ArchigraficA

dibattito

Convegno

La Bellezza e la Metropoli tra utopia e eresia

Napoli - Villa Di Donato 18 giugno 2009

 

Bellezza, eresia e postmodernismo da Viagra

di Giacomo Ricci

 

 

Promosso dal Coordinamento Architetti di Napoli , Il 18 giugno scorso, nello straordinario giardino di villa Di Donato, si è tenuto il Convegno  “La Bellezza e la Metropoli  tra utopia e eresia”, un titolo certamente non privo di fascino anche se pericolosamente vasto e, per molti versi, inafferrabile.

Contemporanea al Convegno una mostra, all'aperto, di belle installazioni-sculture di Mina Di Nardo, eteree uova di ghiaccio e composizioni in legno, interpretate come interni-esterni strutturati, immersi nel verde del giardino della Villa. La musica magica di un flauto ha contribuito a creare un'atmosfera fuori dal tempo mentre venivano distribuite rose.

Mina Di Nardo - il grande uovo di ghiaccio con le rose
Mina Di Nardo - le uova di ghiaccio

Impegno e coraggio in iniziative del genere e in tempi come i nostri. E, tra l'altro, va sottolineato  il coraggio del gruppo organizzatore  del Coordinamento Architetti (Antonella Palmieri, Emma Buondonno, Mina Di Nardo, Luciano Marini, M. D'Elia, Fulvio Ricci).

E’ di vero e proprio coraggio, infatti, che si deve parlare se si pensa che  il periodo che stiamo attraversando è certamente tra i più difficili e pericolosi degli ultimi cento anni.  Una crisi economica da far tremare (i cui effetti devastanti  sono ancora da venire), una non meno paurosa crisi delle ideologie e della cultura, la debacle avvilente della classe politica dirigente che, invece di escogitare piani e mettere a punto strumenti per far fronte al disastro prossimo venturo, si perde in scandaletti da tabloid di quarta categoria, in discussioni e dibattiti talmente insulsi da far venire il mal di testa alle scimmie e far scendere la pressione sanguigna sotto le suole delle scarpe.


Basta poi dare una scorsa ai video su youtube dei prof. che danno di testa in aula, ricordarsi che per un intero inverno ha tenuto  banco “Il Grande Fratello” come l’occasione culturale più impegnata della penisola (a giudicare dal tempo di trasmissione dedicatovi dalle TV) per dire che quest’ epoca italiana sarà certamente ricordata dai nostri pronipoti come una delle più “divertenti” (si fa per dire) della storia d’Italia, dove i protagonisti sembrano quei tipi che, inaspettatamente, sono scoperti , in mutande, dalla moglie mentre sono sdraiati con la faccia a terra  sotto il letto di un avvenente e “disinvolta” velina-pinup e l’opposizione, nei panni dell’imbarazzato portiere d’albergo che, dopo esser stato costretto a fare strada verso la camera, assiste alla scenata della moglie inviperita, balbettando, con il cappello stretto tra le mani e lo sguardo rivolto al di fuori della stanza, perduto nella profondità del corridoio, incapace di  individuare alcuna via d’uscita  realmente alternativa allo sfacelo imperante: altro che Italietta piccolo-borghese dei tempi che furono.


Il pensiero che torna in maniera insistente è  che,  forse, i  tanti morti del nostro Risorgimento e quei tanti partigiani ed infelici che hanno dato la loro vita per la Resistenza potevano essere risparmiati  se questa è l’indecorosa fine cui siamo giunti, coinvolti, come siamo, in un’interminabile pochade  da avanspettacolo di periferia  degradata, incolta e sozza. Non c’è che dire: sporchi, brutti e cattivi e qui è tutto, ogni discorso finisce ed ogni lingua tace.  Qui, insomma,  si dovrebbe chiudere il capitolo sull’epoca contemporanea italiana e ognuno di coloro ai quali il buon Dio ha, chissà perché, ancora preservato il cervello e il senso comune,  dovrebbe darsi, se possibile, ad altro, coltivar fiori nel suo giardino, curare i cavoli e le verze, imbottigliar pomodori, fare crostate farcite di  marmellate di limoni e more  e gustarsele all’ombra del pergolato davanti ad un buon bicchiere di vino, facendo finta di niente e, come dice Eduardo, sperando che, prima o poi, adda  passà  a’nuttata, deve comunque succedere che le attuali dirigenze tramontino, le ere di stupidità assoluta si eclissino, le tempeste economiche si plachino;  con la speranza , insomma,  che tra duecent’anni – se mai dovesse rimanere qualcosa delle nostre memorie – gli studiosi di storia siano particolarmente indulgenti nel loro giudizio sulla civiltà italiana dell’inizio del terzo millennio, che al di fuor di ogni  dubbio definirebbero – e non senza ragione – stagione “minore” dell’evoluzione umana, se non vera e propria regressione ad uno sconclusionato, quanto irresponsabile, status demenzialpidocchioso, in oscillazione tra la birba irriverente ed irritante preadolescenziale e i turbamenti prolassati senza speranza,  tipici  dell’amor senile, combattuto tra impotenza, nostalgia della lontanissima giovinezza e provvidenziale viagra rassodante.


Ma poi, occasioni come il Convegno  di cui qui si parla, finiscono per aprire il cuore.  C’è ancora qualcuno che si pone obbiettivi alti, culturalmente riconoscibili e organizza dibattiti e incontri ai quali si può partecipare. Io ho partecipato al Convegno con un mio intervento un po’ stralunato perché non più avvezzo al pubblico dibattito su temi, per così dire, “alti”. Eppure eravamo lì, un gruppetto di persone a parlare ed altre, numerose, ad ascoltare.


ArchigraficA ospiterà gli interventi e qualsiasi forma di dibattito sull’argomento. Le parole Utopia, Eresia, Bellezza e Metropoli costituiscono, a mio parere, i punti fondamentali del dibattito sulla Grande Città Moderna. Se ne sono occupati, in maggiore o minore misura, tutti i più illustri pensatori dell’Occidente. Mi vengono in mente Max Weber, Georg Simmel, tutti i sociologi della Grande Città e poi filosofi come Martin Heidegger, poeti come Baudelaire, Rimbaud, Rilke,  e, ancora,  estetologi italiani studiosi del paesaggio e dei giardini come Rosario Assunto e poi gli architetti, tutti, chi più chi meno, hanno affrontato, con le loro teorie e le loro strumentazioni culturali, il grande tema della metropoli.  Ci sono state scuole di pensiero, in Italia, e  straordinari interpreti  della stagione architettonica contemporanea  come Aldo Rossi (la sua Città Analoga è  luogo teorico – stavo per dire filosofico – in cui  tutte le architetture straordinarie che l’uomo ha creato nella storia coesistono in una sintesi essenziale), Manfredo Tafuri con la sua critica serrata, iconoclasta, essenziale, spietata, straordinariamente efficace della società borghese e delle sue nefandezze. Ed ancora mi vengono in mente nomi come quelli di De Seta e la sua lodevole ricostruzione della storia di Napoli attraverso iconologie, documenti e letture cartografiche, di Gregotti e la sua intelligenza progettuale, di Bernardo Secchi e la sua lucida critica dell’urbanistica moderna, interpretata come “racconto”, espediente letterario di riduzione e simulazione  dei conflitti territoriali e ancora l’impegno di studioso di Renato De Fusco, le sue interpretazioni semiologiche della storia dell’architettura, l’impegno politico culturale di Roberto  Pane e così via, l’elenco è lunghissimo  e denso di interpreti di primo piano.


La loro capacità, la dedizione al mestiere di architetto, interpretato nei vari ruoli dello storico, del progettista, del pianificatore  ci ha formati come architetti ed intellettuali.  Ha fondato le nostre scuole di Architettura, la cultura architettonica italiana contemporanea. In particolare ho un gran bel ricordo degli architetti napoletani. Non posso non sentirmi inorgoglito al pensiero che il gruppo di giovani professori della neonata Facoltà di Architettura di Napoli, negli anni trenta,  costituì anche il nucleo essenziale di progettisti innovatori della Mostra delle Terre d’Oltremare, un incredibile episodio di sperimentazione di una moderna città-giardino effettivamente a misura d’uomo; nomi come quello di Carlo Cocchia, Stefania Filo-Speziale e Giulio De Luca vi spiccano, sono stati i miei professori universitari e costituiscono una mia qualificazione, mi fanno sentire parte di una storia, di un vissuto, di un impegno. Io - e lo dico con una certa emozione - sono stato assistente del professore De Luca e ho ascoltato le sue lezioni, assistito alle sue esercitazioni, l'ho osservato mentre, al tavolo da disegno, tracciava prospettive e progetti con grande abilità e con quella passione per il disegno che oggi nessuno più possiede.


Molta di questa cultura sapeva di essere utopia, di non essere, cioè, attuale, per niente inserita nell’hic et nunc della metropoli contemporanea, luogo dei flussi di merce, dell’alienazione; non sarebbe stato possibile conciliare le  ideologie dominanti dell’Utile e quelle della città di Bellezza. Condannati a rimanere i poli contrapposti della dialettica del grande capitale e della globalizzazione, l’Utile e la Bellezza hanno finito per escludersi e contraddirsi in un radicale contrasto di negazione assoluta ed inconciliabile.


Quello degli architetti è sempre stato, dunque, pensiero di utopia, non-luogo, lontano da dove, altro. Ma è stato sempre pensiero limite, obbiettivo da tener presente in un dibattito culturale serrato, anche nella logica di radicale contrapposizione che ha caratterizzato l’Ottocento e  il Novecento.
Ma ora, la conseguenza più disastrosa della logica prepuberale imperante dei mariti-sdraiati-sotto-i-letti-delle-pinup è quella di delegittimare qualsiasi forma di dibattito, mescolando tutto in una brodaglia insulsa di assoluta mancanza di significato. Questo è, a mio parere, il vero disastro dell’epoca contemporanea. Nella sregolatezza sguaiata, banale, ignorante, rozza, volgare della logica da grandefratello, tutto si mescola e si avvilisce. Tutto si riduce all’atto di scempiaggine descritto nella Bibbia dalla frase  “gettare perle ai porci”; questo scempio si è compiuto. La logica imperante è quella di svilire, nell’appiattimento verso il basso e l’inconcludenza, qualsiasi primato dell’intelligenza, dello spirito critico, dell’utopia. L’utopia perde la sua vera funzione se si cancella la linea d’orizzonte, se tutto non va più in fuga verso il suo Fuoco, se non si disegna più il primo piano tenendo contro della prospettiva e del convergere delle linee divergenti all’infinito.


Nessuno raggiunge l’infinito. E’ ovvio. Ma l’infinito è lo scenario nel quale le figure dei nostri corpi assumono le giuste proporzioni.  Altrimenti  tutto si mescola e si appiattisce nelle due dimensioni dell’immediato, dell’hic et nunc. Ed allora qualsiasi orrore può passare inosservato e essere giustificato: il razzismo, la mancanza di libertà, l’idiozia, la sopraffazione. La speculazioni filosofica sull’avvenire, le poesia, l’arte, tra le parole in libertà e senza senso dei partecipanti al reality televisivo,  si perdono, non si distinguono più. E  ciò che non ha più significato sono proprio le parole di bellezza, eresia, utopia.

Un mondo senza-regole si sostituisce a quello che finora ha costituito lo scenario della storia perché l’unica regola è appiattire verso il basso.  Simmel credeva che l’intensificazione della vita nervosa che è propria della metropoli desse vita al tipo blasè, cinico e decadente, indifferente alle sollecitazioni violente e corazzato contro qualsiasi forma di choc. Oggi il rumore imperante è diventato tanto forte che ha azzerato anche ogni forma di cinismo intellettuale, ogni possibilità di eresia. L’eresia presuppone il dogma da abbattere. Ma quando il dogma diventa barzelletta, e per giunta barzelletta da caserma come quella del marito in mutande sotto il letto della pinup, l’eresia si svuota. E anch’essa diventa inutile.


Hanno preso parte al dibattito, coordinato da Antonio Fiore, giornalista del Corriere del Mezzogiorno, con i loro originali contributi: Antonella Palmieri, architetto, Dario Giuliano, docente di estetica, Francesco La Regina architetto docente di restauro,  Antonio Vitolo psichiatra, Mario Persico, artista, rettore dell’Istituto Patafisico partenopeo, Mimmo Grasso,  poeta, Cynthia Penna Simonelli, curatrice e critico d’arte e il sottoscritto, architetto, docente di progettazione assistita.

Quello della Bellezza, ha sostenuto Antonio Fiore, nella sua breve introduzione al Convegno, è un tema, per così dire, "scandaloso", viste le convinzioni diffuse che segnano il tempo che ci troviamo a vivere, costretto tra la fruizione privata del Bello e una concezione solipsistica del godimento estetico. Il ruolo dell'architetto, al di là del mestiere, è certamente quello di riconciliare nuovamente estetica e utilità sociale, così com'è avvenuto nelle grandi stagioni dell'arte, di ridare, cioè, significato, all'operare pubblico, alla definizione dello spazio urbano, alla costruzione del suo ordine formale.

Antonella Palmieri ha rintracciato il senso del percorso compiuto da una piccola comunità di architetti, di soggetti pensanti di fronte allo sfacelo della città, alla dissoluzione di qualsiasi idea di comunità attiva nel tessuto urbano. Dall'autoisolamento in un altrove inteso come fuga, i promotori del convegno, intendono riaprire il discorso sulla città e il suo destino postprometeico. Dopo la città di Prometeo, quale destino ci aspetta? Quale il destino degli architetti e il senso del loro antico mestiere? Condannati all'autoesclusione o al delirio delle forme avulse da qualsiasi contesto sociale, gli architetti contemporanei sono, di fatto, privati del linguaggio e delle prospettive che sempre hanno avuto nel corso della storia. Il significato al loro mestiere ed al loro modo di pensare veniva sancito dalla presenza della città intesa come luogo della Bellezza; in questa armonia formale la comunità urbana ritrovava la sua identità, il suo ruolo.

Oggi la logica che segna le città, e in particolare di Napoli, non è quella delle comunità operose dei tempi passati. Cercare di sconfiggere con la forza del progetto e della ragione gli equilibri esistenti sul terreno alienato e degradato oltre ogni misura della città è certamente impresa difficilissima, che ha a che fare con l'utopia. Ma utopia è progetto, è individuazione di un percorso sensato, di una possibilità. Gli architetti non hanno smesso di pensare ad una città di armonia e di bellezza anche se questa parola è sembrata fuori luogo, scacciata dai discorsi ufficiali e dalle scuole dove si insegna il mestiere. Pronunciata dapprima con timidezza, a poco alla volta s'è trasformata in una richiesta sempre più pressante e presente in una grande quantità di soggetti che hanno a cuore il destino della città. Gli architettti sono sempre stati i depositari di un sapere che non può restare represso ancora per molto tempo. La Bellezza può essere definita come la capacità di reagire all'orrore dell'esistente, al degrado totale dell'ambiente fisico. E bisogna cominciare a parlarne;fondarsi sulle capacità della ragione e del progetto e parlarne liberamente in gruppi sempre più numerosi, indipendentemente da qualsiasi congrega di potere.

Mina Di Nardo - scultura in legno

Antonella Palmieri 1/2

Antonella Palmieri 2/2

Giacomo Ricci 1/2

Giacomo Ricci 2/2

 
   

Utopia, Eresia, Bellezza

di Mario Persico

Chiedo scusa per non poter essere qui con voi, ma una stenosi intestinale mi ha costretto a ricoverarmi e a constatare di persona che la vita degli esseri umani e degli animali dipende inevitabilmente dalla defecazione.
Il mondo, ahimè, è edificato sulla merda. E questa non è né utopia né eresia. Del resto, la “merda” e la “Merdre” di Jarry differiscono per una sola “r”.
Ho ritenuto pertanto opportuno essere presente con un mio breve e certamente banale scritto sul tema che vi accingete ad affrontare. Tuttavia mi sento un intruso fra tanti specialisti e uomini di cultura: io sono soltanto un pittore con qualche curiosità e un po’ di disordinate letture alle spalle.


L’Utopia, a mio avviso, è il prodotto di un pensiero libero da qualunque potere religioso o politico. E’ sempre esistita; non a caso uno degli esempi di utopismo più evidente è La Repubblica di Platone del IV secolo a.C., anche se il termine è stato coniato, se non vado errato, nel ‘500.


Sul termine vi è stata un’interrotta disputa filologica che dimostra che l’Utopia non è un sistema chiuso anche se ancora oggi prevale la convinzione che essa è sinonimo di chimerico, irrealizzabile, impossibile. Gli utopisti sono considerati dei visionari, privi del senso di realtà, e questo probabilmente perché la realtà che nominiamo è ritenuta prendibile, mentre essa non è altro che la fluttuazione di uno sbiadito intreccio di teatro d’ombre dove un piccolo fremito, un alito di vento, può distorcere in anamorfosi illeggibile l’immagine che credevamo di avere conquistata. La realtà è, esiste; forse dipende dal silenzioso determinismo della natura, ma per noi essa è intraducibile, indicibile, allusa ed elusa dalla profusione di metafore grazie alla quale reperiamo la forza di sopravvivere. E’ il potere politico a fare di tutto per raggiungere la metafora definitiva e quindi la convinzione dell’esistenza di una realtà assoluta, per poter imporre la propria onnipotenza e tracotanza. Molta arte nasce dalla consapevolezza dell’implausibilità del reale e per questo la vedo vicina alla grande scienza. Penso all’indigenza allusiva che lo stesso Einstein riscontrava nei segni della sua formula della relatività. Si tratta allora dell’indigenza del lavoro intellettuale , l’indigenza della condizione umana, della consapevolezza di una distanza incolmabile della verità dal reale, di quel coraggio di tenere aperta la ferita tra sé e il mondo. Se non ricordo male è stato Adorno a parlare per primo della capacità di “mantenere lo sguardo fisso all’orrore”.
Bene, checché ne pensino gli scettici, la Patafisica, questa strana scienza delle soluzioni immaginarie, ha sempre saputo riumanizzare l’orrore attraverso l’ironia, il riso, la comicità, lo sberleffo.


L’Utopia non può esistere senza immaginazione. L’ “immaginazione -ha scritto Bachelard- più che inventare cose e drammi, inventa vita nuova; apre occhi che hanno nuove possibilità di visione”.
L’immaginazione dei patafisici non è quella indotta da sistemi culturali dipendenti dalle grandi autocrazie bensì dalla capacità di osservare il mondo da un’angolazione visuale diversa e, quindi, tesa a mettere in campo quelle linee di fuga che modificano il gioco relazionale del potere e di qualunque controllo. In questo senso anche l’Eresia è, in qualche modo, utopistica poichè tende a porre in crisi il dogmatismo di poteri non solo religiosi.


Di eretici la storia del mondo è piena (penso a Galilei, a Bruno, a Moro), persone che pensavano col proprio cervello. Libertà, questa, che oltre a porre in discussione convinzioni prive di qualunque concreto supporto è spesso riuscita a produrre fessure e interstizi nel corpo possente delle istituzioni di potere, attraverso cui è stato possibile insinuare l’inattendibilità di qualunque certezza e a praticare metodi eretici. Quindi ritengo che l’Utopia e l’Eresia sono l’essenza della cultura, la volontà di andare oltre ciò che riteniamo di conoscere, quell’ “andare verso un fantasma” di cui ha scritto Paul Valery nella bella lettera sui miti. La buona cultura è sempre utopistica; penso a Rabelais, Swift, de Bergerac, Ducasse, Roussel, Gaudi, Satie, Buñuel, Leger, Clair, Duchamp, Ernst e altri ancora tra cui Jarry, Vian, Queneau, Baj - ma l’elenco potrebbe continuare per parecchio.

Circa la Bellezza devo dire che mi riesce difficile ritenere che questo “sentimento” possa confluire pienamente nell’Utopia od Eresia anche se un progetto utopico o un comportamento eretico possono senza dubbio essere ritenuti belli oltre che buoni.
Ho l’impressione però che la bellezza dipenda troppo da una data cultura o epoca storica. Inoltre, all’interno di esse, numerosi e contrastanti sono i pensieri relativi al suo significato.
Basti pensare al severo rifiuto di Freud dell’Espressionismo e del Surrealismo, placatosi appena un poco dopo l’incontro con Dalì. E si capisce perché; senza poi tener conto di ciò che i popoli primitivi consideravano bello. Vi sono stati scrittori, come ad esempio Jaen-Iacque Rousseau, convinti che il bello sia strettamente legato al buono o addirittura sia la stessa cosa. Artisti come gli informali che hanno trovato nell’uso di certi materiali, nell’esplorazione rigorosa di una screpolatura, di un grumo, di un pezzo di stoffa, una bruciatura, una diversa bellezza. Ma si tratta sempre di valutazioni soggettive.


Per quanto mi riguarda, ritengo che il problema in arte non sia quello di rincorrere una presunta bellezza ma piuttosto una nuova interpretazione del mondo attraverso la materialità di un linguaggio che scaturisce dalla poetica del suo artefice. Comunque, si tratta di un tema ricco di insidie dal momento che esiste una bellezza quotidianamente consumabile che poco ha a che vedere con la bellezza di cui intendiamo parlare ed è molto difficile separare l’una dall’altra. Si tratta, per non creare equivoci, di tener conto delle derivazioni politiche di alcune asserzioni e convinzioni. Io, da patafisico, penso che il bello sia quasi frutto riposto nell’immaginazione e nella volontà di cambiare questo mondo, anche se consapevole che non basti dire “Olè’” per uccidere il toro.
Possiamo tuttavia pungolarlo senza isteria o nervosismo, con serenità e col sorriso sulle labbra.


Siamo indifferenti verso la verità del reale, convinti che possiamo servirci solo di metafore che ammiccano alla propria inconsistenza. Inconsistenza che non tanto stranamente può concorrere con altri mezzi a minare la certezza di un sistema che per la propria sopravvivenza si serve di molteplici strumenti mediatici per decervellare unicamente l’umanità.
Non intendo continuare ad annoiarvi e, in attesa di vedere più spesso me stesso in un pitale, vi pongo faustrollici saluti e l’augurio di buon lavoro.

     
   

Omertà, sfiguramento, sublime, reliquie

    di Antonio Vitolo
                                                       analista didatta

La filosofia antica e l'estetica moderna convergono nell'alludere ad una consistente affinità tra il bello e il vero. O, sarebbe più rigoroso supporre, tra la nozione intersoggettiva del bello e il verosimile condivisibile. I neoclassici, in particolare, istituirono una sostanziale equivalenza tra verità e bellezza. Le rivoluzioni industriali e l'apporto delle avanguardie, soprattutto quella protonovecentesca, hanno offuscato tale condizione, al punto che oggi il relativismo - molto differente dalla relatività - e la dissoluzione della forma figurale possono esser considerati indisgiungibili dallo spazio metropolitano, dall'esistenza in esso iscritta, dalle produzioni mentali che in esso si situano.
Dal punto di vista della Tiefenpsychologie muoverò a presentare alcune ipotesi e alcune opinioni personali intorno al rapporta tra figura, forma, pensiero)sentimento, spazio e tempo metropolitani.Quanto ciò riguardi il tema dell'utopia dipende senza dubbio da una peculiare angolazione dell'utopia, che nel pensiero occidentale,è un'inconfondibile riformulazione del reale, sulla via della fantasia e della libertà, non dell'arbitrio. L'utopia appare, pertanto, nonè luogo vano - ciò spetta, se mai, all'atopia -, ma un luogo  non immediatamente abitabile e fruibile, irriducibile alla fisicità che attesta la contingenza materiale nello spazio.
Il vincolo tematico predisposto per la riflessione del convegno implica infine l'eresia - scelta,opzione - elettivamente tesa ad alto grado libertà, perciò antitetica al dogma, al canone. Una scelta può essere un'idea di città, per rievocare il titolo d'un significativo saggio di Rijkwert. Un itinerario della mente, prefigurazione di nuovi equilibri, approdi ignoti, altro, ad ogni costo. E di tale travagliata oltranza più avanti si parlerà, nel meditare sull'intreccio di vecchio e nuovo, di tollerabile e intollerabile, di bello,sublime, brutto, distruttivo e autodistruttivo che si manifesta e si cela in noi, in Napoli, luogo carico di storia votato al nuovo, lacerato da spinte regressive e progressive, da visioni di straordinaria bellezza e orrori mortiferi che strappano indignazione.
La psicoanalisi e la psicologia analitica pongono al centro dell'attenzione teorica e clinica l'invisibile, che non coincide
con l'inosservabile. E' la gamma delle percezioni, sensazioni, intuizioni, pensieri, che fonda, a partire dal sogno e dalla fantasia inconscia, originaria e potenzialmente originale, il soggetto e la comunità.  Lo spazio e il tempo della psiche comportano una stringente contraddizione : quanto più l'individuo tenta di raccogliere ed esprimere la propria intimità, tanto più attinge l'esperienza di ciò che è radicalmente perturbante, straniero, - S. Freud, Das Unheimliche, Il perturbante, 1919 - .
Similmente la reintegrazione delle parti psichiche scisse dona bellezza, senso, autenticità al soggetto che s'apre ad un nuovo assetto esistenziale ( ciò vale per la nevrosi, mentre la condizione psicotica, pur curabile, difficilmente guaribile,
assomiglia, secondo una metafora usata da C. G. Jung in una lettera a S. Freud il 19 giugno 1908, alle rovine di Pompei ).

Prenderò in esame un luogo particolare, il volto umano, estendendo alcune considerazioni alla figura umana e ad alcuni oggetti che nelle arti figurative, così come nello spazio metropolitano, caratterizzano le vicissitudini umane, darwinianamente vòlte al mutamento, pur con scansioni talora drammatiche ( povertà, malattie, guerre, violenze ) . 
Quel che Giuseppe Arcimboldi, detto Arcimboldo, dipinge in forma di volto nelle quattro stagioni conservate a Vienna, è
una rinascimentale virata di audacia ideativa : minerali, vegetali, animali, vengono ordinati in un paradossale, letteralmente sovrumano, ordine naturale, sovrapersonale. Non dissimilmente la Melancholia I  di Albrecht Durer (( ATTENZ.NE : il mio PCè privo di dieresi/ Umlaut sulla u di Durer e preferirei non scrivere Duerer )) dispiega, al volto umano che contempla, i solidi che attestano il sistema copernicano e il nesso eliocentrismo-malinconia. Non stupisca il salto pindarico col quale, dopo i due brevi cenni, passo a  Il grido di Munch, 1893, ove una figura femminile, sul ponte in un paesaggio scandinavo, le mani serrate sulle orecchie, il viso ridotto a maschera allucinata, fissa chi guarda il dipinto, la bocca ovulata nello spasmo angoscioso dell'urlare.
Sia qui menzionato il tratto distintivo che marca l'arte : la capacità di anticipare gli umori collettivi d'un'epoca, lo Zeitgeist .
Prima ancora dell'avanguardia, Munch contrae in quel volto la più adeguata espressione umana dinanzi alla crisi sociale
che culminerà nella I guerra mondiale.
Tragicamente icastico, quel volto lascia risuonare un'eco insopprimibile.
Ad esso si affianca la contrazione del tempo distintiva dell' Ulisse di J. Joyce e, in seguito, La metamorfosi di F. Kafka.
L'irrefrenabile spirito di guerra, dopo aver  inizialmente illuso persino Freud e Jung, cederà il posto a considerazioni addolorate e pensose di ambedue ( le visioni anticipatrici di Jung nell' autobiografia Ricordi,sogni,riflessioni, le amare Considerazioni attuali sulla guerra e la morte,Caducità, Lutto e melanconia di Freud  ).
Due anni prima della II guerra mondiale il dipinto di Magritte L'ésprit de géometrie, presenta in forma sconvolgente due figure e due volti : una madre e un infante, dai corpi plastici e torniti, che reggono due teste 'invertite'. La madre ha il volto d'un infante, questi ha il volto d'una madre.
L'espressione dei due è 'psicoticamente' normale e florida ! Ancora una volta l'arte anticipa il terrore  d'una guerra, partita dai totalitarismi, dai Lager, dai gulag e conclusa dalla bomba atomica. La ripresa degli scampati, durissima eppur vera e  bella,è stata piena d utopie ed eresìe. Di contro Giacometti, uscito dal surrealismo, affine al freudismo, scolpirà figurine dalle gambe smisurate, il volto minuscolo. Egli afferma essere già un vero miracolo la simmetria del viso umano - ad es. la distanza tra gli occhi, il rapporto tra occhi, naso, bocca. Anche in artiste partenopee contemporanee, Lucia Gangari, Adriana Del Vento, Nicca Iovinella, si registra un travaglio formale che, muovando dal bisogno di 'abitarsi' ( Iovinella ), culmina in dipinti  ( Gangari ) o sculture ( Del Vento ) che additano, nel caso della prima, il passaggio dalle orme a busti e volti femminili marcati dallo sguardo divergente per malinconia o depressione, nel caso della seconda il conseguimento d'una forma spettrale, luminescente, creata per 'levare' più che per 'porre' ( Michelangelo ), vitale al confine della morte.
Napoli pullula di reliquie e produce, per perverso sortilegio di camorra - una struttura familista che doppia lo stato in forma incestuosa e omicida. Napoli sopravvive per l'omertà degli abitanti, capaci di reggere il vuoto in cui masce il pensare e il rischio della fine, di vivere lo sfaldarsi di forme belle e vere, nel dominio del cattivo gusto, della presunzione borghese di eternare profitti e silenzi nel cinismo.
La civiltà industriale, per così dire, avanzata, comporta alterazioni dell'esperienza dello spazio e del tempo. Si pensi a Tempi moderni di Charlie Chaplin e al concetto di Dorfles di intervallo perduto, affine alla perdita del centro ( Eliade ). La metropoli incarna tali aspetti nel suo 'ventre', inscenando notte e giorno desideri e paure, commisurate agli oggetti depersonalizzati che rispecchiano la crisi del soggetto. Lo 'sfiguramento' della nostra età si può cogliere, ad esempio, nella liposuzione, nel lfting, nei trapianti.
Accanto a ciò procede una riduzione della soglia della coscienza, un abaissement du niveau mental, che decentra nello spazio e nel tempo noi soggetti immersi nel ritmo d'una qualunque giornata metropolitana, ove non si percepisce il tempo proprizio per la nascita e la straordinaria, laicamente misteriosa 'chiamata' insita nella morte.
Un evento recentissimo, l'uccisione malavitosa di Petru, ambulante romeno, caduto per mano sinora ignota nella stazione di Montesanto, sotto gli occhi della moglie inerme e d'una folla, che obliterava, come suol dirsi con veteroneo semema, il biglietto di viaggio, nella completa inazione. Le telecamere che hanno ripreso la scena inducono a ripensare ad un'eccentrica poesia di Carducci ( 'Odi barbare' ), Alla stazione in una mattina d'autunno, ove risuona la tessera al secco taglio dai della guardia.
Non so quanto muta, ma certo quasi cieca all'evento, è stata la folla di Napoli, che, per quanto la morte colga noi umani
sempre soli, ha isolato e sfigurato sé stessa molto più che Petru, operando una dissoluzione della coerenza di volto e identità, un ottundimento conformista - antieretico -, iperpragmatista - non utopico -.di ciò dobbiamo, possiamo
indignarci, rammentando che, secondo l'Anonimo ricordato nei libri Loescher, è bello doppo il morirevivere anchora . Bello o sublime, in virtù dell'etimo di sublime, che allude a uno sguardo superiore in tralice e, forse, alla sublimazione, quintessenza dell'arte e delle scienze naturali ?

   

 

Bellezza e Metropoli


di Antonella Palmieri

Introdurre la Bellezza…e la Città, tema epocale………….e ..io non lo farò, perché tutto quello che  stasera, qui, io posso fare è raccontare brevemente di un percorso, di una via  che ci ha portato oggi , insieme, in questo posto a riconoscere una necessità di Bellezza e di Città,  a connettere i due termini e a collocarli nei territori occupati tra l’utopia e l’eresia.
E’ un percorso fatto di tante cose: brevi , profondi scambi ; appunti,  tracce, pause interminabili , rimandi, rabbie intorno alle condizioni della città, di questa città.
Guardando meglio, molto di quello che ci dicevamo era” intorno alla città” ma molto altro era dentro la nostra modalità di essere nella  città, di rapportarci e di non rapportarci più  ad  essa e di operare o di non riuscire più  ad  operare attraverso l’unico mestiere che , con alterne fortune  e risultati ,ci sforziamo ancora di fare : il  mestiere dell’architetto.
Di fronte al disagio intellettuale, culturale e sociale che chiunque fra noi non soffra di amnesia encefalica  ha provato e prova in questo contesto,di fronte alle spinte su cui lo stesso si sta muovendo e trasformando ,  il primo istinto è stato quello di una seria ricerca di un “altrove”non bene identificato , privatissimo,  dove placare gli affanni, risolvere le contraddizioni, lasciar sbiadire  la memoria delle  brutture fisiche e morali subite e da subire ,dove sanare le piaghe dell’amor proprio e della dignità di persone   raggiunti  dalla vaga sensazione di aver compiuta l’unica scelta possibile.
La ricerca, pertanto, di una “terra di confine” dove poterci raccontare quello che poteva essere e non è stato . 
 Ma  questo “altrove” non si dava mai compiuto nel pensiero o nel senso, o nelle parole, nelle scoscese conversazioni  e non poteva compiersi : perché - crediamo- nessuno fra  noi, in fondo e purtroppo,riponeva davvero  speranza in un” altrove” convinti, come siamo, che non esistano soggetti in grado di definirsi indipendentemente dal mondo cui appartengono e profondamente    coscienti  di quanto siamo fondamentali  per la nostra stessa definizione i nostri legami, le relazioni , gli affetti.
Se “l’altrove” vacillava continuamente  non ci soccorreva la considerazione che la realtà del genere umano fosse poi, per decreto di natura, essenzialmente, politica: non ci confortava affatto: quale Polis, quale Koinomia intesa come comunità spirituale ci sosteneva e ci dava l’opportunità di definirci, come soggetti, come “ polites”?
Sapevamo altrettanto bene che la città di Anfione aveva da tempo lasciato il posto a quella di Prometeo e da lì……?….. In più eravamo coscienti della dissoluzione della comunità e l’azzerarsi  di uno di due termini  della relazione annientava  qualsiasi possibilità di rapporto dialettico.
Ci ritrovavamo, non volendo, nella condizione di idios; oggi la parola idiota esprime la mancanza di una qualità psichica o intellettiva della persona e non, come all’epoca dei greci,la situazione dell’individuo che, non partecipando alla vita della polis, era mancante di una qualità fondamentale.( All’epoca , come sapete, restare fuori della vita della polis equivaleva alla morte morale).
In più, occupandoci di quello di cui ci  sforziamo  di occupare ,chi eravamo senza un sentimento sociale? Quale senso avrebbe avuto il nostro operare?
Non è un caso, ci pare, che in questo momento,  molta urbanistica e molta architettura rispondano non più all’operato di un soggetto che ha “interiorizzato la comunità” e le sue necessità ma , piuttosto al delirio di un soggetto prometeico, molto consapevole di sé, fin troppo, che di quella comunità ha perso ogni cognizione e della quale non decifra più alcuna necessità o priorità.
Un soggetto , appunto, “che ha rimosso la polis”.
Che sopravviveva in questo deserto?
Sopravviveva un senso profondo di disgusto……………c’era e c’è intorno a noi  un contesto fisico e sociale “che l’anima rilutta , nega e se ne schernisce poiché non la sente in armonia con sé”.
Dunque  sopravviveva , nonostante tutto, la capacità di risposta estetica….. .; Dunque  il disgusto ( e chi non ha in mente Hilmann) poteva rappresentare “un segnale stesso della partecipazione”.
Eravamo idioti , nell’accezione greca,per mancanza di polis  ma non ancora anestetizzati . E allora bisognava sbrigarsi: se avevamo ancora capacità di reazione forse eravamo capaci ancora di desiderare………….
Bisognava abbandonare, come di notte un accampamento che non è più sicuro, ogni velleità di isolamento benché strutturato  e spostarsi ,  a caccia della comunità ,” fuori delle mura della nostra pelle”.
E ritrovare il desiderio. E immaginarne l’oggetto, gli oggetti…del desiderio.
Abbiamo cercato nel “rimosso”, in quello che si teme di desiderare;  quello intorno a cui si fanno ampi giri, come gli uccelli finchè a picco su strabiombi di realtà abbiamo trovato, svenuto, un sentimento di Comunità: rimossa era , fra noi, l’idea di Comunità che si fa Città e rimosso era  il desiderio di “Bellezza”. Una parola diventata, ,scandalosa, indecente, poco contemporanea ed anche fuorviante.   
Noi desideravamo , volevamo…e vogliamo  la Città, ma una città che favorisce l’incontro, lo scambio, il rapporto,la partecipazione e in ciò riconoscevamo e riconosciamo  la sua Bellezza  intesa come Desiderio del Mondo.
Non cercavamo né cerchiamo la sua definizione . Lontana è la polemica distruttrice del “chi decide che cosa è bello e cosa non lo è  “come  anni luce ci separano dalle  teorie estetizzanti.
Personalmente mi fermo alla definizione di Bellezza quale “all’intenzionalità senza intenzione” ma accetto di tutto e con eguale entusiasmo .Non  cambia la sostanza della cosa.
Ma andiamo avanti :  registravamo che l”Altrove” era scomparso davanti al desiderio.
Dinanzi ad una possibilità- e in ciò è il senso del termine utopia- di desiderio, di fronte alla possibilità di toccare , forse ,la stessa  “sostanza di cui sono fatti i sogni”, di fronte alla possibilità di immaginare la città e la comunità che la sostanzia ,ogni tentativo di fuga  era stato abbandonato.   
Cercando la Città, naturalmente, noi non l’abbiamo trovata.
Dissolta e martoriata, depressa , offesa, da scelte dissennate operate da altre comunità. Vogliamo chiamarle così?  
  Se la città, fisicamente, dunque,non rispondeva più  bisognava ricostruire lo scambio e l’incontro con altri mezzi.
Bisognava ricostruire la “Città” altrove .
Connettere  una piccola Comunità spirituale che  cominciasse a confrontarsi: esisteva? Esisteva la riflessione sui temi che noi da mesi affrontavamo  esistevano gli studi e le ricerche che gli amici portavano avanti da anni , esistevano i saggi di chi  più stimiamo e condividiamo, esistevano gli artisti,esistevano coloro che sanno cogliere i segni del rinnovamento,  che cercano le ragioni intime dei nostri comportamenti, esistevano ancora  i poeti, i musicisti, gli artigiani che amano il proprio lavoro  ; esistevano le riviste di architettura nazionali su cui abbiamo preso ad intervenire e che, inopinatamente, ci hanno dato attenzione e un giorno sapremo perché….. insomma esisteva ancora un pezzo della “Città di Anfione”. Nonostante tutto.
Sotto l’ironia dissacrante , sotto “il tutto è perduto”, sotto il “Carissimi , tutto è uno sfascio…di quale Bellezza dovrei parlare io ?”, sotto la lava dell’afasia  del “….. Ho bisogno di silenzio …ma ….”, esisteva ancora la voglia  di dire, di confrontarsi,di esserci, di pensare e di rinnovare il pensiero.
Ricompariva l’Altrove : ma questa volta era il territorio dell’utopia consapevole.
E sia! Non avremmo cambiato il mondo, né forse il nostro intorno, né lo cambieremo(ma chi lo sa!)  ma avremmo migliorato la qualità degli scambi tra di noi e perciò la qualità della nostra vita intellettuale e forse affettiva.
Così abbiamo cominciato ad abitare  un progetto di comunità.
Insieme alla Città, insieme alla capacità di rispondere ancora alle sollecitazioni del reale noi cercavamo le risposte al senso del nostro mestiere. Sentivamo e sentiamo con forza   che le cose erano  e sono strettamente correlate.   
Sono riprese le letture e le riletture: dai classici  al grande Rosario Assunto: in quale Città abitavamo : Da Anfione a Prometeo , da Prometeo a  chi?
E’ rinato il desiderio di parlare, di scrivere, di cercare dall’altro capo dell’Italia, come sotto casa, chi era ancora vivo.
E tra le carte dei colleghi, sotto le scarne cose che ci danno a fare e in cui non ci riconosciamo più, sotto l’ennesimo segno della nostra caduta libera- e cito la meravigliosa frase di un collega che spero stasera sia qui:  che “da Imhotep ci ha ridotto al Gazebo” sono ricomparsi , timidi, acquerelli meravigliosi, strani oggetti, foto sorprendenti , ricerche mai pubblicate con una articolazione di senso spiazzante  e poi , progetti pudici, delicati , conformi alla ragione che ormai nessuno osa più fare.
Ma allora è vero “che il Grande Represso di oggi, il tabù….(..) è la Bellezza.” E’ vero che “l’inconscio non sta sempre nello stesso posto”.
Ciò che è inconscio non lo è più. (…) che l’inconscio “è sempre dove non si guarda “ e che oggi siamo inconsci della Bellezza. 
Dunque è possibile che “ che se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza, ci sarebbe ribellione per le strade”.

 

   

Bellezza e metropoli tra utopia ed eresia

di Cynthia Penna Simonelli

La riflessione che il tema della mostra mi ispira è quella di considerare la funzione sociale e culturale che una moderna metropoli dovrebbe svolgere sia in termini di  produzione che di fruizione dell’arte in generale .
Si parla molto oggigiorno di “qualità della vita” nelle città, si estrapolano dati statistici, si stilano perfino graduatorie di vivibilità delle città . Uno dei “servizi”  che una città dovrebbe offrire ai propri abitanti è senz’altro quello della fruibilità del prodotto artistico come volano culturale.
Una città dovrebbe essere senz’altro e prima di tutto un luogo deputato all’arte; un luogo dove l’arte presidia alla cultura nonché un luogo di scambio di valori culturali.
 Dalla mia frequentazione di città italiane ed estere, ho tratto la conclusione che il mondo dell’arte  sta soffrendo nell’ultimo decennio di una sorta di appiattimento su prodotti artistici cd “sicuri”,  vale a dire di sicuro successo mediatico. L’arte viene ormai considerata come un prodotto di marketing e come tale viene trattata, presentata, prodotta: con un occhio ben vigile al rientro economico che l’evento artistico può favorire. Si sta ragionando troppo in termini di “audience” e di immagine più che in termini di rinnovamento culturale e di propagazione di cultura.
Con ciò non voglio certo intendere che mostre dei grandi classici e dei grandi maestri antichi e contemporanei  non se ne debbano più  fare: ma Il mondo dell’arte sta correndo il grosso rischio di “ingessarsi” in situazioni gestite da una sorta di oligarchia intellettuale ed economica formata da grandi finanziatori internazionali, grandi musei, noti curatori, grandi collezionisti, grandi galleristi, noti critici d’arte,  in modo da pilotare e far convergere e convogliare le scelte del grosso pubblico su determinati personaggi il cui valore artistico, senz’altro presente di per sé, è anche però il risultato di una operazione economica creata a tavolino.
In pratica si crea un circolo “virtuoso” e/o “vizioso” per cui anche gli sponsor e le testate giornalistiche e i media in generale, convergono e si lanciano sulla mostra che espone i soliti nomi noti per non rischiare una minore visibilità sul nome meno conosciuto.
Tutto questo non ha nulla a che fare col termine “bellezza” né col termine”arte”. La città non è più un luogo dove si produce arte, dove si fa ricerca e dove si fruisce liberamente di questa ricerca, ma un luogo dove altre leggi, economiche e politiche, interferiscono perfino con la produzione artistica.
Molti artisti con cui quotidianamente mi confronto si lamentano di un tale stato di cose in quanto devono occuparsi ormai più di marketing e di immagine che di ricerca artistica pura.
Occorre, a mio parere, fuoriuscire da un concetto dell’arte troppo mercantilizzata e perciò stesso “ingessata”; occorre riappropriarsi della città come luogo di coinvolgimento culturale, luogo privilegiato di fruizione dell’arte, luogo di didattica  culturale attraverso  spazi pubblici e privati che possano liberamente interagire tra loro come ad esempio  fondazioni private e spazi museali oppure l’università e le associazioni culturali. Allo stato questo tipo di scambio mi risulta totalmente assente: ognuno va da sé e per sé; non esiste alla base una logica seria di propagazione della cultura a tutte le fasce sociali, non esiste un coinvolgimento dell’intera cittadinanza verso forme di cultura a tutto campo. Basti banalmente pensare a quanto si investe in termini di pubblicità sui prodotti artistici e a quanto se ne investe sui prodotti di largo consumo.
Oggi come oggi si intravedono luoghi nuovi di produzione di arte nelle fondazioni private e nelle associazioni culturali: Il vero movimento artistico si sta sviluppando molto spesso in luoghi nuovi dove si espone senza  timori reverenziali e senza assoggettamento a ferree leggi di mercato.
Anche le Sovrintendenze ai Beni Culturali si abbandonano a scelte di sicuro successo che non comportano rischi di immagine, fatte salve le dovute eccezioni che sento il dovere di citare come quella della EX Sovrintendenza ai Beni Architettonici della Campania  di Palazzo Reale, che negli anni passati ha presentato mostre di tutto rispetto, facendo con ciò operazione di didattica e puntando su nomi sconosciuti al vasto pubblico locale, ma di sicuro valore artistico come Paolo Soleri, Angiola Churchill, Ariel Soulè,  Felix Policastro, solo per citarne alcuni, ma rimanendo sempre in un circuito di secondo piano rispetto al Polo Museale Campano e al trend gestito dai grandi musei campani.
 In Italia, diversamente che in America, manca quasi del tutto il ruolo dell’Università all’interno di questo discorso: l’Università in Italia non è un luogo deputato all’arte per antonomasia, vi sono esempi sporadici e illuminati, ma rari  di grandi mostre organizzate all’interno dell’Università,  ma questa non si pone mai come luogo di didattica e di creazione  del prodotto artistico, vale a dire come fucina dell’arte. 
Momento topico di tutta la situazione è senz’altro quello relativo alle sovvenzioni economiche e al sistema fiscale previsto dalla legislazione italiana. A differenza di Francia e Stati Uniti, il nostro Paese è caratterizzato da un grande disinteresse, o meglio, da una assenza di forme di supporto al mondo dell’arte da parte della legislazione, soprattutto fiscale:
in Italia non sono previste agevolazioni fiscali di sorta per chi commercia in opere d’arte, né per chi acquista, produce, espone e comunque opera nel mondo dell’arte. Si sconta un’IVA al 20% mentre in altri paesi come la Germania la tassa per il commercio di opere d’arte è del 4%; negli Stati Uniti l’acquisto di opere d’arte può essere detratto dalla tassazione nella denuncia dei redditi e comunque si gode di  agevolazioni fiscali di varia natura per chiunque intraprenda una attività in questo settore.
In Francia e negli Stati Uniti le associazioni culturali che operano nel mondo dell’arte ricevono sovvenzioni statali sistematiche perché e purché siano associazioni NO PROFIT.
Tutto questo in Italia o non avviene, oppure, qualora vi siano sovvenzioni statali, queste sono incerte nell’an e soprattutto nel quando.
Pertanto occorre, a mio parere, acquisire un atteggiamento mentale nuovo  da parte sia dell’isituzione statale che da parte dei privati: intendo un atteggiamento più aperto e spregiudicato  sul tema della produzione e presentazione del prodotto artistico;  lo Stato potrebbe operare attraverso una previsione di bilancio in cui la voce ARTE sia considerata in maniera più consona al suo stesso  valore  intrinseco ; ancora lo Stato dovrebbe rivedere tutta la legislazione fiscale e la materia delle sovvenzioni. I privati e con essi mi riferisco alle imprese di qualsiasi dimensione esse siano, agli istituti di credito e ai professionisti,  dovrebbero investire di più nel prodotto artistico attraverso la formazione di piccole o grandi collezioni da proporre al pubblico anche con mostre itineranti , ponendosi con ciò come volani di cultura. Il rientro di immagine in termini pubblicitari, è a mio parere garantito dal valore culturale del prodotto.
In Svizzera addirittura studi privati di professionisti come medici, notai ecc, organizzano mostre d’arte dopo l’orario di lavoro o espongono opere d’arte periodicamente e sistematicamente.
Il vero movimento artistico e i veri luoghi dell’arte devono perciò diventare sempre di più le istituzioni private  come le associazioni culturali, le fondazioni, le imprese: tutti luoghi “nuovi” nel mondo dell’arte che  possano interagire con le istituzioni pubbliche laddove queste siano aperte ad una ricezione del prodotto artistico  più vasta e più ampia, avulsa da logiche politiche e da favoritismi personali o da logiche di mercato o, peggio,di potere.
Occorre perciò acquisire un atteggiamento mentale e culturale nuovo, più sprovincializzato e più aperto: un modo di pensare  più consono ai cambiamenti epocali che il nostro pianeta sta attuando.
In un’epoca in cui il collegamento anche in tempo reale è planetario, in un’epoca in cui vediamo un Presidente americano di colore il cui motto è “yes, we can”, non si può fare cultura attingendo nel proprio orticello o  assumendo questo come punto di riferimento culturale.
Yes we can è il luogo delle possibilità, delle opportunità offerte e fruite da chiunque abbia qualcosa di valido da dire e non solo dall’amico, o dal parente del potente di turno. Perché questo è il vero  senso filosofico del termine “democrazia”: non è il “siamo tutti uguali in senso economico”, ma  è l’”abbiamo nella vita tutti le più vaste opportunità”.
Un coraggio e un atteggiamento nuovo e  diverso nelle istituzioni pubbliche   per una visione più globale del fenomeno artistico; un coraggio nuovo nel rendersi  esse stesse scopritrici di talenti , di nuove linfe culturali,  senza pregiudizi e senza privilegi pseudo politici e di parrocchia.

Una funzione nuova di coesione sociale per dar modo all’intera città di scoprire e credere ancora nella utopia;  per diventare insomma di nuovo la città utopica di campanelliana memoria.

   

 

Il decumano Utopia-Eresia

di Mimmo Grasso

 

“Niente è più ordinato di un mucchio di rifiuti gettati a caso”. La citazione è di Eraclito e  rinvia per molti aspetti alla teoria del caos. Occorre tuttavia asteriscare il reinvio  annotando che in genere contagiamo coi nostri significati e le nostre esperienze  il  pensiero degli antenati e di tutti coloro con i quali entriamo in relazione; ciò per la semplice constatazione che una relazione è tale se c’è scambio e dunque contaminazione. Non solo:  pilotiamo sempre la comunicazione con gli altri, la forziamo per giungere a un accordo con il  nostro voler-significare e col nostro vissuto, cerchiamo coerenze. Questo fenomeno, sulle cui dinamiche occorrerà indugiare perché è costitutivo della conoscenza (co-naissance), è già un processo utopico ed eretico e come tutte le cose eretiche e utopiche (e/e, non o/o)  fa parte delle regole del gioco, segue il e consegue al funzionamento della nostra mente. Il primo problema, dunque, se si è d’accordo su questo fenomeno, se lo riscontriamo come evento comune,  è “perché contagio di me le opinioni altrui? Quale facoltà o (e?)  meccanismo mi spinge a fare questo?”. E, ancora, in che modo e perché questo è importante per gli argomenti del nostro incontro?
Venendo qui ho visto pezzi di un’opera che, proprio perché gettati a caso (ma è più corretto dire ”sistemati a caso”, cioè intenzionalmente casuali),  desiderano che se ne ricostruisca l’intero, se c’è. Si tratta di pezzi che si autoindicano come citazioni  a piè pagina di una visione, di un’idea che, guarda il caso nel caso, ha come elementi fondanti un parallelepipedo (del tipo, per intenderci, di quello di 2001 Odissea nello spazio), una matrice ovoidale di plastica con supporti e cardini in ferro e, infine, una teoria di uova di ghiaccio di varie dimensioni, tutte  perifrastiche perché stanno per sciogliersi: la matrice delle matrici, l’uovo, quello infibulato da armature di plastica e ferro,  genera il proprio nulla, la propria forma caotica e acquigera. Altresì,in modo responsoriale e dialogante con quel fossile dell’acqua che è il ghiaccio, una piccola  luce è contenuta nell’armatura di /uovo/. Si apre in noi uno spazio di possibili relazioni, una radura di perplessità: se una piccola luce è  in una matrice d’uovo gigantesca occorrerà chiedersi chi ha potuto produrre ed espellere dal proprio corpo  quell’uovo se non la luce elevata a potenza.  Quella piccola luce è il seme di un grifone che non si trova nei bestiari. Annoto, altresì, che nella grafica dell’invito a questo seminario giocano i concetti di simmetria e analogia: la scrittura dell’invito è  ovoidale come lo sono le diecine  di seni o testicoli di toro della mater matuta efesina che vi campeggia (forse è lei che ha fatto quell’uovo, lei che è icona  mostruosa ma -e vedremo perché- “bella”). Questo desiderio di simmetria (relazione di relazioni, metarelazione) obbedisce, secondo il mio osservare, a ciò che in natura è costitutivo del vivente: la simmetria, appunto. Mi riferisco anche  a un celebre esperimento di Bateson che  mostrò ai suoi allievi un granchio morto chiedendo loro da cosa avessero potuto arguire che si trattava di un vivente. Questo qualcosa era appunto la simmetria. Ogni essere vivente è simmetrico, divisibile in due metà uguali. La simmetria, quale che sia il significato che si vuole dare a questa parola, è la caratteristica del nostro modo di pensare. Certo, mi si farà notare che anche una montagna è simmetrica (idealmente simmetrica) e che non per questo è un vivente. Dovremmo, innanzitutto, concordare cosa significhi “vivente” e saremo tutti d’accordo sul fatto che, qui, intendiamo per vivente organismi cellulari, con una speranza matematica di vita limitata, elaboratori di metabolismo. L’ obiezione dal timbro diogenesco non sposta più di tanto la questione e anzi ci riporta ad altre antichissime domande: se siano le leggi della natura quelle del mio pensiero e viceversa ricordando, tra l’altro, che “natura” è un termine perifrastico: tutto ciò che sta per nascere, locuzione che mi fa distorcere lo sguardo dalla città che vedo dai balconi di questa villa perché è una città morta, un granchio in cui è arduo scorgere una qualche simmetria se non tra il sopra dove volteggia il grifone dei bestiari e il sotto dove è occultato l’uovo.  Questa installazione è la nenia a un bambino mai nato. Il guscio d’uovo è il carapace di un sogno, un desiderio di rinascita, l’invito a compiere un nuovo rito di passaggio lungo l’asse Utopia-Eresia che si fondano sull’immaginazione ed ha esiti pratici, comportamentali, sociali.

Non so se Mina di Nardo, ne è a conoscenza ma è strano e certamente poco casuale pensare che il contenitore di un Ur-uovo sia stato da lei percepito come “legno” e in legno realizzato. Forse, inconsapevolmente e per ciò tanto più significativamente, perché il legno è  materies, etimo di mater e della generazione di tutte le forme possibili racchiuse nel potenziale di “uovo”. “Uovo”, altresì, è etimologicamente collegato con “avis”.  Navigando nel  sito del Coordinamento Architetti ho  visto uno stemma utilizzato dalla Di Nardo che, come ella  mi conferma, è di Leon Battista Alberti. Questo “stemma araldico”  è collocato lì, sulla home page, anch’esso quasi casualmente. Si tratta di un “logo” che  è un ibrido tra uovo,pesce, uccello, occhio. Sono notissime le relazioni storiche e simboliche tra questi elementi ed è grazie a questo simbolo che, contaminato, sto dialogando con voi in questo modo, che penso a voi, che immagino di riassemblare i pezzi dell’installazione fratturata ponendovi sopra una statuetta di terracotta (magari una riproduzione della Venere di Efeso, la Grande Madre onnipresente in Campania). So che alcune rose verranno sistemate dentro le uova di ghiaccio in modo  da formare una sinusoide, moto identico a quello del  serpente che, canonicamente, si attorciglia intorno all’uovo cosmico.
Il mio amico Antonio Vitolo converrà con me se individuo in questa performance corale  il Rituale del Serpente e un pezzo dell’ Atlante della memoria di Warburg.  Ed ecco che sto procedendo a inserire i dati esterni (i pezzi dell’installazione) in qualche cosa che conosco già e che è la mia memoria, dove  Utopia ed Eresia sono in funzione biunivoca; ed ecco che comincio a intuire che la bellezza è questa attività, questo processo mnestico. Ricordo altresì uno studio magistrale di Bachofen in ordine alla simbologia funeraria degli antichi. Si tratta dell’ analisi, magistrale, di un dipinto di Villa Pamphili, forse la celebrazione di un mistero orfico, in cui sono rappresentati alcuni personaggi seduti attorno a un tripode sul cui piano vi sono  tre uova bicolori (bianco e nero). La mia memoria sapeva questo e ora io so che, in una situazione di dejà vu,  noi qui stiamo facendo la stessa cosa degli uomini del dipinto di Villa Pamphili e forse stiamo  cercando di comprendere gli auspici che ora una tortora -la sentite?-  gloglotta dai rami di un’araucaria millenaria.
Dopo questa esplorazione e verifica di input/output, situazionale, posso tornare alle regole del gioco
cercare di  affrontare la questione Utopia-Eresia-Bellezza immaginando che quello che dirò possa essere utile per aggiustare i giunti, più che le giunte,  di /Napoli/, che nei punti d’incastro “giocano” sgangherate.
Io sostengo che la bellezza ha luogo nella “potenza” (possibilità) di rimettere in gioco, secondo un ordine imprevedibile ma coerente con gli oggetti memorabili che ho in me, i pezzi che, prima, mi si praesentano come gettati a caso e che, poi, vedo chiaramente come adattabili a giochi d’incastro che la mia mente predispone, progetta in funzione significante sia verso l’interno (il me) sia verso l’esterno (il voi).  E’ quest’area di attesa di qualcosa che “sta per” il luogo della bellezza., la sua “aura”. E’ qui che vengono coinvolte le nostre facoltà. Questo stesso seminario è “bello” per questi precisi motivi, cioè i “reperti” che lascia alla libertà e, alla Masullo, paticità del vissuto. Lo stesso spazio fisico in cui esso accade (questa “Villa di Donato”, in un luogo di Napoli poco frequentato), il contesto, è “bello”, ne è un “pezzo” e tutto sembra coincidere, simmetrico, cioè coerente,  comunica qualche cosa che va al di là dello stesso comunicare, ne illumina motivi e ornamenti insospettati. Un esempio? Dopo questo mio peregrinare ed errare errando, la citazione verbale di Eraclito e la citazione visiva della Di Nardo si posizionano l’una nel territorio dell’Eresia, l’altra in quello dell’Utopia e, come queste araucarie, prolungano le radici, le intrecciano nel sottosuolo. Ciò vale per questa situazione come per /Napoli/ che sarà osservata da varie angolazioni nei lavori di oggi e mi auguro in quelli futuri dal Coordinamento Architetti così  come è, cioè un insieme di molteplici pezzi gettati a caso e che occorre riportare all’intero del senso, individuando nuove relazioni e possibilità di sviluppo urbano, di progettazione  -per gli architetti- ; di senso e di vissuto per i  poetastri come me.
Viene  chiesto, allo scopo di fare qualche passo avanti nella direzione della civiltà,  una nuova e preliminare lettura di /Napoli/, il che non è di poco conto ed è anzi necessario ai fini dell’identità cittadina, lasciata per troppi anni alle cure di politici che, dopo un presunto rinascimento o età d’oro, di pericleo  hanno solo la testa a pera (che, pure, ricorda un uovo).
Da qualche tempo sto lavorando su questo tema dell’identità partenopea. Lo ritengo prioritario proprio per i motivi che ho cercato finora maldestramente di chiarirmi. Un noto adagio del mondo del management recita:”trattate le persone come voi vorreste che fossero e diventeranno migliori di quanto possiate sperare”. Un esempio lo abbiamo vissuto con la prima esperienza di sindacato di Bassolino. La vera rivoluzione è stata la motivazione. Come fare per riprendere i motivi della motivazione, pur consapevoli delle difficoltà gestionali dei sistemi complessi?
Io credo che siano venute meno l’ideologia, l’appartenenza, le tecniche, insomma la cultura,anche quella popolare, specialmente quando la politica ha adottato le classi borghesi per i posti di governo, trattandosi di borghesia della mediazione e non della produzione, che peraltro Napoli non ha mai storicamente espresso. Ma di questo, altrove, essendo l’attuale stato dell’arte conseguenza di un modo di vedere e di “saper sentire” obsoleti.
Ai fini  del lavoro da fare e del tema suggerito forse sarà utile trasferire qui, empiricamente,  la mia esperienza giacché non c’è alcuna differenza di metodo e di approccio tra ciò che fa un architetto e ciò che fa un poeta. Per quanto riguarda la mia attività, incerto anch’io tra Utopia ed Eresia ai fini dell’identità di Napoli ho ripreso e cercato di rifondarne la lingua. L’  incontro per me è stato molto importante, “bellissimo”. Vi confesso che ho sofferto molto, come un architetto che assumesse su di sé il compito di reinventare e rifondare l’architettura di Napoli, rispettandone il “vissuto”, gli strati e la diastratica,  individuando prospettive che non possono che essere di senso del civile. Ero indeciso e periclitante perché sapevo di essere un analfabeta in quanto sapevo parlare la mia lingua materna ma non la sapevo scrivere, con quel che comporta, in termini cognitivi, il passaggio dal parlato allo scritto. La lingua napoletana mi appariva come può apparire a voi architetti la città se ci affacciamo da queste  balconate: non si saprebbe da dove cominciare. Mi si presentava alla coscienza la consapevolezza di dover rispettare le caratteristiche di oralità del napoletano, con i mondi impliciti nell’oralità, e usare dunque  uno stile formulaico, tipico dei cantori. Ne è uscito un ibrido che, come gli africani subsahariani della mia generazione, ho chiamato “oralitura”. La materia era enorme: vedevo una tradizione (il primo a scrivere in napoletano fu Boccaccio), il furore di idee e intuizioni il più delle volte affidate a  modalità canore, cioè popolari, spegnersi intorno alla fine del ’900.  Mi resi conto che l’evoluzione del napoletano era fermo al periodo di Imbriani, circa 1870. Neanche l’ortografia  aveva fatto passi avanti, era stata elaborata a sistema fonetico, il che conferma la natura orale di questa lingua. Di Giacomo scriveva in modo litterato ed ammiccante, Russo pedestre (con quel tanto di ostentazione che implica la faccenda). Ma erano, comunque, pur sempre esiti di un certo rilievo, espressioni di una cultura. Viviani è insuperabile ma non sa scrivere né selezionare ciò che scrive. Eduardo, il poeta piccolo borghese,  non scrive in napoletano: ne ha solo l’accento, il tono. Notavo negli autori quasi uno strato di vergogna  a usare la lingua materna, schiava di quella madre, un’inconfessata obbedienza alla classe dominante e  un rivolgersi solo alla piazza locale. Ma si sa che chi comanda può dire che la sua è una lingua e che  quella dei conquistati è vernacolo. La produzione contemporanea (Bàino, Di Natale, Messina…) registrava punte di eccellenza ma disperse nella produzione più ordinaria. Ritenni, cercando una lingua utopica e adottando categorie di analisi forse oggi eretiche, quelle marxiste, che la morte della lingua è dovuta al nulla  spirituale di chi la scrive ( ma non di chi la parla ancora, il popolo). Gli autori in lingua napoletana non hanno coscienza di ciò che fanno quando usano questo strumento. E sono gli stessi che vediamo ai posti di comando, che ,come si dice, “fanno opinione”. Erano e sono in gran parte avvocati, notari, medici, grossisti, politici che, solo dopo il pranzo domenicale, eruttano versi. A un livello più serio, più autentico, viene la schiera dei cantori, dei vari Gragnaniello, Bennato,  Daniele. Ma quello della musica è un altro mondo, industriale, obbedisce ad altre logiche e, in fondo, il suo pubblico è sempre quello piccoloborghese. Insomma, anche loro mi apparivano con un sottofondo di  falsetto, con occhiolini  al potere, retorici. Denso di nubi, diventavo consapevole di ciò che stavo per fare  e che lo stavo facendo da solo fino a quando non decisi di ascoltare il popolo in tutti i luoghi possibili. La linguista Cristina Vallini, per il tramite di Antonio Vitolo,  mi diede una scossa:”Chi crea la lingua sono i poeti. Noi e gli altri  veniamo molto dopo. Smettila dunque coi dubbi e cerca solo  di far bene il tuo lavoro, senza compromessi”.. Credo che gli architetti qui presenti condividano le mie problematiche perché si troverebbero con gli stessi dubbi  nell’affrontare la rifondazione di /Napoli/. L’ esortazione della Vallini la rilancio qui.:”Fare bene -e cioè eticamente- il nostro lavoro senza lasciarsi condizionare da appalti,  committenze, strategie molto modeste politicamente ma molto ricche economicamente”.
Facciamo un esempio: so che è stato tempo fa approvato un piano di insediamento abitativo di cospicue dimensioni a Giugliano. Non credo che sia necessaria la maga per verificare che lo sviluppo della nostra città va in direzione di Avellino, anche per questioni relative alla “bellezza” (qualità della vita, al sovraffollamento, al carico urbanistico, ai costi dei servizi, ecc.). E’ quanto dimostra  Emma Buondonno che certamente avrebbe rifiutato l’ incarico di progettare centinaia di appartamenti a Giugliano  sollecitando e imponendo  altre soluzioni, di carattere squisitamente “etico”.  Ma tant’ è: il suo no non significa il no di altri architetti o tecnici, napoletani o meno. Mi chiedo, allora, se non sia necessario riformulare il vostro codice deontologico inserendo questioni di etica pubblica, comportamentale, onde evitare che si chiudano gli occhi su spettacolari abominii.
Un “manifesto”, la ripetitività di incontri come questo allargati alla partecipazione popolare, la canalizzazione delle idee, insomma una rivolta  dei quondam intellettuali (quelli, beninteso, che non hanno mai lavorato con la politica) che miri alla condivisione, a diventare vissuto e valore metabolizzato,  potrà consentire, ne sono certo, di  riconsegnare “Napoli” a /Napoli/, il che significa poi rimettere insieme i pezzi secondo un metodo, trasferire valori, vissuto, identità (in sostanza, rimodulare la memoria).
Cerchiamo di definire i contorni essenziali (in senso stretto) di questo metodo nei limiti degli argomenti scelti, con la speranza di non usare un cannocchiale rovesciato. Ritorno dunque ai termini di confine  Utopia e a Eresia. Darò qui qualche istruzione per l’uso di “bellezza”, traccerò come un agrimensore la linea del decumano di  /Napoli/.
Si potrebbe dedurre, dal mio esordio con la citazione eraclitea,  che il caos  è matrice di bellezza. In verità ciò è inesatto in quanto il senso della locuzione è che  “un mucchio di rifiuto gettato a caso” può essere molto ordinato, cioè bello. C’è una  possibilità che fonda la bellezza che, altrimenti, sarebbe una di radice quadrata del caos (locuzione peraltro bellissima). In concreto: una statua greca, p.es. la Venere di Milo o il doriforo di Policleto o i bronzi di Riace, tanto per rimanere nel collaudato, nell’immediatamente verificabile,  sono “belle”. Ma in relazione a  cosa se non al reale dove quella forma, quei rapporti e proporzioni (ordine, simmetria) non sono mai riscontrabili o verificabili?  Si arguisce che per definire qualcosa, attribuirle un carattere o qualità, la mente necessita di confronti con  caratteri o qualità contrari a quelli ipotizzati e solo ipotizzati, potendo noi agevolmente ribaltare le attribuzioni, sempreché il ribaltamento sia significante, coerente. Si delinea dunque un coesistere, ai fini della bellezza, di ciò che individuiamo semanticamente, e in “giro largo”,  come Utopia ed  Eresia, coesistenza che converge in un unico angolo dove  la bellezza è  Utopia dell’Eresia e viceversa. Un’ Utopia, se tale, non deve realizzarsi; l’Eresia, se tale, deve essere combattuta perché non si realizzi. La conferma storica ci viene data proprio da Tommaso Moro, ucciso come l’eretico Giordano Bruno, quel Moro al quale Erasmo da Rotterdam dedicò un’opera molto eretica, l’  “Elogio della follia”.
Ne deriva che gli sforzi compiuti da ciascuno per raggiungere la città di Utopo sono  “eretici” rispetto al modello. Annoto a margine che “eresia” significa “scelta”, cioè  un de-cidere. La decisione riguarda l’area verso la quale volgiamo lo sguardo: verità, realtà. La bellezza non è realtà e la realtà non è  verità in quanto questa riguarda il senso del reale. Intendo dire che spesso siamo eretici (decisori)  più che del “non-luogo” del “luogo del no”, dunque attiviamo un fiutare per rifiutare, che è  un atto conoscitivo abbastanza complesso per esprimere il quale, come nel gioco dell’oca, occorre coordinare, selezionandole (funzione primaria e origine della bellezza),  le componenti di un totem ideale:


Mondo del qualitativo
       (opinioni)

Black Box   
(memoria)

Mondo dei miti
(inconscio)

Mondo dei riti
(inconscio biologico)

La bellezza si manifesta come  cortocircuito, l’un-heimliche, il perturbamento , delle aree del totem;
è  stupor che si chiama Eresia e  coma che ha nome Utopia,  inserto  di attività cognitive  simultanee. Utopia ed Eresia sono entrambe disordinanti: l’una, l’Utopia,  ordina,  dialetticamente e mediante  la logica dell’immaginazione, ciò che non può essere ordinato e pretende di farlo  eticamente, perché  l’etica è il linguaggio ordinato del pathos. L’altra tende a distruggere ciò che pensiamo sia già ordinato, riconosciuto, vale a dire  l’intero sistema  culturale. Quando agisce l’Eresia  viene colpita la parte “bassa” del totem (mondo dei riti e dei miti, inconscio biologico) creando  rigetto, paura, ansia sociale. E’ infatti nella parte bassa del nostro totem che risiedono paura e ansia essendo il quadrante superiore,quello analitico, poco significativo ai fini dell’origine del  “turbinare” della percezione. Sia l’Utopia che l’ Eresia come processo ordinante-disordinante (e si torna ad Eraclito) producono bellezza o, meglio, l’attesa di bellezza che è, dopo il perturbamento, riordino e riequilibrio dei dati che giacciono nella nostra memoria.
Citerò a questo proposito uno dei testi più “belli” che abbia letto, adattabile a Napoli, all’Utopia e all’Eresia e alla bellezza (scrivo “bellezza” con la minuscola perché è il materiale di risulta di un processo più importante).  Si tratta di Glas, di Derrida, in cui il grande francese racconta le vite di Hegel e di Genet, collocate a colonna su un medesimo foglio, il che significa che sono divise o unite da una striscia di silenzio (che fa da pendant alla “campana a morto”, la “Glas”) e in cui tocco e rintocco si alternano tra l’idealismo dell’uno e le res infimae (il fimo è il letame del porcile)  dell’altro, salvo comprendere, durante la lettura, che “infimo” era Hegel, sulla base dei dati biografici, laddove Genet era motivato da una potente spinta ideale. Cosa qui è Utopia e cosa Eresia? Sta di fatto che ciò che conosciamo di Hegel e di Genet , dunque ciò che sta nella nostra memoria, viene reimpostato e mentre ciò accade siamo in tensione, cerchiamo di risistemare le nuove informazioni all’interno del sistema che già possediamo e che abbiamo ottenuto con grandi lavori di equilibrio. E’ in questa sospensione la possibilità, il perifrastico, l’aura della “bellezza”. Quando si raggiunge un nuovo equilibrio mi viene spontaneo dire “è bello” (cioè è coerente, proporzionato, simmetrico -si incastra bene nei miei giunti percettivi).
Se, per tornare all’Alberti, io dicessi e sostenessi, cosa di cui sono convinto, che il “De re architectonica” non significa solo “Intorno all’ architettura” ma che, confortato dall’utilizzo pluriversale che l’Alberti stesso fa del suo “logo” , significa soprattutto”Trattato architettonico sulla nota -mercuriale- re “ (ricordiamo, per esempio, “Le pietre che cantano” di Schneider?), avrò ottenuto un effetto di straniamento in voi che, per ciò stesso, sarete costretti, subito dopo, a rielaborare l’informazione ottenendo, secondo i casi, riequilibrio e riordino oppure rigetto. Il meccanismo cognitivo è identico a quello prodotto dall’incontro coi pezzi dell’installazione della Di Nardo o, su scala ampia, con i pezzi di “Napoli”.
L’esempio più evidente di quanto sto dicendo in ordine al disordine generato dall’uovo dell’Utopia e dalla fiamma ghiacciata dell’Eresia è Cartesio, non a caso il padre del razionalismo. Il suo “Discorso sul metodo”, bellissimo, ha  fondamento su ciò che, secondo l’opinione corrente, è quanto di meno metodologico esista, vale  a dire un memorabile sogno. Vediamo cosa  successe:

stava presso il danubio (c’è sempre un fiume) a scaldarsi i geloni renè. era assai freddoloso. lo avrebbe fatto fuori il gelo della sala delle udienze svedesi: non sapeva che freddo fa sostando in un’udienza. ricordava lo strabismo della prima innamorata. al gracile francese piacevano ragazze con gli occhi un poco storti, lo sguardo da teorema. stava in vestaglia, intento a disegnare un ex libris (late biosas o qualcosa del genere). pioveva senza pioggia ,come adesso. la penna d’oca fece scr sul foglio, un cigolìo da marchingegno. pensò alla relazione tra “silenzio” e “rumore. applicò alla questione l’ut nunc, il pons asinorum, le tavolette della verità. accertò che stavano in posizione biunivoca. ebbe l’ombra di un dubbio. il danubio scorreva, udibile e inaudito. si addormentò,toccandosi i geloni per esser certo del suo corpo. sognò un alcmeone, un ginn funesto. ed ecco viene  l’ombra del dubbio per dove non è posta sentinella. esce da sé renè. si osserva. si accende un cerino sotto il naso caso mai non respiri. congettura qualcosa sullo specchio che  aveva messo davanti alla stufa per raddoppiare il calore. si desta al crac di ramo secco che calpestiamo quando, disattenti, vogliamo prendere la morte di spalle.
da allora le cose rimasero contagiate dal dubbio di poter essere  qualcosa, cose dell’altro mondo. innamorate della loro geometria, si costruirono un feticcio, un dio oggettivo, con gli occhi un poco storti, l’udito balbuziente  e biforcuto: mente/ materia; ascisse/ ordinata

Anche nel caso di Cartesio la lettura dei suoi lavori produce possibilità di relazioni nuove tra i dati della nostra esperienza memorabile, dunque bellezza. Parlo di Cartesio senza dimenticare  Raimondo Lullo  e i suoi perfetti schemi olistici o il Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore o ancora  le città geometriche del 1500. Queste ultime  ai fini del nostro tema sono l’ Eresia più utopica  perché sono state realizzate e, appunto per questo, inservibili. Penso -noblesse oblige- all’altra grande Utopia di Platone, opportunamente citato da Mario Persico. Nel merito, va specificato che  La Repubblica  è  un trattato sulla paideia piuttosto  che sul governo politico;  è anch’esso  un lavoro utopico e nel contempo eretico, come tutte le attività di ricerca (e patafisiche, per omaggio a Mario Persico)  nel senso che dice cose eretiche utilizzando l’Utopia, e ciò a cominciare proprio dal modo con cui è scritta. E’ Platone che inizia il percorso analitico del pensiero e lo fa mediante uno strumento, la scrittura, che con lui  giunge a consapevolezza, ma modulata secondo uno stile formulaico orale. Altresì, a molti sembra un’eresia che il greco cacci dalla sua Repubblica i poeti e si sottolinea sempre il fatto che lo stesso Platone scrivesse poesie, il che anche appare una  bella Eresia. Ma occorre capire chi erano i poeti del suo tempo, equiparabili ai neomelodici di oggi o ai burattini  chi si esibiscono  in concerti di protesta contro chi li  finanzia.
Al tempo di Platone i “poeti” erano preposti all’educazione e costituivano un sottobosco di  imitatori di imitatori che ricorrevano a imitazioni  che imitavano il reale e sappiamo bene che il reale era, per questo pensatore così intenso e teso a individuare la physis delle cose, un’imitazione  non formale di qualche altra cosa di molto formale. Purtroppo Platone non aveva strumenti di psicologia né di neurologia e non poteva immaginare, neanche nella caverna, che il reale si identifica con la struttura della mente. Del resto, per fare significativi passi avanti su questo sentiero dobbiamo attendere, dopo Cartesio, il citato Bateson.
Questo  porta a supporre  che /Napoli/ si identificherebbe con la mente dei napoletani? Si, nel senso che questa è la mentalità-atteggiamento  che si richiede ai napoletani e, su scala nazionale, a tutti gli italiani grazie alla visione delle cose proposte dai media, al punto che un evento, se non registrato da qualche telegiornale, non ha statuto di realtà. Il fenomeno lo si riscontra in tutte le arti in qualche modo collegate e lavorate da sistemi industriali, il che impone una scelta, un’Eresia da parte degli operatori che si dichiarano liberi, scelta che comporta la semiclandestinità. Ed ecco il vero motivo per cui sono qui: per parlare con voi e confrontarmi con voi, che vivete una vita parallela alla mia.  Pensiamo a Napoli in letteratura. Con pochissime, rarissime eccezioni si indugia sempre sugli “stracciacani” di Napoli. Un editore vi pubblicherà solo e se proporrete questo -riconoscibile- modello. Vale per gli scrittori  la stessa logica degli appartamenti a Giugliano. Non posso che concordare, ad esempio, con il parere di Renato Barilli quando analizza il lavoro di  Erri De Luca e si accorge che non si fa altro che riscrivere la “Cavalleria rusticana”. Conosco molti uomini di cultura che confondono lo spirito  greco (rimango nell’area ellenica per evitare tirate di orecchie da Eraclito)  con i monumenti e arzigogolano  nostalgie, rimpiangono una “polis” napoletana “a misura d’uomo”. Sciocchezze. Voi architetti, visto che lo spirito ellenico si identifica erroneamente con i monumenti, sapete che la “polis” ateniese era una città con non più di 10.000 cittadini (ateniesi maschi, dunque circa 400.000 unità) e che costoro vivevano in toto la loro città: un tempio  apparteneva, proprio fisicamente,  a loro, altrettanto un giardino, fontane, ecc. tant’è che le loro abitazioni private  erano molto modeste. E, in più, era autonoma amministrativamente. Non si capisce come si potrebbe  ripetere il miracolo della “polis” se non con utopie da gamberi. Napoli è una metropoli. Possiamo legittimamente chiederci quale è l’ombra della sua idea, il suo liber figurarum. Napoli è densa di figurae ma non basta certo  un loro inventario: occorre un metodo di lettura della città ai fini anche e soprattutto dell’identità civile, eredità di Federico II, senza la quale Napoli non si indignerà mai. Antonio Vitolo mi ha inviato un testo sull’uccisione di Petru, il musicista di strada ucciso a Montesanto. Ecco una “bella” analogia: Petru sarà fatto santo, è il fondatore di una diversa chiesa, a Monte Santo Petru. Osservate come un fatto di cronaca sia stato rielaborato da uno psicanalista (che è anche un poeta) proprio secondo la procedura che sto cercando di illustrare: un fatto (l’uccisione di Petru) sconvolgente (che rimette in discussione uno stato di equilibrio) è reinserito nel vissuto (si cercano analogie con quello che già abbiamo dentro, col mnestico) e, ottenute le analogie (simmetrie) l’esito è il comportamento (nel caso di questo poeta, un testo). Ed ecco ancora confermata l’intuizione eraclitea: un evento non inquadrabile, caotico, diventa fondatore di un oprdine, di un discorso, di un’etica (che, come dicevamo, è il linguaggio ordinato del pathos).
 “Metropoli” è “madre della città” ma a me piace piuttosto riferire “polis” a “polys”, molteplice,  nel che appunto consiste la bellezza, la casualità della bellezza. Credo che il lavoro che vi aspetta, amici architetti, sia ciclopico ma credo anche che ne vale la pena per il semplice fatto che non mi sembra di vedere particolari alternative se non quella di creare un contropotere rispetto a quello costituito con l’inconfessata, ma scontata,  ambizione di sostituirsi ad esso.
In poesia, la bellezza è soprattutto l’area semantica, illimitata, delle parole e delle relazioni tra di loro. Ma  la molteplicità non è nelle cose quanto nell’approccio, disciplinato, al molteplice  e nel conseguente uso, consapevole, degli strumenti cognitivi,  essendo ciascuno di noi umano in quanto marcatore di significati e potendo essere ciascuno  artista in quanto, che usi o meno l’arto,  gestore dei significati ai fini di una comunicazione complessa e coerente., che poi significa “una cosa fatta bene”, cioè “bella”.
Ed ecco un altro problema: “bene” e “bello” sono identici?  Si sa che “bellus” è derivato di benulus, e, meno intenso di “buono”, significa piuttosto “confacente, comodo” per poi sottintendere “ben proporzionato”. “Ben proporzionato” implica che vi siano delle parti, non necessariamente fisiche, da relazionare, armonizzare, organizzare (nel senso di “organon”). La questione forse si supera se più che di “bene” e di “bellezza” si ragiona nei termini de “i bene”, “le bellezze”, ma uscirei un po’ troppo fuori dal tema. In ogni caso  dal mio osservatorio la bellezza ha alcunché di indeterminato o misterico, cose che lasciamo agli artisti Pseudolo e ai poeti Pistetero,  essendo semplicemente un’ attività evocativa, un metodo grazie al quale posso tranquillamente (e l’ho fatto) mettere in musica i bitorzoli del cavolo romano o le macchie di colore di un campo di papaveri: basta enucleare la forma del cavolo e adagiarvi sopra un pentagramma; basta osservare le macchie rosse di papaveri come note su un pentagramma. Ne esce sempre un’armonia per il semplice fatto che, come le variazioni di Bach, queste forme della natura hanno una simmetria, sono autoreplicanti, frattali. E autoreplicante, a frattale, è la nostra memoria.
Un’indagine su Napoli come frattale sarebbe, credo, altamente intrigante. Splendido il musicarla così come appare durante una passeggiata o, xcosa che vorrei fare con qualcuno di voi, musicare un progetto architettonico o trasformare in architettura uno spartito.
Intuitivamente sarete d’accordo con me nel supporre che una cosa è bella e brutta contemporaneamente, a prescindere dalle epoche storiche e dai codici di lettura dei gruppi sociali che attribuiscono valore di bellezza a qualche cosa. Utopia ed Eresia  complottano e ci dicono che la bruttezza può essere molto più ordinata, bella, della bellezza e che la bellezza si fonda su un’attività evocativa, mnestica. Facciamo un esempio: sto qui, alla villa di Donato, in un bel giardino. Tra poco si sarà il tramonto. Questo luogo  in prima battuta mi ha prodotto un’emozione che non esito a definire “ansia” . L’ansia è un segnale di pericolo e il pericolo  è quello che si possa scatenare qualcosa di inconsueto, che io possa entrare in un gioco faticoso (il che si è puntualmente verificato). Il mio omeostato era in piena attività. Poi è intervenuta un’attività di ricognizione e di riordino e, ancora, una stasi nell’omeostato che, dopo aver trovato il nuovo punto di equilibrio, dichiara: “dopo una turbolenza e perturbanza, ho accolto come mie le nuove informazioni e grazie ad esse  mi sono riconosciuto come me”.
Lascio allo psicanalista le relazioni tra energia ed entropia, starnuto e orgasmo,  la messa in moto del sistema omeostatico e le pulsazioni sessuali profonde. Io idealmente lascio questo tavolo e vado a guardare il tramonto sulla mia città. “E’ bello”, mi dico. Che significa? Cosa si nasconde nell’ abracadabra “è bello”?. Posso rivolgere  la domanda a voi: “Perché questo tramonto è bello?”. Mi risponderete, grosso modo: “Perché mi piacciono questi colori che…”, “Perché mi fa pensare a…”, “Perché mi ricorda…”.  Che significa “mi piacciono questi colori?” se non che si ri-conosce qualcosa in questa scala cromatica? Che significa “Mi fa pensare a” se non che non è il tramonto a essere bello ma il suo effetto mnestico? Anche  “Mi ricorda” è un legamento, un dia-leghein, con qualcosa che, appunto, ho già dentro di me e che tento di “ricordare”, cioè “riportare al cuore” (il tempo di “dissonanza” e sospensione di giudizio o di espressione  mentre accade ciò e mentre cerchiamo riordini  tra i dati è precisamente ciò che chiamiamo “aura”).
 Vediamo come funziona questa faccenda.
La percezione si attua attraverso due canali: immagine, parola. Tralasciamo  qui questioni che riguardano il corpo e la sua memoria, vale a dire ciò che non è stato portato, per vari motivi, a verbalizzazione e immaginazione e che comunque lavora nel corpo, producendo “traumi”.
Questo è un ulteriore spunto di lavoro: /Napoli/ è molto corporale. Uno dei suoi simboli è il Nilo, detto appunto “Il corpo di Napoli”. Quali sono le cose che hanno toccato il corpo di /Napoli/ e che, non giunte ad espressione, lavorano come forze traumatiche?
Posso metaforicamente illustrare “verbalizzazione-immaginazione” come due binari sui quali passa il treno del senso. Questi binari sono collegati tra loro da traversine, vale a dire un rapporto tra “verbalizzazione” (attività verbale) e la correlata “immaginazione” (attività figurativa). E’ facile visualizzare un “bel” tratto di strada ferrata in cui a ogni estremità di ogni traversina c’è una parola, un’immagine. La parola, come si sa, ha un’alea in più rispetto all’immagine in quanto ogni parola che designa qualcosa lo designa arbitrariamente, per convenzione tra i parlanti. “Tavolo” indica solo per convenzione una forma geometrica di vario materiale con dei supporti sotto il piano per tenerlo orizzontale a una certa altezza dal suolo. Sulla nostra tratta ferroviaria vediamo un certo numero di traversine collegate tra loro. Sennonché alle loro estremità (nei punti di innesto delle traversine coi binari) non c’è solo una parola e una immagine. Ma molte parole e molte immagini. E’ quello che si chiama “area semantica”.  Non solo. Sull’innesto “parola-binario” una parola si comporta come un polimero, genera catene di significati interni relazionati tra loro. Altrettanto accade con l’immagine. Il piccolo sistema dell’uno si relaziona a sua volta col piccolo sistema dell’altro e così via per quante traversine possiamo contare sul percorso che desideriamo fare o che riusciamo a vedere. Si verifica, pertanto, la possibilità di elevazione potenza dei significati il che richiede un terribile sforzo nella loro gestione. L’artista è tale perché sa gestire questo fenomeno.
Rivediamo il nostro tramonto su Napoli. Ripetiamo la domanda:”Perché è bello?”. Io rispondo:”Perché mi dà un senso di quiete, mi ricorda di quando ero bambino e mia madre mi allattava. Si profilavano sul muro ombre. Io e mia madre eravamo un’ombra, una specie di scultura annerita. Temevo che qualche altro bambino, forse mai nato, sarebbe venuto per portarmi via…”.
Lascio a voi la libertà di riaggregare e analizzare questo mio procedimento mnestico, di disegnare le traversine sul binario del senso di ciò che significa, qui e ora, per me, “tramonto su Napoli”.
Quando mi trovo davanti qualcosa che mi genera  emozione-ansia ,  l’insieme di insiemi dei miei dati mnestici ha la massima libertà possibile, che è poi la possibilità di coordinare i dati stessi in modo talvolta impensato. Il trobar clus dei trovadori non è diverso da questo, ne è anzi perfettamente identico. La compresenza alla coscienza dei dati (un’indagine a parte andrebbe fatta per questa facoltà che mi consente di osservare la mia memoria), questa sphera , l’intero l’unito, è sottoposta all’attività di riordino ai fini del senso. E’ qui la bellezza. I suoi tecnici conoscono il mestiere di come mettere in relazione e selezionare questi stessi dati. Avevo immaginato di illustrare questo assunto mediante l’analisi di un testo di poesia di Montale, parametrandolo alla struttura profonda della città.
Voilà la reve: questo  tramonto è un semplice sostituto di qualcos’altro, una metafora (la “bellezza” di ciò è che un dato reale diventa motu proprio metaforico)  e sappiamo bene come si struttura una metafora, anche in musica o matematica. Se vi facessi vedere un cielo rosso e vi chiedessi se è bello certamente mi rispondereste di sì. Se poi vi dicessi che è appena scoppiata una bomba atomica, come ci restereste? Non avverrebbe altro che il “rigetto” nell’omeostato che siamo in quanto non verrebbe riscontrata coerenza tra evento-aura-attività mnestica. Ma così funzionano anche le barzellette, in genere un racconto breve dove vengono create delle attese, sulla base della nostra memoria, non sconfessate nel finale. E’ l’incoerenza tra attese, riconoscibile,  e realtà che genera un moto neuronico che si chiama sorriso. Anche nel caso del cielo rosso per lo scoppio di una bomba il processo è perfettamente identico a quello che ci spinge (ci spinge? Chi spinge e perché?) a dire che il tramonto è bello (abduttivamente, cioè  fino a prova contraria).
Ma, più specificamente, cosa succede nel rifiuto o rigetto? Che il sistema che siete da aperto alle possibilità diventa chiuso, non dà spazio a verifiche: la fiammella dentro l’uovo si spegne, i dati nuovi, le nuove informazioni, non trovano posto per paura che l’equilibrio possa subire effetti gravitazionali imprevisti. Ma anche questo comporta tecniche, quantomeno quelle per la gestione del lutto in cui -vi prego di credermi- intervengono le stesse cose che abbiamo visto fin qui.
L’origine di Utopia, Eresia, Bellezza, è collocabile in ciò che si chiama dissonanza cognitiva , vale a dire nell’individuare o nel saper sentire una incoerenza tra i dati dell’esperienza, così come sistemati nel nostro vissuto,, e il loro incontro con un nuovo dato in una nuova situazione. Ciò che chiamiamo gioia e dolore, attesa e dimenticanza sono riconducibili a questo processo di dissonanza che, per ciò stesso, vuole una consonanza.
Ma c’è un altro protagonista sulla scena napoletana: il suggeritore. Questo suggeritore è il corpo, ciò che altrove ho  chiamato “memoria corporale”, cioè la memoria che il corpo ha di sé stesso e di tutto ciò che l’ha toccato (più spesso gli è toccato) e che rimane nello stato semilatente di non-verbalizzazione e non immaginazione, il che produce disturbi o -parola forte- traumi.
Mi sembra intuitivo che tutto ciò avvenga non secondo una linea temporale ma simultanea, sinusoidale, quasi ovoidale. Anche in questo caso dovremmo chiederci: cosa ricorda Napoli del proprio corpo? Cosa gli è toccato? Come fare perché i traumi sotterranei, le dissonanze non portate a consonanza, che scorrono sotto la statua del Nilo sgorghino come verbalizzazione e immaginazione? Certo, non immagino il Nilo sul lettino dello psichiatra (e perché no, poi? Ha anche la postura di uno sdraiato).
Credo che questo incontro, e i successivi, dovrebbero rispondere a queste domande, che occorre preparare strumenti nuovi di analisi e, se non il Nilo, ascoltare il popolo, il fiume di delusi, arrabbiati, rassegnati che dolentemente verbalizzano solo con mormorii e immaginano solo con allucinazioni. Questo è il nostro compito. Bello.

     
   
La bellezza e la metropoli tra utopia ed eresia

         di Francesco La Regina

Cercherò di rispondere ad alcuni fra i numerosi interrogativi posti dal tema di questo convegno. In breve, ci viene chiesto di svolgere analisi ed approfondimenti sulla relazione specifica fra la bellezza e la metropoli. Si badi bene, una relazione che tuttavia presuppone la conoscenza pur vaga del significato dei singoli termini o poli di tale dialettica. Per evidenti ragioni preferisco non soffermarmi su questioni terminologiche e concettuali di tanta portata. La bellezza è una categoria troppo complessa e generica per essere soltanto inquadrata e messa a fuoco nell’ambito di un singolo e breve intervento. Come architetto, ho forse più titolo a parlare di metropoli, vale a dire dell’habitat contemporaneo, ma voglio limitarmi ad alcune considerazioni essenziali. Viviamo in un’epoca in cui vaste regioni ed aree del mondo hanno acquistato o stanno acquistando l’habitus della moderna metropoli, in un processo inarrestabile di urbanizzazione che non ha eguali nella storia della civiltà. Più del 50% della popolazione mondiale vive nelle grandi città, mentre ogni giorno milioni di ettari vengono divorati dalle costruzioni e sottratti al verde, alla campagna, alla natura. Il tutto si accompagna
Volenti o nolenti, siamo tutti uomini della metropoli, con i benefici ed i costi di questa condizione. Fra i primi, voglio citare la ricchezza per non dire ridondanza di relazioni e stimoli, il ventaglio di possibilità e di innovazione che una metropoli è in grado di offrire. Fra i secondi, le dilaganti patologie del tipo solitudine, insicurezza, ansia, nichilismo, alienazione, dipendenza assoluta dalle regole del consumismo di massa e dalle droghe, e via dicendo. La verità è questa: in ogni trasformazione profonda della società e dell’ambiente convivono aspetti progressivi ed aspetti regressivi. L’attuale massiccia urbanizzazione del pianeta è il prodotto della cosiddetta globalizzazione dell’industrialesimo e del mercato capitalistico, di cui l’esasperato consumismo imposto con i mass media è soltanto la manifestazione più eclatante. Un fenomeno che nel corso degli ultimi decenni si è imposto nel suo carattere unidimensionale, esclusivo, totalizzante, scevro da alternative credibili e prospettabili.
Come si pone, alla luce della situazione attuale, il nodo della qualità estetica in riferimento agli agglomerati urbani, siano essi esistenti o nuovi? Un nodo ancora attuale, che attraversa per intero la vicenda della moderna cultura architettonica ed urbanistica, dagli studi e dalle sperimentazioni del diciannovesimo secolo fino alle esperienze anche recenti della seconda metà del secolo ventesimo. Render conto di tanto significa confrontarsi con una materia tanto vasta e complessa da richiedere un impegno che esula dai limiti di questo contributo e che tuttavia non può completamente essere ignorato. Mi limiterò pertanto a svolgere alcune considerazioni su quanto è avvenuto nel corso degli ultimi sessant’anni circa, vale a dire dalla fine del secondo conflitto mondiale, laddove l’equazione modernità = progresso = democrazia = benessere ha portato ad una identificazione del nuovo con il positivo, al punto che nell’immaginario collettivo la bellezza è stata circoscritta all’architettura moderna, ai grattacieli ed ai paesaggi delle grandi metropoli, alle ardite opere di ingegneria e di trasformazione del territorio. Documenti inconfutabili di tale orientamento sono i films non soltanto hollywoodiani. Tale orientamento ha dominato e continua a dominare in tutte le nazioni e le regioni del mondo, come ben dimostrano le esplosioni edilizie di alcune realtà mediorientali, asiatiche, sudamericane ed i processi di rinnovamento urbano delle maggiori metropoli nord-americane ed europee.
Tuttavia la situazione appare polivalente e complessa, per cui merita un suo approfondimento. A parte i grandi interventi di facciata e le eccezioni di rito, i nuovi insediamenti hanno dovuto sottostare nella loro generalità alla legge dell’esasperato funzionalismo, dell’existenz minimum e di tutte le priorità di una società di massa proiettata al soddisfacimento di esigenze elementari a bassi costi e votata al consumo crescente di merci da forme nemmeno subdole di ipnosi pubblicitaria, che ha scelto la televisione come suo principale ed efficace veicolo di costruzione dei bisogni quotidiani. Tanto è avvenuto sia nei paesi a cosiddetto “socialismo reale”, vale a dire dominati da una economia statale pianificata ed altamente burocratizzata (fino al loro tracollo storico), sia nei paesi dove ha sempre dominato e continua a dominare la legge del massimo profitto. Il che è evidentemente il segno di un orientamento culturale che in larga parte prescinde dalle forme politiche entro cui la moderna società di massa costruisce i suoi apparati produttivi ed esprime le proprie esigenze di vita e di consumo.
Del tutto atipico e significativo è il modo con cui tale questione è stata affrontata in Italia. In una prima fase, corrispondente grosso modo con il periodo che va dalla rima ricostruzione (1945-1950) fino a tutti gli anni ’60, si è costruito molto e male. Le nostre città sono state devastate dal cemento, sia nelle aree centrali che in periferia, fino a provocare una reazione di disgusto contro il nuovo nell’edilizia: di tanto sono responsabili il mondo politico, il mondo imprenditoriale e gli stessi tecnici, servi del sistema. Già a partire dagli anni ’70 si è cominciato a prendere le distanze dalle manifestazioni del nuovo, in ciò favoriti dal progressivo declino della modernità e dei suoi miti.  Le ricerche nel campo della qualità estetica, con riferimento all’architettura ed alle città, hanno preso strade diverse e talora opposte, a seconda che l’ambito privilegiato di riferimento fosse il costruito storico o i nuovi insediamenti urbani, dal rione periferico alla città di fondazione. Si è così determinata quella divaricazione di interessi e di ricerche che ha condotto all’antitesi fra conservazione ed innovazione, fra progetto del passato e progetto del presente. Gli esiti di tale opposizione, che ha precise ragioni storiche, sono stati devastanti. Progressivamente, il tema della qualità estetica dell’architettura nuova è stato abbandonato come aspetto subordinato, secondario rispetto ad altri aspetti come quello funzionale, tecnologico ed economico. Mentre gli insediamenti antichi hanno rappresentato l’occasione per la identificazione e l’esaltazione di bellezze perdute ed irraggiungibili, espressioni di stagioni eroiche ancorché mitiche, veri e propri approdi per il risarcimento consolatorio della vasta schiera dei chierici frustrati, nemici permanenti di ogni manifestazione di modernità.
Sono noti i danni che tale orientamento ha recato al paesaggio delle nostre città e del nostro territorio. L’esasperato accento sulla conservazione, intesa come progressione geometrica di vincoli tendente all’infinito, ha determinato la diseducazione al nuovo, inteso ed esperito come un attentato alla sacralità del patrimonio esistente. Certo, in tale direzione ha giocato un ruolo importante l’eccezionale ricchezza storica, culturale e paesaggistica del nostro paese. Resta un fatto, tuttavia, che gli architetti italiani, con le debite eccezioni di rito, nella loro generalità hanno poca dimestichezza con la progettazione del nuovo. Dimenticando, con ciò, che se vogliamo conservare l’architettura del passato dobbiamo continuare a creare nuova architettura. Infatti solo chi sa immaginare e progettare il futuro è in grado i comprendere e salvaguardare le opere del passato. Per dirla con Giulio Carlo Argan, il destino dell’arte di ieri è tutto dentro il progetto dell’arte di oggi e domani.
Alla luce di quanto detto, come architetto e professionista voglio avanzare una proposta per affrontare il tema della bellezza delle nostre metropoli, delle nostre città, del nostro territorio. Nella convinzione che la bellezza dell’antico è garantita dalla bellezza che il progetto del nuovo fa per sé e per l’ambiente sul quale si va ad innestare. Punto di partenza del mio ragionamento è la constatazione della assoluta inefficacia, o per meglio dire del danno, apportato dai vigenti criteri adottati in Italia per la redazione delle norme urbanistiche ed edilizie. Come sanno anche i  non addetti ai lavori, gli strumenti urbanistici ed i regolamenti edilizi dettano gli indici territoriali e fondiari, gli standards urbanistici, l’altezza massima, la superficie coperta, il numero di piani, le distanze ed altri parametri non estetici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesaggi urbani mostruosi o al più insignificanti, centri storici violentati, paesaggi e territori alterati e manipolati. Propongo pertanto, concretamente e non provocatoriamente, di rivedere completamente i criteri di pianificazione urbanistica e di disciplina degli interventi edilizi, abolendo ogni indice, parametro, vincolo, eccetera. Fissati gli indirizzi strategici di sviluppo del territorio (di questa o quella sua parte), è sufficiente limitarsi a fissare soltanto i parametri di salvaguardia estetica relativi alla qualità architettonica, alle cortine edilizie, ai rapporti metrici fra le varie parti della città, alla qualità del colore, dei materiali, della luce, del verde, ecc. Immagino già la domanda: chi decide in merito? La popolazione del posto, intesa come vera ed autorizzata commissione edilizia ed urbanistica. Nessuno può impunemente costruire qualcosa, nemmeno l’ente pubblico, senza l’autorizzazione della popolazione interessata. Ogni rione deve diventare un laboratorio e portare avanti esperienze di governo partecipato del territorio, come già si è fatto a Bologna. Con la differenza che la popolazione deve anzitutto decidere sui parametri di bellezza. In questo modo, oltre a salvaguardare le nostre città, possiamo creare e diffondere le condizioni per una educazione estetica diffusa nella popolazione.

 

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