’è nulla, una volta passato il confine del Veneto, che faccia pensare di trovarsi ancora in Italia ) che ha la cortesia di rivolgersi ancora agli italiani ( nella maggior parte turisti ) nella lingua di Dante ma non parla una sola parola di italiano nella propria quotidianità.
L’Alto Adige non è Italia ed è del tutto evidente che sia così leggendo la  segnaletica, prima in lingua tedesca e poi in italiano quasi dappertutto, oppure osservando le abitudini più diffuse  nella popolazione locale che nulla hanno a che vedere con le nostre e che testimoniano di una  “civiltà” che non appartiene né  è mai appartenuta al Bel Paese.
Ciò detto, il mio rispetto va a tutte le culture locali e a tutte le differenze  che rendono la vita delle città diverse dalla mia, bella, interessante  e degna di essere vissuta anche solo per due giorni…
A questo proposito vorrei raccontarvi l’esperienza che ho fatto visitando un luogo nel quale mi sono trovato per caso, girando senza meta tra le strade di Brunico verso le dieci di sera.
Il cimitero.
 Alle spalle della chiesa principale, intorno alla quale si apre una bella passeggiata pedonale  che porta direttamente all’ingresso del Campo Santo. Un ingresso senza porte, senza cancelli, senza ostacoli, al quale si accede direttamente dal centro città quasi naturalmente e senza accorgersene .
Alle dieci di sera questo spazio deputato alla dimora eterna dei morti è, di fatto, un luogo urbano pieno di vita.
Forse l’unico che alle dieci di sera  esprime in pieno il senso stesso della vita della città ( a parte i soliti pub affollati di giovani che caratterizzano quasi tutte le città, piccole o grandi,  viste di sera ).
Il  primo approccio è emotivo, si viene accolti dal silenzio ma anche dalle luci che accentuano i colori e la sensazione è di  entrare un luogo estremamente suggestivo, le tombe sono a terra e ciascuna di esse è caratterizzata da un piccolo giardinetto  nel quale fanno bella mostra varietà diverse di piante e di fiori.
Non ci sono fiori recisi e nemmeno fiori secchi o peggio finti ma solo fiori e piante interrate, una grande varietà di colori che decora ogni singola tomba con un gusto dell’accostamento e della composizione che rende ogni piccola aiuola uno spazio “progettato”, vivo appunto. Ogni tomba ha una lapide con decorazioni e ornamenti in vari materiali che si fondono perfettamente con le piante, spesso rampicanti o sempreverdi e su molte di esse una piccola luce colorata che ha la doppia funzione di lampada votiva e di decorazione luminosa.
Tra le lapidi e i giardinetti fioriti si aggirano uomini e donne, ragazzi che passeggiano tenendosi per mano o anziani che curano il piccolo giardino fiorito con attrezzi e innaffiatori, non c’è atmosfera di tristezza o di abbandono ( come quella che spesso si respira nei nostri cimiteri ) ma un’aria  serena, una dolcezza  diffusa che ti fa stare bene  e ti sollecita alla riflessione sulla vita e sulla morte.
Grande architettura urbana, sia dal punto di vista concettuale che funzionale.
Bellissima esperienza quella di passeggiare per questi vialetti a sera inoltrata  e vedere un cane seduto immobile davanti ad una lapide, in silenzio, mentre la padrona cura il piccolo giardino dedicato a colui che un giorno forse lo ha fatto giocare a rincorrere un bastoncino di legno e che ora non è più.
Quale grande architettura non si porrebbe l’obiettivo di offrire al visitatore occasionale la possibilità di godere dello spazio urbano sia fisicamente che psicologicamente e di sollecitare nel “fruitore” riflessioni di tipo filosofico?   
In questa occasione ho rivalutato un aspetto dell’architettura urbana che avevo perso: la continuità dei percorsi.
Nel senso che lo spazio urbano può utilmente integrare le aree commerciali o amministrative ( ad esempio ) con quelle monumentali  semplicemente eliminando le barriere, le porte, i cancelli, gli orari di apertura e di chiusura e lasciando che l’uomo, a cui in definitiva è destinata la progettazione urbana, si muova liberamente tra  il caos del centro e la quiete del cimitero seguendo la traccia di una metafora architettonica che lo porti a riflettere, senza ansia e senza angoscia, sul senso della vita e della morte.



  

 

 

 

 

 

 

 

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