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dibattito

 

 

Quale futuro, in Italia, per l'architettura "moderna"?

 

di Pasquale Belfiore

 

Le notizie importanti di questi giorni sull'argomento mi sembrano due, ma prima di elencarle voglio dire un'altra cosa. Non deve meravigliare la tendenza a parlare del futuro d'una cosa importante come l'architettura nel suo complesso, a partire da 'notizie' quotidiane apparentemente marginali e non strutturali. Credo molto in quel che si dice nei Vangeli (se poi mi sbaglio, ho solo perso una "scommessa", per dirla con Pascal). "Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia;  e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi? I segni dei tempi, anche quelli piccoli, ci indicano che l'architettura contemporanea non gode nè di buona salute né di buona reputazione. E vengo alle due notizie.


1. Nella riforma del Ministero dei Beni Culturali, la Direzione Generale dell'arte e dell'architettura contemporanee sarà abolita. Queste competenze saranno assorbite da un'altra Direzione che si chiamerà, insieme a altre cose, delle  Belle Arti e dell' Archeologia. D'incanto, scompare tutto il discorso, modernissimo e condivisibile, sulla nozione di Bene che era stata una conquista culturale ancor prima che lessicale. Paolucci, stimatissimo ex ministro e attuale direttore dei Musei Vaticani, ha detto che è contento di questa inversione, anche lessicale, della politica ministeriale perché l'arte e l'architettura contemporanee, come il Paradiso, possono attendere. La storia dell'architettura non l'hanno mai fatta i burocrati (per quanto Paolucci sia burocrate coltissimo), ma che la massima istituzione politico-culturale del Paese prenda le distanze dalle espressioni contemporanee dell'arte e dell'architettura, è evento importante e non privo di effetti negativi. Con tutti i limiti e le ambiguità che hanno segnato l'operazione Maxxi e Hadid a Roma, è evidente che è stato un momento politicamente molto importante. Non solo. Anche il censimento su base nazionale dell'architettura di qualità della seconda metà del Novecento  è stata iniziativa altrettanto importante. L'una e l'altra hanno mostrato una inedita e positiva sensibilità della politica verso l'architettura contemporanea. Sul piano concreto, ciò ha significato in molti casi l'apertura al moderno delle Soprintendenze provinciali e regionali per gli interventi nei centri storici, proprio grazie alla "omologazione" di questo linguaggio presso il Ministero. Nessuna rivoluzione o fenomeno di massa, è bene precisarlo, ma segnali di apertura e disponibilità molto chiari che da oggi, forse, avranno minor slancio proprio perchè viene meno la sponda istituzionale costituita dalla abolita Darc prima e Parc oggi.


2. Il dibattito su una  proposta di  legge per la qualità dell'architettura da un lato, e la giungla attuale degli incarichi, dei bandi di concorso, delle parcelle dall'altro. Questo non è argomento "culturale", verrebbe da dire d'acchito, questa è materia da Ordini professionali. Diciamolo pure, ma dobbiamo essere consapevoli che ancora una volta sbagliamo a prendere le distanze da argomenti e problemi simili. Da anni e anni, tra leggi Bassanini e Merloni, il modo di progettare e costruire architettura in Italia è profondamente cambiato (e non in meglio) e "noi storici, critici, teorici, didatti  dell'architettura" nulla o poco sappiamo di quel che è accaduto. Eppure, un invito a occuparsi "anche" di questo è venuto pochi mesi or sono da un personaggio autorevole e non in sospetto di "professionismo". Parlo di Francesco Dal Co che in un editoriale su Casabella dal titolo "Una architettura normale in un paese normale", ragionava su temi e argomenti inusuali per la rivista ma di grande, risolutiva importanza per le sorti del mestiere dell'architetto (e dunque dell'architettura) in Italia nei prossimi anni. A questo editoriale ho dedicato una lunga riflessione in un saggio che è uscito sul numero di settembre di Op.Cit. Forse è il caso che se ne discuta più diffusamente tra noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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